Extra time di Sante Pedrelli


Recensione di Maurizio Rossi dell'ultima raccolta del poeta romagnolo

 Sante Pedrelli nato a Montilgallo di Longiano (Forlì) nel 1924 è morto venerdì 10 novembre 2017 a Roma. Aveva studiato Lettere moderne a Bologna e a Roma, senza conseguire la laurea; poi seguì l’insegnamento per la professione di assistente sociale. Sindaco del suo paese dal 1951 al 1958; dirigente sindacale CGIL a Forlì, Cesena e Roma. Risiedeva a Roma, da molti anni. Ha pubblicato: L’udòur de vent (1933); E’ ghéfal (1997); E’ nòud me fazulètt (2003); A gli’ ombri (2009).

Mentre stavo completando questa mia lettura della sua ultima raccolta Extra time (Ed. L'Ortica 2016), ho appreso la dolorosa notizia della sua morte: ed anche per questo la sua ultima raccolta assume ancora più significato.

Tempi supplementari. O anche al di fuori del tempo. Per comprendere questa bella silloge e per apprezzarla, occorre fare come quegli uditori di un concerto, che finita la musica, non si precipitano come tanti a battere le mani, ma restano in silenzio per qualche momento, perché “in quel silenzio finale è racchiuso il senso della musica ascoltata”. Sono parole di Claudio Abbado - secondo il prefattore – ma che io ricordo dette anche da un altro grande maestro, Daniel Barenboim. Questo assaporare senza pretendere di capire o cogliere l’intento, non è solo della musica o della poesia; ma della vita, oggi “tracannata” a grandi sorsi, inseguendo un tempo solo soggettivo e non della Natura. Sante, con le sue poesie e soprattutto con la sua lingua romagnola, ha recuperato il senso profondo e semplice di questa misura e c’è stato dentro, senza costrizione, senza fuggire

 

E csè- strac amazé -

ò l’extra time da fè.

 

A m’so gudòu la vciaia,

tent plò dla gioventò.

 

La festa l’è finéida,

quant nòti ch’u m’arèsta?

 

U n’era scour a sa

par dès la bona nòta?

 

E così, stanco morto/ mi gioco l’extra time.//Mi sono goduto la vecchiaia,/ tanto più della gioventù.// La festa è finita,/ quante notti rimangono?// Non era buio abbastanza/ per dare la buona notte?

 

Nell’età in cui tanti dicono “io che ci sto a fare al mondo?” Lui dice “mi gioco l’extra time”: è un gioco - leggerezza, divertimento, suspence - è un “di più” di cui godere. Questi versi, collocati all’inizio della silloge, ne dichiarano l’intento e la melodia: il difficile è scegliere le frasi musicali, tanto sono ricche e orchestrate con stile “mozartiano”

La raccolta si compone di tre parti, ognuna divisa in tre sottotitoli, a sottolineare la cura dello scrittore, che sembra comporre di getto, pensare liberamente in versi: A nuvent’an ancoura povesì/ l’è roba da burdéll, u n’è da vécc. (La poesia è roba da bambini, non da vecchi). E’ troppo semplice pensare al fanciullino pascoliano: qui si sta parlando di quel “gioco dell’extra time” che richiama i giochi dell’infanzia, del bambino che si diverte “fuori del tempo” in un eterno presente. E si sta, alla fine al limitare del tramonto che si gode e basta, senza pensare che è la fine del giorno- o della vita; riconoscendo che si è corso proprio per arrivare fin qui

 

Cor cor a so ‘rivàt,

mo vè’ che bel tramòunt.

 

Arrivo dopo tanto correre,/ ma guarda che bel tramonto.

 

A differenza di quella splendida e malinconica “ed è subito sera” - sguardo dietro le spalle, a cogliere la brevità della vita - Sante intuisce che è la contemplazione del tramonto a dare valore alla corsa; la fine, l’extra time, a dare valore pieno alla vita vissuta. Certo, non manca in lui la coscienza del limite dovuto all’ età; le malattie, gli acciacchi, la malinconia dei ricordi confusi col presente, il vuoto del tempo, il non saper che fare, magari quando ci si risveglia in un nuovo giorno

 

Vècc e malè

t’è da scréiv e campè

chi te fa fè.

 

Vecchio e malato/ devi scrivere e campare/ chi te lo fa fare.

 

Giòst e’ ricord,

mo cs’el sta confusiòn

tra véiv e murt?

 

Giusto il ricordo/ ma cos’è questa confusione/ tra vivi e morti?

 

Ecco ch’a m’ svègg:

-A so véiv, a so véiv.-

Cs’a faz, adéss?

 

Ecco mi sveglio:/ -Sono vivo, sono vivo./ Che faccio adesso?

 

A tratti questo extratempo sembra un peso: Vien presto la vecchiaia/ e non finisce mai (e la n’è mai finéida); a volte il rimpianto si fa sentire, la tristezza per qualcosa che si guasta e pensavamo che rimanesse sempre incontaminata:

 

I déis ch’a n’vedrò mai più la lòdla

la lòdla ch’la cantava e la vuleva…

T’a m’pird sòul un gazòt, t’pird la faméia

e quèst l’è un gran bel guai, tèra malèda.

 

Dicono che non vedrò mai più l’allodola, /l’allodola che cantava e che volava/...Non perdi solo un uccello, ne perdi la famiglia,/ e questo è un gran bel guaio, terra malata.(Terra malata)

 

Ma è “necessario” questo sentire: un prezzo da pagare per aver vissuto a lungo e intensamente; può anche essere una legittima richiesta di conforto; mai però una visione “anziana” - scorbutica, rancorosa, lamentosa - della vita. L’anziano poeta ha occhi stanchi e presbiti per osservare il mondo, o sé stesso; però, la voglia di “stare” resta, anche nel tempo del dolore per sé o per chi non c’è più

 

No dèi che t’ci malè

t’ci vècc e stòff e t’è pavùora,

ch’lè tott un mond sbaiè.

 

No dèi che t’ci in pensòun

e la machina t’a n’la i è,

capòtt da bancarèla…

 

E noud lighé stuglè purghé rasè

a pènza e gamb d’insò se tavulàz,

adess faséim avdòi quant a si brév

ch’avòi turné ma st’mond a caminé.

 

Non dire che sei malato/ vecchio e stufo e hai paura/ che c’è un mondo tutto sbagliato./Non dire che sei in pensione/ e la macchina non ce l’hai, cappotto da bancarella/...E nudo legato sdraiato purgato rasato/ a gambe e pancia in su sul tavolaccio,/ adesso fatemi vedere quanto siete bravi/ perché voglio tornare in questo mondo a camminare. (la camminata).

 

Dunque questa è Poesia sulla “sacralità della vita” alla luce della “sacralità della morte”; elogio della vita sulla soglia di essa, non per esaltazione o per paura della fine - la paura ci può ben stare! - bensì perché il Poeta comprende in quell’extratempo tutto ciò che pensava o cercava di capire nella sua vita: parole, gesti, relazioni. E’ un tempo favorevole, un kairòs: non siamo ciò che facciamo - come dice la pubblicità di uno smartophone - ma ciò che siamo, pensieri, ricordi, desideri e...silenzi! Così la narrazione d’un fatto vissuto tanti anni fa - un comizio – fa capire oggi all’Autore che parlare in dialetto è parlare in poesia

 

L’an de’ quarantasì

Spallicci e Balestra

i ten e’ cuméizi

A favòur dla Repòblica,

in pì sòura un car

drì me taètat.

 

Dop e’ zovan, e’ piò vècc:

e’ temp l’era ad maz

l’aria acsè bona

e’ zil acsè bèl,

che lou, e’ deputèd

èlt mègar sla bèrba-

te sòul u s’cavét e’ capèl

e davènti me microfono

u s’mitét a scor in dialèt,

dòunca in povesì.

 

(Sul comizio di Longiano) L’anno millenovecentoquarantasei/ Spallicci e Balestra/ tengono il comizio/ a favore della Repubblica,/ in piedi sopra un carro/ a fianco del teatro.// Dopo il giovane, il più anziano:/ il tempo era di maggio/ l’aria così buona/ il cielo così bello/ che lui, il deputato -/ alto magro con la barba -/ nel sole si levò il cappello/ e davanti al microfono/ si mise a parlare in dialetto,/ dunque in poesia.

 

Perché il dialetto dice cose che non si possono dire e comprendere diversamente: occorrerebbe un giro di parole, una spiegazione...e si perderebbe la Poesia, tanto per parlare di politica, quanto per raccontare un ritorno a casa da una forzata assenza

 

E’ trafic dla cità l’è un mèr ad ondi,

gabién ch’i biacla sòura cla teraza,

e’ mond l’è un gran bel fil da la finèstra.

 

A sèm d’arnov insén ma chèsa nostra,

e sgrèna sta curòuna senza bléigual

tu’ so tott quèl ch’u s-cèma véita.

 

Il traffico della città è un mare di onde,/ gabbiani che baccagliano sui quella terrazza,/ il mondo è un gran bel film alla finestra.// Siamo di nuovo insieme a casa nostra,/ e sgrana questa corona senza ombelico/ cogli tutto quello che c’è e che si chiama vita.

 

 

Quanto è diverso da quel “carpe diem”! L’invito è a cogliere non l’attimo, a fermare il tempo; ma a godere ora di tutta la ricchezza della vita- passata e presente- non dell’ora, del singolo istante: questa è l’originalità del pensiero e della poesia di Pedrelli. Il tempo fugge, ma che m’importa se io sto “fuori” del tempo?

 

Sent cum c’la i dà la zghela te zardòin,

la pgnòida la m’righèla un ent agòst

mè ch’a me god apéna ste triòunf…

 

E’cco e’ mi èlbar, e’ mi vècc améig

un lècc ch’la un bel po’ d’èn, i è quatarzént...

 

Sa sta panchina a i las guasi una véita

a zòirch l’utma parola sòta st’ombra:

la véita la po’ l’èss partéida persa?

 

Senti come batte nel giardino,/ a pineta mi regala un altro agosto/ me lo godo appena questo trionfo…// Ecco il mio albero, il mio vecchio amico/ Un leccio che è avanti negli anni, quattrocento,/ anche lui hanno scoperto che è ammalato//...Su questa panchina lascio quasi una vita,/ cerco l’ultima parola sotto quest’ombra:/ ma può essere la vita una partita persa?

 

No, hai ragione, Amico, non può essere una partita persa la vita, se nell’extra time, quando non hai avuto quasi più nulla da chiederle, avevi tante cose da dire e uno “stare nell’attesa”. Non è stata una partita persa perché il tuo e nostro avversario non può far altro che vincere. Ora per Te è il tempo del silenzio, non sentiremo la tua voce, non godremo della tua persona: ma il tuo pensiero e il tuo cuore resteranno vivi nei versi e nel tuo bel dialetto romagnolo.

 

Sante Pedrelli, Extra time, Ed. L’ortica, Faenza, 2016

 

Maurizio Rossi

 

pubblicato il 12/11/2017