Il sole visto di lato di Annalisa Manstretta


Recensione e scelta di testi di Maurizio Rossi

Annalisa Manstretta è nata a Stradella nel 1968. Ha pubblicato le plaquettes: Viaggi, Lietocolle Libri, 2000; In questo punto esatto della terra, Fiori di torchio, 2009; Lune autunnali, Il ragazzo innocuo ed.,  2009.

È stata tra i sette vincitori del Premio Montale Europa 2004 inediti. Ha pubblicato la raccolta La dolce manodopera, Moretti e Vitali, 2006 (premi opera prima: Delta Poesia 2006, Orta 2006 e Alfonso Gatto 2007),  Suoi testi compaiono nelle antologie Oltre Poesia, a cura di F. Lavezzi, Momboso ed., 2007 e Jardines secretos, Joven poesia italiana, a cura di E. Coco, Sial Ediciones, 2008.  Il sole visto di lato è risultato vincitore del premio Caput Gauri 2012 e del premio Luciana Notari 2013. Per Atì è uscita nel 2015  la nuova raccolta di poesie Gli ospiti delle stagioni.

 Sembra evocare “un nuovo umanesimo” nella raccolta Il sole visto di lato (ATI ed., 2012), nella quale l’Autrice è “dentro” il mondo e la natura e osserva, conosce, con la vista, il tatto, l’udito, l’odorato, il gusto: non semplice spettatrice, ma parte della natura e delle cose, come individualità in posizione privilegiata, senza dominare, ma solo “partecipare”. Tant’è che il mondo esterno entra in quello interiore e  quest’ultimo trasuda dai versi.

Per chi lo conosce, viene da pensare a Raimon Panikkar, colui che con la “cosmoteandria” riconduce ad unità, in una sostanza senza tempo né spazio, l’uomo, il cosmo-mondo, la divinità-Spirito. Ma al di là di queste riflessioni di lettore- ascoltatore, da parte dell’Autrice non c’è alcuna presunzione di interpretare la realtà, di fare filosofia su di essa: non debbono trarre in inganno le sezioni “prima lezione sullo spazio” e “seconda lezione sullo spazio”, dove “lezione” è intesa nel suo significato originario di “lectio”- “lettura e commento” fatti con sapienza e pazienza - è ciò che possiamo “com-prendere” della realtà, quando udiamo e osserviamo, usando quei meravigliosi strumenti che possediamo da sempre e che nessun tablet, computer, i phone, potranno mai sostituire, ma solo imitare.

Ci sono colline amichevoli

e colline aspre, che non concedono nulla.

Tutte simili, mettono a dura prova vista e memoria,

le sfiancano. Fanno da sole, la forma di un mondo.

Sopra le mie spalle si distende il tramonto,

così vasto che pesa.

Con la testa che ha ormai solo un filo di forza

riconosco il sole, riconosco la luna.

Qui trovano posto le loro smisurate moli con agio,

e immensi latifondi azzurri ancora restano vuoti.

Il sole dal lato sinistro, la luna da quello destro,

due cerchi perfetti. In questa campagna astrale

ci son finita io, quella fuori scala,

dalla taglia modesta di una donna.

 

“fuori scala” esprime il senso del limite, ma anche della diversità e dell’unicità dell’umano;  “taglia modesta d’una donna” ne rafforza l’immagine: affiora la percezione, più che semplice visione, di stare in uno spazio immenso, una vastità che pesa, ma non schiaccia. Non è “matrigna” la natura, eppure al suo cospetto ci si scopre fragili – a differenza degli alberi – perché abbiamo occhi e cuore, che essi non hanno

 

Uomini e alberi

Gli alberi sono senza cuore

gli alberi sono senza occhi

sopportano senza scomporsi

che venga tolto loro il sole.

Cambiano modo di respirare. E continuano.

 

Senza occhi e senza cuore

si cresce avendo per tutto il giorno,

per tutti i giorni davanti il cielo.

Per chi non si muove non hanno valore

ovest e est: allora butta pure azzurro dove vuoi.

Butta cielo a nord, cielo a sud

a ovest, a est. Cielo eternamente davanti.

 

 

Forza del vento, ampiezza del buio, aperto cielo.

Con questo si misura l’albero perché non vede.

E non vede con che graziosi fiori

si adorna, con che foglie,

non appena rimane più tempo alla luce,

non conosce le forme, gli uccelli gli hanno scelto i colori.

Indenne passa la privazione di foglie,

non si salva nessuna. Nel buio non vede e digiuna.

 

 

Piccole bestie, amici, compagni di paura,

non disperiamo troppo presto.

Abbiamo occhi noi, abbiamo fiuto,

si paga caro il bisogno di conforto,

di casa, di tana, di cure alla prole.

Difficile ci è il mondo e immenso,

ma è poco più grande di noi chi ci sbrana.

 

 

Ma l’albero si radica all’aperto,

è vivo, sotto i suoi colpi, fa fiori,

ciliegie dolci, e fa profumi e fichi.

Consideriamo un’antica parentela

consideriamo che non ha paura

e come dolci e profumate cose

vengano su dalle radici

e dalle vastità che cieco porta.

La vastità del cielo, tanta che nessuna tristezza o gioia umana può riempirlo, le tempeste, il sole allo zenit, le notti illuni, colpiscono e feriscono solo chi vede, sente e si muove: tanto è il prezzo da pagare per la co-scienza. Eppure le piante insegnano che c’è un altro modo di com-prendere, che travalica i sensi e quasi prescinde da essi: la consapevolezza  acquisita con gli “anni che passano negli anni,/ la crescita, ogni giorno il tempo buio del riposo,/ l’andirivieni del respiro/… insomma la percezione del vivere “compresa” in uno spazio “enorme”; gli stessi versi si dilatano e si spandono in un ritmo che ha il respiro della risacca del mare senza orizzonte. Il mare e la campagna, peraltro, sono molto simili.

 

Gli spazi enormi

Gli spazi enormi dentro la campagna

sono difficili da considerare.

Vedi meglio la foglia, la casa,

il tronco, il sentiero, il fosso.

E’ semplice confrontare il loro aspetto,

il grosso, il piccolo, il bianco, il rosso.

E facilmente l’occhio prende le distanze:

la gallina sulla strada, le montagne

dietro le colline, in fondo,

i fili d’erba verdi attorno al fosso,

il bosco oscuro sul versante opposto.

 

Ma l’allargarsi attorno,

tutto quel vuoto che ti fa vedere l’orizzonte,

l’aria che diventa azzurra, le concavità del mondo,

a tutto questo giri solo attorno…

 

Gli anni che passano negli anni,

la crescita, ogni giorno il tempo buio del riposo…

...dicono invece, che questo spazio lo capiamo meglio:

nessun adulto chiede più, come fa un bambino,

se ogni anno tornerà Natale.

 

Colpisce la semplicità dell’eloquio poetico, che descrive con tanta attenzione ciò che l’occhio vede e il mondo interiore elabora e restituisce con le parole: la Manstretta non vede ciò che vuole vedere, ma ci racconta cosa suscita in lei- emozioni, pensieri, fantasticherie – ciò che è“La pianura è un massimo comune multiplo/ spiattellato ai quattro venti/…Altrove: Questo è un Oltrepò di cielo e colline./ Tra una collina e l’altra, vallate di aria/ vento e coppie di rapaci che passano/...Intanto da tutte le parti si è allargato,/ salendo dalla pianura: è il cielo di qui,/ così grande che fa quasi paura./

Tanta “onestà” nel poetare (ben differente dalla pur apprezzabile “onestà poetica”!) si riflette nella ”verità del suo mondo poetico” che le fa preferire i papaveri alle rose: “sono un vuoto nel paesaggio le rose,/ un buco nella mente,/ dietro tutto quel rosso non c’è niente./ E’ talmente “osmotico” il suo legame con la natura, che della natura, come degli uomini, rifugge l’apparenza vuota, l’esistenza solitaria, autosufficiente: le rose, appunto, che “stanno da sole in qualunque giardino”, contrapposte ai papaveri, che hanno un luogo proprio, sono parte di un Tutto vivo e a quel Tutto partecipano

 

I papaveri e le rose

Sono nata a maggio in campagna,

nel mese che fa spuntare i fiori rossi.

Ma diversi sono tra loro i papaveri e le rose.

 

Le rose non hanno terra,

stanno da sole in qualunque giardino,

sono senza volto. Fioriscono, appassiscono,

seguono, fedeli, in questo, il mistero vegetale,

i giardinieri, nei secoli, hanno fatto il resto.

Buttano il profumo dall’alto, arrampicate…

...Sono spaventata dalle rose:

troppi petali, troppi fiori,

forme falsamente ordinate, complesse.

Sono un vuoto nel paesaggio le rose,

un buco nella mente,

dietro tutto quel rosso non c’è niente.

 

I papaveri hanno quattro petali,

non hanno odore, sono rossi e basta.

Per questo l’aria li aiuta

e mentre spuntano si riempie di cose profumate

l’odore dolce dei fiori del tiglio,

quello ancora più dolce delle robinie,

i papaveri hanno la faccia della stagione che si allarga…

...Le cose si aiutano a fare la fine di maggio

come da sempre va a finire qui:

papaveri, tigli, robinie…

Anche i colori hanno un senso, dal momento che “sostanziano” le cose ed “entrano” nelle persone: ciò che sembra bello, puro, calmo, come il bianco e ciò che esso rappresenta e rivela, può essere un “killer” ; un virus che ti entra dentro e di uccide, con dolcezza, come in questa poesia evocativa di luoghi, situazioni, affetti, solo apparentemente gustosi, piacevoli e pieni d’interesse

E’ il bianco il colore più aggressivo.

Come un predatore si acquatta furtivo,

è più abile: in piena luce avanza in silenzio.

 

Piace ai bambini la neve

cade lenta, silenziosa, dall’alto

tutto diventa bianco. Un paesaggio incantato.

 

Piacciono alle donne i bianchi

vestiti da sposa, i tulle, i veli, i rasi.

 

Sono ancora belle in campagna

le siepi fiorite dei biancospini.

 

La vista, inconsapevole, si posa

su questo fiore pallido, delicato.

 

Il bianco i fa fuori dall’interno

ma dolcemente, sì, molto dolcemente.

Così, Il sole “visto di lato” non brucia le ali dell’ Icaro-lettore, perché in questa silloge – dal verso piano, godibile - lentamente porta in alto, mentre porta più “dentro” le cose della vita – non c’è l’intento di dare risposte o suscitare interrogativi più grandi di noi; c’è la “lente” di Palazzeschi che fa vedere il cuore del Poeta, nel quale il lettore spesso si riconosce, o almeno, impara a scrutarsi.

Note di pregio, sono anche la cura nella scelta delle parole, nella punteggiatura- spesso considerata dai poeti un “di più” o “inutile”- il ritmo, le assonanze e le rime interne: non requisiti indispensabili nella Poesia, ma certamente -quando ci sono- un valore aggiunto.

Annalisa Manstretta, Il sole visto di lato, ATI ed., Segrate (MI) 2012

 Maurizio Rossi

  

pubblicato 24/7/2017