Monologhi da specchio di Marcello Marciani


Recensione di Nelvia Di Monte

Le due citazioni poste ad esergo tracciano da subito le linee guida di questa raccolta: la prima, da un sonetto di Shakespeare (Guàrdati nello specchio, e dì al volto che scorgi / Che è tempo per quel volto di modellarne un altro), schiude le tematiche affrontate. La seconda, dal testo La mela di Amleto di Toti Scialoja (Cerco l’ago nel pagliaio / cerco l’ego nel migliaio), ci riporta ad un tratto caratteristico di tutta la scrittura di Marciani, in un lungo percorso iniziato negli anni settanta: l’attenzione alla lingua e ai linguaggi, alla struttura compositiva del testo poetico, sfruttando e piegando al proprio scopo artifici metrici e figure retoriche. Va considerato anche l’aspetto espressionistico della parola, potenziato dal suo valore fonetico, da neologismi, calchi e parole dialettali, termini colti o desueti. Non si tratta di una ricerca fine a se stessa: da sempre una precisa istanza etica traspare dai testi, ma mentre in alcune precedenti raccolte (ad esempio in Caccia alla lepre, Mobydick 1995, e Per sensi e tempi, Book Editore 2003) la critica sociale era espressa in modo più ironico e canzonatorio, nel tempo si è fatta più marcata, spesso amara e pessimista.

Marciani, che ha scritto altri componimenti in versi in dialetto frentano su vari personaggi (come in Rasulanne, Cofine 2012), in quest’opera in lingua fonde esposizione narrativa e poesia in testi  strutturati in ottave o in quartine, dove i protagonisti raccontano di sé o dialogano o meditano sulla realtà in cui vivono. Personae, il titolo della sezione principale, è il nome delle maschere che gli attori latini indossavano per interpretare diversi caratteri: e la rappresentazione si snoda tramite dei monologhi “da” specchio, poiché il personaggio diviene la superficie riflettente su cui osservare ambiti ben circoscritti della società odierna, di solito i più intricati, ambigui, dolorosi in cui l’individuo si trova immerso. Lo sguardo etico di Marciani si è fatto più critico sugli esiti di un presente che pare aver accantonato ogni ‘principio speranza’ per il futuro. E lo stile acquisisce di rimando una vena saturnina, in sintonia con le tematiche, ma assai lontana dalla giocosa per quanto sferzante prospettiva scelta in altre raccolte. Lo esplicita il poeta nel testo d’apertura, Lo scrivano, il quale, simile a una controfigura allo sbando, si sofferma sul suo compito ingrato di trascrivere parole: la poesia è un freddo martirio indecente: / se è schietta s’attana, non tenta consenso.

L’autore, che “trova nel taglio teatrale la migliore esemplificazione della diade essere/nulla: l’essere che straparla del proprio destino, il nulla che frantuma le singole esistenze” (dalla prefazione di Donato di Stasi), pone sulla scena personae condannate ad una solitudine che è distanza da una autentica umanità, da rapporti affettivi reali e non virtuali, da una reciproca comprensione. Così La vagante cerca, chattando, di accantonare le sue inutili nostalgie da infanta matusa. Nello stesso modo la Donna allo specchio, in là con gli anni, confessa: Seicentotrè amici in rete fanno assolo / stratosferico di intrippati convegni: / pigio e godo ai “mi piace”, cucio nel raso / dell’inconsistenza una vita che incresce. E lo Stripman, mentre si prepara ad esibire un corpo appariscente oleato di deltoidi, si chiede chi sono se solo un simulacro vedono / non sanno che dentro ho un cratere che sbronca… / per te anima svampita dal sudore / che celi il miracolo del tuo pudore. Molto intenso è il Diario di una badante, che rimugina sui danni provocati dall’alzheimer alla signora che accudisce: l’arrollo nel plaid pensando a che regia / canina la dirige nel film oscuro / che a pizzi e morsi la pellicola spezza / le impedisce ogni montaggio di salvezza.

Scena dopo scena si sciorinano fatti, storie, aspettative di tante vite che si aggrovigliano senza via di scampo. Perché le stesse parole, quasi materiche nel composito amalgama linguistico, con cui i personaggi cercano di dare consistenza a un vissuto frammentato e aleatorio, nello stesso tempo sembrano bloccarli in una situazione di caos che solo un deus ex machina, come Il tecnico del pc del testo conclusivo, può cercare di rassettare, ma non può mutare se è una guerra intestina che mi trapassa / ogni controllo remoto ogni rammasso.

Forse per Marciani la complessità e la artificiosità della lingua della poesia diventano il vero specchio della realtà, poiché plasmano parole che cercano di svelare i bisogni più autentici e sinceri, anche se celati dietro le apparenze o dimenticati. Sono Les revenanants a riaprire, da un passato ormai perduto, questa pagina in cui nascondi / le verità d’amore, a suscitare il tarlo del dubbio, pesante come una condanna: sei tu a tradirmi in metafore e sommosse / di una lingua che certifica l’inganno.

 

Marcello Marciani, Monologhi da specchio (Robin Edizioni, Torino 2017)

 

Nelvia Di Monte

Pubblicato il 13 settembre 2017