Giannangeli poeta del popolo


Riflessioni sul poemetto “Arie de la vecchiaie” di Andrea Giampietro

 Nato a Raiano (AQ) nel 1923, il Prof. Ottaviano Giannangeli ha assorbito sin dall’infanzia umori, fragranze e sonorità della Valle Peligna. Allievo a Firenze del critico Giuseppe De Robertis e del filologo Bruno Migliorini, egli ha dedicato alacremente la sua vita all’insegnamento, dapprima nelle scuole di tutto Abruzzo per poi approdare all’Università di Pescara. Stimato autore di versi in lingua e dialetto (raffinato cantore che, muovendosi tra il registro lirico e quello ironico, racconta l’essenza più viva e terrigna del suo paese d’origine; creatore di una poetica “spaziale” in cui ha anticipato, sin dai primi anni Cinquanta, l’alienazione dell’uomo moderno, semplice “isolano terrestre” che pure tende eternamente alla scoperta di un universo negli universi), critico che ha dedicato il suo amore per il linguaggio poetico allo studio dei grandi autori moderni (il suo saggio sulla metrica di Montale gli fece guadagnare i plausi dello stesso poeta ligure), autore di canzoni in vernacolo messe in musica da compositori come Antonio Di Jorio e Benedetto Bianchi.
  Con Lu libbre d’Ottavie1 (raccolta di poesie dialettali che vanno dalla metà degli anni Quaranta fino alla data di pubblicazione, 1979), Ottaviano Giannangeli porta a compimento quanto era stato teorizzato dal poeta Alfredo Luciani, quella koinè che parte dal sentimento paesano fino ad arrivare a una lingua regionale, comprensibile nell’entroterra quanto nelle zone costiere, insomma, un vero dialetto abruzzese («O bella parlatura paesane,/ fresche gne l’acque de le funtanelle/ [...] favella me’, tu sî gne na campane/ che sone da lu mare alla Majelle!»2). L’obiettivo di Giannangeli è quello di prendere il meglio dei fonemi dialettali peligni e non, per trarne una lingua che sia il perfetto specchio della nostra tradizione rurale, che porti in sé l’arsura della canicola, il brivido delle ombre notturne, il morso che prende al petto chi lascia il proprio paese o quello che prende allo stomaco il contadino aduso alla carestia, e quindi l’attesa del raccolto, l’ebbrezza per il tempo che trionfa rigoglioso e annuncia la stagione degli amori. E questo, nella sua poesia dialettale, c’è tutto: in sapienti scelte musicali, accordate assonanze, rime scelte e flautate, talvolta aspre ma solo come la buona frutta che stuzzica il palato. Ciò che cambia ed evolve, da Lu libbre d’Ottavie al poemetto Arie de la vecchiaie3 (edito nel 1989), non è tanto la padronanza linguistica ed espressiva dell’autore (come Vittorio Clemente4, che si è dimostrato capace di passare dalla grazia un po’ troppo compassata dei sonetti di Sclocchitte alla disinvolta freschezza delle Serenatelle abruzzesi, per non parlare del breve poema Canzune ad allegrie... di cui lo stesso Giannangeli sposa la finezza narrativa in un perfetto svolgersi metrico) quanto il punto di vista dell’uomo, che dalla prima maturità giunge all’età in cui, di fronte alla montagna del suo vissuto, si rende conto che «nen ce sta chiù da sajje». In quel punto di fissità, la mente si rivolge indietro e, placato ormai l’ardore del rimpianto, raggiunge la tenerezza del ricordo, di chi ormai lascia scorrere la vita senza più il vano, affannoso desiderio di trattenerla.
  Il metro scelto per questo poemetto è la canzone libera, un alternarsi di endecasillabi e settenari, in cui appare solo talvolta qualche quinario, che prepara un crescendo nell’incedere del verso («Chela campane/ che’ lu sone pesènte:/ e appresse appresse se ne va la gente»), oppure fa da intermezzo drammatico, quasi “ammortizzatore ritmico”, allo scorrere dei versi («siente a menì le vuce da la valle/ e te fa stone/ ca le pu’ rechenosce a une a une»). A reggere l’intera struttura del componimento restano comunque l’endecasillabo, che pure nella più dolce intonazione lirica mantiene quel gusto epico ereditato dalla tradizione classica, e il settenario, che ad esso si alterna serpeggiando con agile, misurata destrezza.
 L’attaccamento alla propria terra, il legame con le radici, non è un tema nuovo nella poetica di Giannangeli, anzi, direi che ne costituisce il carattere principale. Ma, come già anticipato, quello che cambia nel percorso dell’autore - di ogni vero autore - non è tanto l’oggetto del suo canto, quanto come esso viene trattato, dopo che l’esperienza umana e la maturazione linguistica hanno portato a un nuovo modo di intendere le cose. Ripenso al Giannangeli più montaliano, che poteva avere un uso spigoloso del verso (intagliato da ricorrenti cesure, da una punteggiatura che traccia duramente il percorso), quando il “correlativo oggettivo” era dominante, e nella concretezza descrittiva si snodavano uno a uno i segni dell’appartenenza. Il caso più evidente riguarda “E mi pareva rinascere in te”, poesia inclusa nella raccolta in italiano Un gettone di esistenza (1970)5,dove la terra natìa risorge parola per parola nella «morsa materna della valle», nel «frusciare di acacie», negli «scabri resinosi pini», nei «valloni striati dal pietrisco», in un sapiente eppure ancora turbato affastellarsi d’immagini che rimandano direttamente alla visione viva del ricordo. Si parla di un Giannangeli più giovane, che ancora non soggiace pienamente al panico agorafobico, e che gli impegni professionali portano a una certa mobilità; l’opportunità del viaggio si riduce comunque a un moto circolare destinato a chiudersi, eternamente teso alle origini: «(Il treno ti angolava sempre nuova,/ ti rapiva al mio sguardo, ti rendeva/ più struggente alla gioia dell’approdo)».
 Il verso «E camine camine», che apre l’ottava stanza di questo poemetto, sembra ricalcare perfettamente «E passe l’anne e passe...», tratto da Lu libbre d'Ottavie. In entrambi i casi siamo davanti a un settenario appeso al filo, seguito da una sospensione di tempo indefinito, forse senza speranza - «e chiù nen te recuorde/ (tiempe luntane,/ dopo nu mese appene)» - ma sempre intimamente soggetto alla brama del ritorno - «Vulesse le scenne tené/ pe revulà a ssa case/ pe rabbracciarme nghe te» -. In fondo basta camminare tra quanto del grano resta dopo la trebbiatura («’mezz’a chesta restóppela puntute»), per esporsi allo sprone del ricordo e stuzzicare la memoria, più o meno sopita, al fine placare il dolore ciclopico del tempo perduto, quando le messi doravano il cielo. Mi sembra l’identica cosa proclamata (come sensazione ancora viva, e non, come nel caso di Giannangeli, oggetto di rimpianto) dal sedicenne Rimbaud: «j’irai dans les sentiers,/ picoté par les blés, fouler l’herbe menue»6 Il poeta abruzzese ricorda di avervi camminato «sott’a chel’ora calle», mentre Rimbaud vi scorrazza «par les soirs bleus d’été»7, ma si tratta sempre della stagione infuocata degli amori: il cuore di bohème, rinverdito dalla calura, dalla frenesia faunesca di abbandonarsi a un’estasi d’oblio («lu papambre che addopie, piane piane»), è lo stesso in tutti e due i cammini.
 Forte è il riflesso pascoliano del focolare domestico in cui ardono faville familiari, tizzone che scoppietta evocando note smarrite: «La voce de je muorte/ sta dentre a na tastiere/ e strille certe vote/ come corda stunate». Simile al “Mon rêve familier” verleniano, in cui nel pentagramma onirico si muove «l’inflexion des voix chères qui se sont tues»8. Possiamo parlare del canto lontano che torna all’orecchio del poeta come di un espediente retorico, caro a Leopardi (per la sua natura di vaghezza che suscita nel lettore emozioni profonde e indefinite) quanto a Pascoli (per cui era spesso un remoto scampanio a destare l’attenzione), ma più ancora è una peculiarità dell’emozione: quando il sentimento diventa cantabile, e la rimembranza riflette una melodia che risuona come strillo di gioia, nenia infantile, serenata d’amore o canto ferale. Ma «chela canzone», che cattura interamente i sensi del poeta, si rivela «n’accorde mai sentite/ che te meneve a pazzià alla mente», qualcosa di ancestrale capace di rigenerare d’improvviso l’animo, di ricondurlo a uno stato di beatitudine squisitamente infantile, degno di essere serbato con gelosia, mentre ancora si rincorre «na file appress’all’atre de sturnielle/ cantate a core a core» che frutta «tesure/ e rise pe’ la vite». È questa insomma un’esplosione di vitalità che per scatenarsi non ha bisogno che di accordarsi a una nota felice, di quelle che percorrono quotidianamente l’età verde della nostra esistenza; diretto contrario dell’implosione di sconforto che rimbomba come tonfo sordo, un’eco di stridente armonia che riveste di cordoglio ogni ansia vitale. Ma anche la morte, per quanto annunciata da un ritmo astioso, acquisisce un tono familiare in quell’ambiente agreste dove il culto dei trapassati e le ritualità liturgiche rendono profondamente vicino il cosiddetto altro mondo. Tanto che lo stesso «fiene faveciate», col suo «fracecore che deve lu ‘ncanteseme», riesce a rendere il senso fragrante della «morte prufumate».
 Nel componimento di maggior riflessione esistenziale di Arie de la vecchiaie, Giannangeli si rivolge a un muretto in rovina all’ombra d’un mandorlo, riposto su una collina, luogo caro alla sua giovinezza, presso cui usava ritrovarsi nel conforto della malinconia. A quei frantumi, che al sopraggiungere della piena sono trascinati in sempre maggior numero a valle, egli confida: «E ve recunfundete/ quasce che’ la muntagne,/ e l’ome s’arrabbatte,/ ve vole recumbonne,/ pe’ nu joche da matte,/ come dentr’a nu sonne». Sulla medesima linea metaforica, nella “Palinodia al marchese Gino Capponi”, Leopardi descrive la Natura come un bambino intento a creare e a disfare impunemente le cose terrene, a comporle e a distruggerle; da questo «gioco reo, la cui ragione gli è chiusa/ eternamente»9, l’uomo tenta in ogni modo di salvarsi ma quello che riconosce come circolo vizioso altro non è che il ciclo vitale destinato a chiudersi con la Morte. Tutto quindi è vano «ché, d’ogni sforzo in onta,/ la natura crudel, fanciullo invitto,/ il suo capriccio adempie, e senza posa/ distruggendo e formando si trastulla»10. A nulla vale la fatica di Sisifo, quando tenacemente ci si strugge per ricondurre a monte le pietre scomposte portate giù dalla piena, ma per riconoscerlo occorre il disincanto della vecchiaia, quella raggiunta precocemente dal giovane di Recanati, e che Giannangeli rivela con incisiva finezza negli ultimi cinque versi di questa stanza: «Fine a quando, che’ l’ome,/ chiù forte nu sdelluvie,/ fenetore de munne,/ ve fa tuccà lu funne/ de na vallata scure». In fondo alla valle tace irrimediabilmente la coscienza e, quindi, la vita umana.
 Se il dialetto, il volgare, è lingua del volgo, vale a dire del popolo, Ottaviano Giannangeli merita di esser definito “Poeta del popolo”, perché nessuno come lui è riuscito, con tanto strenuo impegno, con tanto acume e musicalità, a rendere in una lingua comprensibile al contadino quanto fosse stato duramente conquistato dal genio dell’autore, che si è guardato bene dal perdere contatto col nervo della propria terra. In un saggio autobiografico incluso nella raccolta Poesia come sedativo11, edita nel 1985, Giannangeli scrive: «C’è una poesia (e una poetica) che vuol essere raffinata, rarefatta, intima, astratta, mi spingo anche a dire calligrafica; e ce n’è un’altra in cui voglio riconfondermi col popolo [...] cerco me stesso nel popolo, come un viaggio alle origini, sì, ma senza rinunciare al processo di affinamento che ho acquisito attraverso una cultura personale. Vorrei, questa cultura, ridiscioglierla nel linguaggio popolare e, ciò che sembra più paradossale, in una lingua che il popolo intuisca, e possa riacquisire a sua volta, come cosa che gli è appartenuta e possa riappartenergli. Voglio ridare al popolo ciò che mi ha dato, in un sentimento intenso di vera collettività e direi di totalità di messaggio e di espressione, di poesia e di poetica». Questo dice tutto (anche della generosità di Giannangeli), e restituisce alla poesia in dialetto l’onore e la dignità che da sempre le appartengono.
 Approfitto di questa occasione per porre termine a un’annosa questione posta oltre cinquant’anni fa da Vittorio Sereni12, a cui Giannangeli sottopose alcune sue poesie per un’eventuale pubblicazione nella collana “Il Tornasole” di Mondadori. Pur apprezzandone le qualità di scrittore, Sereni “contestò” la poetica di Giannangeli, sostenendo che i suoi versi erano circoscritti a una realtà regionale, e che la sua vena si spegneva in un canto folkloristico, pur piacevole ed arguto; quasi come se la descrizione del rapporto con la sua terra non fosse altro che un’intima celebrazione affettiva, aliena da un discorso poetico universale. È un peccato che un autore come Sereni si sia dimostrato tanto miope, perché se si contesta Raiano come motivo ispiratore di Giannangeli, bisognerebbe fare lo stesso con Castelvecchio per Pascoli o col «natio borgo selvaggio» per Leopardi. In questo caso si dimostra miglior critico il Prof. Giorgio Bàrberi Squarotti, che nell’opera di Giannangeli riconosce la capacità «di vedere da un minimo punto, la verità intera dell’universo», ed insiste affermando che «tutti gli elementi concreti e familiari della patria paesana, costituiscono per la virtù della poesia i gradini dell’ascesa della mente verso la rivelazione e la comprensione delle ragioni dell’esistenza»13. Il Prof. Renato Parente arriva addirittura, nel suo saggio “Rileggendo il Romancero di Giannangeli”14, a trovare un comune denominatore tra la vitalità umana ed espressiva della Valle Peligna e l’humus della terra di García Lorca (poeta di riferimento dell’opera giannangeliana), affermando che il nostro «autore, nel cammino a ritroso verso le sorgenti popolari e regionali della sua poesia, si incontra con un repertorio di parole e immagini che è da considerare comune, quasi archetipico, per lingue e culture sorelle». Insomma, la rappresentazione della più piccola situazione quotidiana, dei più semplici eventi che si manifestano nei limiti del proprio paese, della propria gente, viene fatta risalire dal poeta alla trama universale in cui sono intessuti i destini di tutti gli uomini, al di là del tempo e dello spazio. Le «vaghe stelle dell’Orsa» vengono sì rimirate dall’albergo di una privata fanciullezza, ma sono generatrici di una luce che, dal proprio angolo di reminiscenza, si estende a un tutto che è memoria collettiva, estensione vitale, strazio dell’umanità intera.

------------------------------------------

1 Lu libbre d’Ottavie (Sulmona, Libreria Editrice Di Cioccio, 1979)
2 Alfredo Luciani, “Za Mene”, II, vv. 1-2, 7-8, da L’opera in dialetto (a cura di Ottaviano Giannangeli), L’Aquila, Textus, 1996
3 Arie de la vecchiaie (Pescara, Editrice Nova Italica, 1989)
4 L’opera omnia del poeta di Bugnara è stata tradotta e curata dallo stesso Giannangeli: V. Clemente, Canzune de tutte tiempe (Lanciano, Editr. Itinerari, 1970)
5 Un gettone di esistenza (Milano, Edizioni Edikon, 1970), vincitrice del Premio Cinque Vie
6 «Andrò per i sentieri,/ pizzicato dal grano, pestando l’erba fina» (Arthur Rimbaud, “Sensation”, da Poésies)
7 «Nel blu di sere estive» (Ibidem)
8 «La tenera inflessione di voci adesso mute» (Paul Verlaine, “Mon rêve familier”, da Poèmes saturniens)
9 G. Leopardi, “Palinodia al marchese Gino Capponi”, vv. 166-167, da Canti
10 Ibid. vv. 169-172
11 Poesia come sedativo (Pratola Peligna, Arsgrafica Vivarelli, 1985)
12 La lettera autografa di Sereni a Giannangeli è pubblicata in Poesia come sedativo (1985) 

13 Giorgio Bàrberi Squarotti, “La poesia di Giannangeli”, introduzione a Antologia poetica: in lingua e dialetto di Ottaviano Giannangeli (Comune di Raiano, 1985)
14 Edito in Rivista abruzzese, a. LXIII, n. 3, luglio-sett. 2010

 

Andrea Giampietro