Il silenzio necessario di Luca Pizzolitto


Recensione e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Ho letto più di una volta Il silenzio necessario, la raccolta più recente di Luca Pizzolitto: la parola che trasporta la ricerca schietta, quella che non nasconde l’affanno sotto il cerone, richiede attenzione raddoppiata. Eccomi allora qui, dopo rinnovata lettura, a dire del disarmo e del disincanto, dalle cui postazioni si sporge questa poesia. La postazione è mobile, perché l’altalena di rabbia e di speranza è percorsa come un tragitto, quello da Torino a Pordenone (nella poesia Torino-Pordenone in questa raccolta), che attira e che lacera, e perché è pur sempre su un abisso che ci si sporge. L’amata solitudine è scossa, turbata – vuole esserlo, sembra – dagli incontri, con gli umani, con il cielo, con quel che vive, scivola, si trascina, sorvola sulla terra; il pensiero corre, allora, al ‘se’ delle altre vie e delle altre vite percorribili e mancate. Si sporge, sì, e da quella sospensione può scorgere quello che non tutti riescono a scorgere, fiori blu e fiori appassiti, il futuro che già si sa irrealizzato e l’epilogo già pervaso di nostalgia (e viene da pensare alla poesia Trockne Blumen, “fiori secchi”, di Wilhelm Müller, divenuta poi il diciottesimo dei Lieder del ciclo Die schöne Müllerin musicato da Franz Schubert).

L’amore è l’amore delle “notti trasandate”, è l’Amore, come potrebbero pensarlo i parlanti di quelle lingue in cui il sostantivo per designare l’amore è di genere femminile. Sono incontri che hanno i connotati, a volte, dell’epifania, come avviene nella Notte di dicembre, che porta lo stesso titolo di una celebre poesia di Alfred De Musset, nella quale viene svelata l’identità della persona “vestita di nero” che appare all’io lirico, a cadenzare le fasi della sua vita, come affine, “fratello”, come presenza enigmatica e familiare allo stesso tempo. Se nell’omonima poesia di De Musset, dunque, la ricorrente apparizione svela, alla fine, la sua identità, nella Notte di dicembre di questa raccolta lo slancio e il mistero si concentrano su un “tu” che resta senza nome.

Disarmo, disincanto, resa, rabbia, speranza sono vissuti, tutti, nella dimensione dell’attesa, sulla quale il poeta insiste con la consapevolezza del più che probabile fallimento dell’impresa e, ciononostante, con notevole tenacia. Quell’attendere, la pazienza o il dolore bruciante, aprono la porta a un’ipotesi, vale a dire che il silenzio sia necessario, come rivela il componimento finale, che ribadisce, nonostante l’incanto-vortice del nulla, un sì alle parole-cose-sentimenti che non si possono, non si vogliono sopprimere. Allora, forse, quell’avvento che si ripete ossessivamente e che non fiorisce in un Natale, potrà trasformarsi nell’elenco, in positivo, delle “piccole cose” (nella poesia Le piccole cose), che richiama apertamente la poesia Piaceri di Brecht e che si riveste, tuttavia, dell’universo del “se”, dell’ipotesi, della promessa, della ricerca di pienezza.

 

© Anna Maria Curci

 

***

 

Avvolto in un’alba di luce e rovina

 

Avvolto in un’alba di luce e rovina

precipizio e salvezza per l’anima

che mendica un tozzo di quiete

– la porta dell’attesa, mancano

argomenti non c’è parola necessaria

per scandire l’infinito per tracciare

il confine del nulla col nulla.

 

Disincanto che avanza nel disarmo

inesorabile, cieli infranti e

inesprimibile nostalgia.

 

Amo perché non conosco

amo perché sono folle incosciente

amo come si inciampa,

esondo nel mondo e divento

i tuoi occhi.

 

Sii per me riposo risveglio preghiera.

 

Riconoscerò la tua voce

e sarò pronto alla danza.

Corpi gratitudine pelle su pelle

alla deriva degli sguardi ti sfioro

appena e tanto mi basta.

 

Hai destato in me la veglia e il canto.

 

Attraverserò la notte

per regalarti un’altalena.

 

*

 

Le porte del disincanto

 

Non lasciar dormire la mente

nell’afa di agosto,

nel pianto di settembre.

Non scordare aperte

le finestre della notte

le porte del disincanto,

e quelle della meraviglia.

 

L’amore ci coglierà inaspettati,

e nel brusio di un nuovo aprile

saremo vento sull’autostrada

che dal mare conduce a te.

 

*

 

Millimetro dopo millimetro

 

Millimetro dopo millimetro

si avvicinano i nostri sguardi

randagi i nostri sguardi pieni di paura

scivola il labbro sulla pelle

nel tempo che resta al tempo

– fuori marcisce il giorno

reciti a bassa voce

l’alfabeto del riguardo.

 

I nostri corpi terre straniere,

il confine è mano che trema

vicino alla mia.

 

*

 

Notte di dicembre

 

Da dove vieni

e dove stai andando

con quel sorriso

madreperla che rischiara

la notte e affondi

le labbra in un bicchiere

rosa socchiudi gli occhi

respiri come se il mondo

non avesse mai pace.

 

L’amore si rompe

sotto un cielo di stelle,

non trovo parole.

 

Vorrei stringerti ancora

e danzare sentendo

il profumo del collo

sapere il tuo nome.

Vorrei parlarti di me

delle solitudini al mattino

le notti gravide di attese

gli anni brina che

si sciolgono in pochi istanti

o in un bacio rubato

alle stelle, stanotte.

 

Da dove vieni

e dove stai andando,

la musica soffoca pensieri.

Resto seduto vicino

al banco di luci al neon,

osservando te che

ti volti di spalle e

come una piuma

scivoli giù.

 

*

 

29 dicembre

 

Respirare i tuoi capelli

chiarore del mattino

quando dormivi in macchina

e per cuscino avevi le stelle

ora in ciabatte attendi

l’alba dei figli e la sera

ti strucchi incendiando i ricordi.

 

*

 

Le piccole cose

 

Il tempo passato a dormire.

E quello steso sul divano a guardare il soffitto.

Il rumore di una lacrima. Il cane si adagia sul letto.

Camminare scalzo sulle piastrelle. Il calore dei termosifoni.

Guardare le persone negli occhi, ascoltarle

finché hanno qualcosa da dire. Una birra ghiacciata

in agosto. Abbassare le tapparelle e leggere,

leggere in pieno giorno, leggere alla luce d’un abat-jour.

La prima sigaretta dopo il primo caffè del mattino.

Ascoltare sempre i soliti dischi.

 

Le parole che non riesci a dire.

E quelle che avresti potuto evitare.

 

Quando senza sfiorarci, vicini, camminiamo per la città.

Il silenzio della montagna. Il frastuono ossessivo del mare.

Le promesse in cui crediamo, dopo aver fatto l’amore.

Le stesse promesse che non manteniamo mai.

Tagliarmi i capelli da solo.

Le scarpe che indossi in ogni stagione.

Come sai farmi ridere, e planare, sulle tragedie.

Quando mi prendi vicino perché

capisci che ho paura. La lana sulla pelle.

Pensarti felice, anche se forse non è così.

 

*

 

Il silenzio necessario

 

Negli occhi di un bambino

nei baci mancati

nelle labbra sottili

nella notte a pochi passi dal mattino

 

nella resa dei tuoi occhi

nei corpi invecchiati dal tempo

nelle cravatte annodate per bene

nei giorni vuoti nei giorni di gioia

 

nell’amicizia che consola

nell’amore che non viene

nella ricerca smarrita

nel desiderio di riposo.

 

Ora so dove nascono i fiori

prima che il vento ne faccia profumo.

 

***

 

Luca Pizzolitto nasce nel 1980 a Torino, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale. Nel 2012 pubblica per Thauma Edizioni la raccolta La terra dei cani. A questa segue, nell’aprile 2014, Ogni gesto produce rumore, per la Fondazione Mario Luzi Editore. Nell’ottobre 2014 viene pubblicata da Ladolfi Editore la silloge Una disperata tenerezza. Sempre per Ladolfi Editore esce, nel 2015, la raccolta In disabitate lontananze.

Con Transeuropa ha già pubblicato nel 2016 la raccolta La nuda vita.

 

 pubblicato 19-07-2017