Darkana di Davide Cortese


Recensione di Maurizio Rossi

Nato a Lipari nel 1974, risiede a Roma. Ha conseguito la laurea in Lettere Moderne a Messina. Ha pubblicato ES (1998), Babylon guest house, Storie di bimbo ciliegia, Ossario, Lettere da Eldorado, Madreperla, Anuda. Ha dato alle stampe anche racconti, tra cui: Ikebana degli attimi, Nuova Oz. Con il cortometraggio Mahara è stato premiato all’”EscaMontage” film festival e all’”Eolie in video”. Nel 2015 ha ricevuto il premio “Don Luigi Di Liegro” per la poesia.

Il titolo della raccolta è molto simile – non so se volutamente – al complesso death-funk metal svedese Darkane, il cui ascolto come sottofondo alla lettura della silloge può indurre ad una monocorde, cupa e disperata interpretazione. Uscendo da possibili analogie, il “dark” e l’Arcano, uniti a comporre il titolo, richiamano l’oscuro profondo: l’ombra junghiana, inconscio ed alterità della personalità individuale e collettiva.

 

Trema in me un destino taciuto.

Mi racconta una storia che non sa.

Inventa ad ogni istante un nuovo istante.

Insegna fiaccole alla mia oscurità.

 

E più ancora viene esplicitato in questi versi

 

Vieni, ombra,

a bagnarmi il volto.

Spuma d’ombra,

oblio di crepuscolo,

vieni ancora

a cullare il mio inferno.

 

Non ci sono fraintendimenti, è chiaro il messaggio del Poeta, espresso con un linguaggio esplicitamente raffinato, che a tratti contiene immagini e suoni del mare e della sua isola, Lipari; accade quando l’ombra prende il sopravvento, che le immagini diano vigore alla sua voce, e insieme rendano meno amaro il fiele

 

Vieni ombra,

a bagnarmi il volto.

Spuma d’ombra,

oblio di crepuscolo,

vieni ancora

a cullare il mio inferno.

 

Il vento, la tempesta, le onde, sono presenti spesso nella silloge, ma senza aggettivi: semplici espressioni di stupore e di potenza soverchiante

 

...Tremo di libertà,

come di vento,

e non temo sguardo…

Provate, o illusi,

a imbavagliare la tempesta.

 

...Canta.

Sii solo voce che canta.

Sarò ramo che cede al vento.

 

In essi è la voce del destino che porta i giorni da una riva all’altra del tempo; che si ferma alla Locanda di Madonna Ora

 

Alla locanda di Madonna Ora

ho chiesto una camera per la morte.

Mi ha dato questa. Sconfinata.

Qui in paese la chiamano Vita.

 

In questa silloge talvolta si apre, come in questo caso, una duplice lettura: se si pone l’accento su morte, la Vita sconfinata sembra quasi una beffa, una condanna: ma se l’accento si posa su sconfinata, la camera - che nel linguaggio familiare, quotidiano, del paese, chiamano Vita- diviene un dono inaspettato. Allora il buio non è che una luce acerba. La vita è profumo nel vento: cosa c’è di più labile del profumo nel vento? Eppure è la tangibile e reale conseguenza di un conoscersi, di dirsi i propri nomi, conoscere un mio cuore- un mio, non il mio -insieme unico e comune a tanti altri. Ma se la relazione interpersonale può accadere, la relazione con la propria ombra appare impossibile, perché- come sa bene Orfeo- il mondo delle ombre è precluso a chi sta in questa vita e neppure il sogno può realizzare questo dialogo

 

Dopotutto ho ancora le mani.

Sempre quelle che strinsero un orsetto,

solo più vecchie e disincantate.

La destra corre ancora a scrivere

senza nemmeno che io glielo comandi

e quell’altra, la più misteriosa,

se ne sta immobile mentre la sorella scrive.

Attende mite, in un silenzio di mano.

Ma quando mi abbandono al sonno

muove le dita imitando la destra

e nel buio della notte, in assenza di me,

scrive storie che accaddero un tempo

e storie che non accadranno mai.

Scrive versi che non potrò mai leggere

sul sudario bianco delle mie notti.

Non c’è nulla che io sappia

della mia scrittura sinistra:

è la sola a dire la verità.

 

Non c’è contatto tra mano destra e sinistra, emisfero destro e sinistro, razionalità ed emotività, allora cos’è la Poesia? E se non conosciamo né scriviamo la verità (detta solo dalla mano sinistra, quella incosciente), l’esistere è tutta una finzione in attesa della Morte che svela la Verità? E’ una poesia densa di interrogativi e suggestioni, che portano lontano, oltre l’Arcano: ma è questo l’intento del Poeta? Superare l’Arcano?

 

...C’è solo nero qui.

Nient’altro che del nero a cui badare.

Ma lontano scorgo una briciola di luce.

Piano affiora nel buio

un’arcana figura di cavaliere…

cavalcando un bianco unicorno.

Si fa vicino.

Ne vedo il volto infine.

Sono io.

 

Allora il dark è necessario per poter distinguere il bianco, il buio per poter vedere la luce, e nella luce il proprio volto: non c’è certezza, nulla è definitivo, se non il proprio desiderio, che cova in tutta la raccolta

 

Dal cielo di nigrizia

dove il coraggio di piccoli astri

sussurra luci come se gridasse,

dal cielo di superba eternità

che impera su ogni mio istante

attendo la definitiva pioggia che salvi.

Ma è cielo di struggente estate:

difficile è immaginarne la fine.

 

E’ troppo nero l’Arcano o è solo l’ombra che lotta e si divincola per poter uscire? Il dubbio è la sola cosa che ci tiene in vita, perché è squilibrio, moto continuo di respiro e sangue mai quieti. Allora possiamo dire che è difficile immaginare la fine dell’estate, dire che la pioggia salvatrice non arriverà mai; viceversa, che la difficoltà sta nell’immaginare la fine del cielo; da qualche parte dell’infinito – del cielo o dell’essere - la pioggia arriverà. Ma la pioggia non lava il nero ed il buio; non lava la paura

 

Sono un uomo antico.

Appartengo ad una razza

che ha bisogno d’amore.

Ho paure che come burattini

dormono con occhi sgranati.

So indugiare nell’abbraccio.

So che il primo respiro è da angelo

e l’ultimo respiro da demone.

So che la terra

è il cielo dei morti.

 

“Il poeta è un fingitore” sostiene Pessoa- che occhieggia tra i versi; io aggiungo: “ma l’uomo-poeta no.”

 

Davide Cortese, Darkana, Lietocolle, 2017

 

 

Maurizio Rossi

 

pubblicato 5/11/2017