Straloche/Traslochi di Vincenzo Luciani


Recensione di Pietro Civitareale

Straloche/Traslochi di Vincenzo Luciani è una raccolta di testi poetici in dialetto di Ischitella (paese d'origine dell'autore in provincia di Foggia) ed in lingua italiana, con qualche innesto testuale persino in romanesco e in piemontese; cosa che denuncia, nel pensiero dell'autore, da una parte, l'ovvietà, nella scrittura letteraria, di una convivenza di idiomi differenti e. dall'altra, la consapevolezza che la poesia, la resa poetica, è indipendente dallo strumento linguistico utilizzato, a prescindere dal suo peso sociale e dalle sue potenzialità comunicative ed espressive.

Di Vincenzo Luciani avevamo letto Frutte cirve e ammature (2001), Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005) (2005) e La cruedda, (2012), dove, aderendo ad una minuta osservazione della realtà biografica e fattuale, egli fa un uso personalissimo della parola, un uso convinto e convincente, sia sul piano narrativo e descrittivo che su quello evocativo. Anche nella presente raccolta egli riconferma questa prospettiva, dove il vissuto fa tutt'uno con il linguaggio, è trascritto con un verso colloquiale ed istintivo, rifuggendo da ogni elaborazione stilistica che non sia quella della linearità e della limpidezza espressiva, nella convinzione che il dialetto “è la lingua che non mente” e “lo soccorre sempre quando è buio”, in quanto, sottraendosi alla retorica, spesso ampollosa e magniloquente della lingua nazionale, coglie la vera condizione psicologica della gente, lo specchio delle loro simpatie ed antipatie, l'intimo spirito dei tempi.

Circola in questi versi un profondo sentimento della fugacità, della precarietà e delle inadempienze dell'esistenza (che si rivela come una forma di spaesamento: “Ora estraneo mi sento e fuori posto, / Spustate, come si dice qui / di chi perde il cervello/ e pure il luogo”), nei quali si può cogliere, sì, la presenza di un passato interamente vissuto, ma di un passato manipolato, o cancellato nella memoria, dal divenire necessitante della realtà delle cose, dal carattere dispersivo del nostro tempo, il quale sta mescolando razze, credi religiosi e culture differenti, con la conseguenza di una rovinosa perdita della identità sociale e culturale di una comunità, al punto che le persone conosciute e con le quali abbiamo a lungo convissuto diventano “sospetti paesani” .

A ciò si aggiunge anche un senso di sfiducia nei riguardi della propria esperienza poetica “che non sa cosa diventerà e da chi sarà letta”, che non è una ipocrita forma di modestia o di scetticismo nei confronti del proprio talento, ma una implicita accusa di indifferenza da parte di una società che sta via via accantonando ogni interesse per i valori umanistici, tesa più all'utile che al bello, più alla ragione che all'immaginazione, più all'oggi che al domani, lasciando via libera all'affermazione definitiva di un arido e mortificante tecnologismo.

Tuttavia, nell'esperienza poetica di Luciani, non viene mai totalmente meno un atteggiamento interiore che preme sul pedale dell'ironia, di un ludismo verbale o di una volontà epigrammatica, con cui il poeta supera ogni negatività e si riconcilia, in qualche modo, con il mondo, sia pure con un mondo permeato da quella dialettica dei contrari (gioia e dolore, riso e pianto) apertamente certificata nella poesia che segue, nell'ambito di uno stato psicologico maturato nella delusione, ma ormai del tutto metabolizzato: “Ridere/ come Andrea /senza freno/ e piangere come Leonardo / che trita un cuore di pietra, / ridere e piangere /insieme, in un niente, / come non so più fare / come vorrei provare / almeno quella volta / che piangendo / o (preferirei) / ridendo / io quel cammino prenderò / noto e, / tuttavia, ignorato, / ignoto, io / di sale tutto / diventato pur senza / essermi indietro / voltato / perché tutti vi vedo, /miei cari, / lo stesso”.

Allora la sua poesia non si riuscirebbe ad immaginarla più radicata in quella peculiare e spensierata stagione della vita costituita dall'infanzia, nella quale il poeta ha maturato il suo ethos familiare e sociale, l'inscriversi della sua storia in quella di una comunità ristretta, ma riconoscibile, legata a certi luoghi, ad una visione più limpida ed ottimistica della realtà, a speranze collettive ben precise; e di pari passo anche il suo dettato poetico rinuncia a certe “asprezze” psicologiche a favore di una lirica più distesa e accattivante, aperta alla realtà delle cose, all'altro da sé, al molteplice ed all'occasionale perfino.

Con ciò Luciani dimostra di aver conquistato, con qualche accenno di forme chiuse, di rime, di versi regolari, con una sonorità versale che ha più i connotati di una incisiva colloquialità che della cantabilità letteraria, una pronuncia espressionistica personalissima, dove domina un'estetica della “inappartenenza”, che rovescia l'immagine del poeta della inquietudine e della interiorizzazione a favore di una riflessione metalinguistica senza avventurarsi, tuttavia, nel territorio delle sperimentazioni. Non è un caso, del resto, che il poeta della delusione nasca da una esperienza in cui prevale la perdita, la spoliazione di un patrimonio ideale collettivo, a cui egli non sembra rassegnarsi, nei termini di una scrittura ritualistica, ideata e costruita davanti ad una mancanza ad essere, quasi ad un vuoto esistenziale e sociale.

Vincenzo Luciani, Straloche / Traslochi, Edizioni Cofine, Roma, 2017, pp. 32, Euro 5,00.

 

Pietro Civitareale

 

Pubblicato il 3 novembre 2017