I traslochi di Vincenzo Luciani


Recensione di Maria Lenti

 In italiano e in dialetto garganico di Ischitella l’ultima raccoltina di Vincenzo Luciani: filastrocche e poesie-pensiero, interrogativi e narrazioni, passato e presente e una domanda: il domani? Eccolo il punto. Traslochi odierni (la propria casa ceduta al figlio), straloche di ieri e dell’altro ieri – il paese e poi Torino e poi Roma -. E, in senso metaforico, straloche/traslochi esistenziali, transiti d’età, di esperienze, di incontri, di perdite – anche sociali: la classe operaia come un non più – e una domanda: il domani?

Intrigante la poesia di Luciani. Sembra germinata lì sulla pagina in cui i versi sfilano e si fissano quasi in epigrafe. Invece viene da lontano, dal divagare (sensoriale e materiale, onirico a volte) dell’adolescenza, dallo strappo-consapevolezza degli anni giovani torinesi, quelli dell’impegno sindacale e politico, e i successivi della maturità nell’immersione culturale dentro una delle periferie romane (“Periferie”, sui dialetti, è la sua rivista da decenni e dell’Associazione eponima). Viene da un ascolto interiore (della propria voce) ed esteriore (la voce-vita degli altri, resa anche in dediche): «(…) Neve, tamanta neve a Monteripido, / geloni, tramontana e gelo dentro / e fuori. (...)». (p. 12);«E pare ieri, in corteo: “La classe / operaia deve dirigere / tutto! Urlavamo. E le bandiere rosse / tese all’avvenire / della futura umanità. // Che fine ha fatto la classe operaia!» (p. 18); «(…) non c’è nessun sindaco con me. / Forse a quest’ora apre la finestra / beata e incancellabile sui Fori / e sui Colli e le Chiese di Roma.» (p. 18); «A une a une ce ne vanne / a n’ata vanne. Chi u sape / se e ddone / ce trove dd’ata vanne. (...)». (p.7).

Singolare, dunque, questo straloche/traslochi. Si affida alla diversità linguistica e stilistica per veicolarsi come referente di un tessuto epocale diffuso che si vorrebbe non riconoscere come proprio nel mentre lo si sente innervato nei giorni che si stanno camminando.

E il domani? Ecco: se, necessariamente, si deve traslocare, resti almeno il desiderio di un rimanere nella parola e con la parola (Crà crà crà crà, p. 20). Ecco, però, l’incertezza, il dubbio per non dire lo scetticismo sul domani, non inquietano il singolo soltanto per i suoi anni via via limati, quanto per le frammentazioni, le sparizioni storiche (spesso provocate ad arte?), per i non probabili barlumi all’orizzonte vivibili da un insieme umano. Il quale, pur non rinunciatario e pieno di un passato amato, più non sa come pensarsi.

Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Roma, Cofine, 2017, pp. 32, € 5.0 

Maria Lenti

 

pubblicato il 3 novembre 2017