La forma della Malingońa di Dante Ceccarini




Domenica 1 ottobre 2017 presso la chiesa di San Michele Arcangelo a Sermoneta (LT) si è svolta la presentazione del libro libro di poesie (in dialetto sermonetano e traduzione in italiano) dal titolo La forma della Malingonìa di Dante Ceccarini.

È stato un bellissimo pomeriggio al quale hanno preso parte molti amici, appassionati di poesia e di dialetto.

L’incontro è stato introdotto e condotto da Alessandro Vizzino (editore, scrittore ed organizzatore del Premio città di Latina). “Ceccarini ci insegna – ha detto Vizzino – che dialetti vanno preservati, custoditi, studiati. Questo è da sempre il suo lavoro costante e quotidiano, e nella propria "lingua" ci propone le liriche avvolgenti ed emozionanti di questa raccolta". Dopo un breve intervento di  Sonia Testa (Presidente dell'Archeoclub di Sermoneta), la splendida Amalia Avvisati ha interpretato magistralmente le poesie tratte dal libro, Mimmo Battista ed Angelo Cassoni hanno incantato il numeroso pubblico con le note suadenti e dolci, a ritmo di fado portoghese, dapprima facendo un sottofondo musicale durante l'interpretazione di Amalia e poi trasformando due poesie di Ceccarini in bellissime canzoni originali ed inedite, composte da Mimmo. Presente anche Gian Luca Campagna che ha partecipato anche se febbricitante.

Dante Ceccarini è nato nel 1959 a Sermoneta (LT). Medico-chirurgo e pediatria. È stato presidente, dal 2004 al 2016, dell'Archeoclub di Sermoneta, nonché co-fondatore dello stesso. Ideatore e promotore del "Progetto Sermonet'amo" (concorso di poesie in dialetto sermonetano aperto a bambini e ragazzi delle scuole del territorio di Sermoneta), giunto nel 2017 alla VI edizione, nel 2017, è risultato al Premio nazionale "Salva la tua lingua locale", indetto dall'Unpli (Pro-loco d'Italia), 2° classificato nella sezione Prosa edita con il libro Proverbi, detti, modi di dire, filastrocche, ninne nanne, maledizioni, imprecazioni, insulti in dialetto sermonetano, nei dialetti della provincia di Latina e nei dialetti italiani (2016). Si è classificato primo al IV Concorso nazionale di poesia "P. Pino Puglisi" nel 2017, anno in cui ha vinto il Premio di poesia nei dialetti del Lazio "Vincenzo Scarpellino". Nel 2010 ha pubblicato il Primo dizionario sermonetano-italiano e nel 2015 il Secondo dizionario sermonetano-italiano e il Primo dizionario italiano-sermonetano.

Ceccarini nel suo breve intervento ha ribadito che per lui: “La malinconia ha la forma dell'acqua, quindi del recipiente che la contiene: ogni forma e nessuna forma. Come l'acqua, dunque, la malinconia penetra, infradicia, intride gli angoli più nascosti dell'anima; ma contemporaneamente ne raggiunge e ristora le pieghe più recondite. Non è angosciante né logorante, bensì dolce come la mammella che allatta il neonato, comoda come una ciabatta d'inverno, rinfrescante come una brezza di vento d'estate”.

Dopo aver letto alcune sue poesie, Ceccarini, nel ringraziare tutti gli intervenuti ha annunciato che nei prossimi giorni pubblicherà, per esprimere gratitudine agli amici e a Sermoneta, una sua nuova ed inedita poesia, da poco scritta, dal titolo "Le piétre de Sermoneta".

Il compito della presentazione vera e propria del libro è toccata a Vincenzo Luciani, definito da Ceccarini “uno dei massimi esperti di dialetto a livello nazionale” e da lui soprannominato "Jo liévito dégli dialètti lepìni".

L’incontro si è concluso con un allettante buffet, magistralmente predisposto da Francesco Ceccarini.

Tornando alla presentazione pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Vincenzo Luciani, di fatto una recensione al libro.

 

L’intervento-recensione di Vincenzo Luciani

Come ho conosciuto Dante Ceccarini? Attraverso una sua email del 3 febbraio del 2016 in cui mi annunciava la spedizione del suo Secondo Dizionario Sermonetano-Italiano e del Primo Dizionario Italiano-Sermonetano (uscito nel 2015) e il libro sui Proverbi, detti, modi di dire, filastrocche, ninne nanne, maledizioni, imprecazioni, insulti in dialetto sermonetano, nei dialetti della provincia di Latina e nei dialetti italiani (da poco edito, in gennaio). Nella lettera anche la promessa di attivarsi con le scuole di Sermoneta per organizzare la loro partecipazione al Premio Vincenzo Scarpellino.

Poi inviò anche tre poesie sue per la VI edizione VI 2016 dello Scarpellino: “I figli de nagigapedù” - sono i bambini di genitori divorziati, separati o comunque, per qualche motivo, “assenti”. “Lesbo: ultima frontiera d'Europa verso est o prima per i migranti (soprattutto bambini) che muoiono in quel tratto di mare. “La Mandolina” è un toponimo di Sermoneta: una zona collinare appena fuori le mura, più o meno pianeggiante, con una bellissima distesa di ulivi. Le sinossi dei testi sono di Ceccarini che non rientrò nei finalisti, e la giuria vide giusto, perché, detto per inciso, non ho riscontrato queste poesie nel libro. Ma i temi sì.

L’ho incontrato in occasione dell’edizione 2016, era l’accompagnatore ufficiale dei ragazzi di Sermoneta a Tor Tre Teste. Poi ho letto e studiato i suoi libri sul dialetto sermonetano. Ma il poeta l’ho conosciuto meglio nell’edizione 2017 del premio Scarpellino e i tre testi presentati nell’occasione gli sono valsi con pieno merito il Premio Scarpellino 2017 e questa lusinghiera motivazione: “Il suo controllatissimo, gradevole verso sciolto si sostanzia di immagini incisive e finanche poderose (“la malinconia / non toglie stelle / dal cielo / ma le allatta / con latte triste”), che rendono memorabili queste sue prove dialettali, così come il suo atteggiarsi e trascegliere pensieri di fronte alla realtà esterna e alla vita interiore”.

Quelle tre poesie le ritroviamo in questa raccolta con alcune modifiche, segno che l’autore è solito lavorare e rilavorare sui suoi testi, anche quelli meglio riusciti. Le tre poesie, sono importanti per i temi, assai cari al poeta, e sono “Jó dolóre fòra e dréndo de mì”, pp.7-8, “Mollìche de memòria”, pp. 41-42, e “Allitterazzióne della malingonìa”, p. 28.

In questo trittico di poesie e nell’intera raccolta riscontriamo le caratteristiche inconfondibili della poetica di Ceccarini.

- Egli si nutre di pensiero e di riflessione su chi siamo, dove siamo, dove andiamo (esemplari nella loro interezza la citata “Jó dolóre fòra e dréndo de mì” e la poesia conclusiva della raccolta “Sìmo”: Sìmo zùffi de respìri spezzàti ca jó véndo ‘mpietóso spàzza vìa. / Sìmo bàrche de càrta sballottàte sèmbre sùglio pùnto de ‘nnabbissàsse. / Sìmo atomi sùli che a ccàso còzzeno ‘mbazzìti j’ùno co’ jj’atro. / Sìmo fotóni che guìzzeno làmbi cómme zéche luccicandrèlle mòrte. / Sìmo le zòlle de tèra ùmili ca ùmili tórneno alla tèra. / Sìmo brandèlli de nùvole da ‘ndó’ monòtona càde piòggia àcida. / Sìmo ‘nó piànto àspro sùglio fùnno de ‘nó sùgno póco ppiù che acèrbo. / Sìmo sùlo sùgni iti a mmàle).

- Non segue il comodo solco tradizionale (non cerca effetti per far ridere, non esalta il “paese mio”, non si chiude nella comoda cuccia del paese) ma insegue e analizza gli stati d’animo, scava nel suo intimo, e nello stesso tempo si apre agli altri, al prossimo e alle sue sofferenze e pure al mondo e ai drammi contemporanei (le migrazioni, la solitudine, la depressione)

- Conduce il dialetto sermonetano lungo strade nuove e poco battute, forzando il dialetto (adatto soprattutto a descrivere cose concrete e corporali) per esprimere pensieri, riflessioni che richiederebbero una lingua più dotata di termini astratti (una spia sono: l’uso di avverbi, l’insistenza del verso breve per sottolineare e dare profondità ai concetti). Non a caso quella di Ceccarini è una poesia di verbi (Da “Jó dolóre fòra e dréndo de mì”: Colecàto affiàngo a ’no dolóre, jó guàrdo / jó stùdio / jó combàtiscoIn “Mollìche de memòria”, pp. 41-42: te po’ capità / de / chiappà / arranfà / o fórze / rubbà / mollìche de memòria / làmbi de giovendù / luccicandrèlle de ricùrdi) e di avverbi (“Jó dolóre fòra e dréndo de mì”: è /la capacità straniànte déglio dolóre: / vorìa ca fósse dégl’atri / ma è sùlo, / profondaménte / inesorabbilménte / definitivaménte, / méo)

- Introduce termini nuovi e inusitati in dialetto (in “Schizzofrenìa”, p. 22: Fra / picchi/ alti e bassi/ grandi e piccoli/ smorti e vivacissimi/ neri e bianchi/ all’ombra e assolati/ malinconici ed euforici/ benzodiazepinici e noradrenalinici,/ io vago/ non trovando mai/ pace / (benzodiazzepìnici e noradrenalìnici, jé vagabbóndo non trovènno mmài rèquie). In “Lo scùro dell’ànema” p. 23: Frìddo e ggèlo n’anestetìzzeno i dulùri), in “Ode alla mimósa”, p. 39: bellézza e mmòrte quàsi sìngrone… In “Fà frìddo”, p. 51, La durezza della vita penetra nell’anima affranta e: jó còre vacànde che pèrde / cìnci de sàngue raggrumàto e de vìta scoagulàta, / l’ànema anèmica e affrìtta e affamàta d’affètto. / Fà frìddo. Téngo frìddo. Infine in “Le staggióni cómme la vita”: fluìsceno, / e refluìsceno (…) no contìnuo cóngavo-convèsso (…) purissima idealità / purissima linearità / ascendènte e trascendènte / jàrda jàrda / pe’ ssalì ’ngìma aglio cèlo e / pe’ cercà e pe’ trovà finarménde Ddio.

- Regala termini succulenti da conoscitore profondo del suo dialetto (s’adàggia pìgro squaqquaraqquènnose / ‘ngìma a ‘nó létto de malingonìe, / ma atre vòte ‘nvéce svérto guìzza / e jàrdo azzécca fìno a sguazzà / néglio cèlo chiàro zuregattènno (s’adagia bene spaparanzandosi / su un letto fresco di malinconie, / altre volte invece svelto guizza / e alto sale fino a sguazzare / nel cielo limpido peregrinando) in “Còre ‘nquiéto” p. 16 ), a zubbitùni zìchi (a grossi sorsi piccoli), Sparàzzo / la fenèstra dèglio còre (Spalanco la finestra del cuore), in “Pulizzìe de staggióne”, p. 20.

- Il tema dominante è quello della malinconia, che accompagna il poeta nella vita di tutti i giorni, declinata in tutte le sue cangianti forme, in tutte le sfaccettature (“La fórma della malingonìa” p. 43): dal ripiegamento sul tempo andato, al cambio di umore, alla disillusione del risveglio dal sogno e dalle dolci memorie che come lucciole se la còglieno / lassènnote / sùlo / e / vécchio…, alla tristezza inconsolabile (consapevole che i nostri sogni so iti a male), vicina allo sfioramento della depressione, ma che sa trovare la forza di andare avanti: M’arìzzo ’ntirizzìto / me sgrùllo de córpo ssà malingonìa / e / vàjo a mozzegà jó nóvo ggiórno. E qui mi sia consentito di fare un parallelo con la splendida poesia di Vincenzo Scarpellino intitolata “Er vive quotidiano”: Pago lo scotto, smammo, m’arintano / e a tu per tu co la coscienza mia, / scanzo er tran-tran der vive quotidiano // per córe incontro a un monno de poesia, / che m’accarezza e che pìa pe mano / pe dà lo sfratto a la malinconia. Ceccarini la chiama pure sòre malingonìa (“J’àbbito della malingonìa”, p. 9), ma anche Figlia/ della tristezza / sorella / della solitudine / madre di due gemelle:/ melanconia e depressione, / questa è la genealogia / dell’amica mia / malinconia. (“Genealoggìa”, p. 14).

- Ceccarini è aperto ai problemi del mondo contemporaneo, non è ripiegato sul proprio ombelico. In “Nòvi Cristi”, p. 31 condivide (è pur sempre un pediatra) il dramma dei mammòcci profughi, scacciati, sfruttati, violentati, che tentano di passare quei maledetti fili spinati. ’Mpigliàti, / gócce de sudóre e sàngue, / nòvi Cristi, prima d’arampicàsse / aglio carvàrio, / crocefìssi / sènza resurrezzióne. E in “Lampedusa”, p. 34, tesse l’elogio della Sicilia e degli abitanti di Lampedusa: Come / Cristo / insegnò / a Pietro e agli altri discepoli, / anche i pescatori tuoi / sono diventati / pescatori / di uomini, / Lampedusa. Memorabile poi è “La bórza déglio mèdeco”, pp. 36-38, piena della malinconia di un medico (dégli mammòcci) che cura le sofferenze dei più diseredati (Tutto condìto da ‘na spruzzàta de malingonìa) pronto a lasciarla, la malinconia, nella sua borsa avviandosi ad andare in soccorso (‘Chiàppo la bórza, / chiùdo bbène tutto dréndo / e rèscio nella nòtte / camminènno rìccio rìccio / péglio frìddo. / Tòcca ta i’.)

- È un poeta raffinato, padrone della sua arte poetica (che corregge e ricorregge i suoi testi, che conosce e cura la metrica e il suono del verso, con rime all’interno di uno stesso verso, rime sapientemente occultate, ed altre astuzie poetiche, con il “vizietto”, tra l’altro esibito, delle frequenti allitterazioni (Come in “Allitterazzióne della malingonìa”: la malingonìa / non tòlle stélle / dàglio cèlo / ma le allàtta / co’ llàtte trìste. / E non se ne dòle. / Anzi co’ ésse se cùlla.)  

- Affiora nella raccolta anche una (non molto frequente nei testi dialettali) poesia religiosa di una religiosità non tradizionale (fatta cioè di santi e madonne), ma che parte da una contemplazione laica (ispirata a Baudelaire) ma poi via via si eleva. “La danza dell’ànema”, p. 25 è una bellissima preghiera, di grande tenerezza e leggerezza, pervasa di una fede che conosce la dolcezza degli abbandoni e che resiste a tutto ciò che cambia e muta (Tutto chésso pàssa, / ma la màno méa / remàne / sèmbre / nella màno Téa / e a éssa s’affìda / e se pèrde / e s’abbandóna. / E l’ànema méa / dànza co’ Ttì.) L’ispirazione religiosa è presente soprattutto nelle tre “Elevazioni”: “Elevazzióne 1”, p. 63: …arrivata su / si guarda tutto intorno / e / non trova nessuno, / all’infuori della sua solitudine, / è allora / è proprio allora che / essa / si sperde / si smarrisce / si ritrova ancora più sola/ sbanda/ si squilibra/ e/ precipita a capofitto di nuovo giù/ sbattendo amaramente a terra. “Elevazzióne 2”, p. 65: Non riesco più / né ad allontanarmi da questa terra maledetta / né dalle mie paure / né da me stesso / né a salire fino ad arrivare alle vette della consolazione, / vengo inseguito / dai rimorsi / dai fantasmi / dai baratri e / dagli abissi della vita. “Elevazzióne 3”, pp. 66-69: Anima / lieve / leggera / semplice / senza più la ruvida pelle / senza più peso, / senza più il peso / del vivere / del soffrire / del piangere. Essa si sversa in Te./ Creato nel Creatore

 Dante Ceccarini, La fórma della malingonìa, Edizioni Darwup, 2017, pp. 76

 

pubblicato il 3 ottobre 2017