FERDINANDO FALCO. Antologia


A cura di Mario Melis

[Aprile 2017] FERDINANDO FALCO. ANTOLOGIA a cura di Mario Melis, collana Aperilibri, n. 7, Roma, Edizioni Cofine, pp. 32, e. 5,00

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Questo volumetto, il settimo della collana “Aperilibri”, raccoglie alcune poesie di Ferdinando Falco (Caivano 1936 – Roma 2016), pubblicate in volume tra il 1974 e il 1992, più una poesia tratta dal romanzo Uneide (Roma, Cofine, 2002).

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L'AUTORE                        

Ferdinando Falco è nato a Caivano (NA) nel 1936. Ha pratica poetica che si snoda dal 1974 fino agli anni Novanta ed altrettanta pratica di narratore con opere solo apparentemente pausa dall’impegno di poeta.
Ha pubblicato le raccolte poetiche: In lode della magia, Il Messaggio, Gela, 1974, foglio n. 33; Tecnica di settembre, Il Libro, Roma, 1974; La bardana del Greco, Barbablu, Siena, 1980; L’ampiezza a dimora, Messapo, Siena, 1982; Sonetti in forma di poesia, Hetea, Alatri, 1989; L’ombra, “poesia in piego”, Roma, 1990; Piccole esecuzioni, Roma, 1992. Nel 2002 ha pubblicato per le edizioni Cofine il romanzo Uneide e, nel 2010, un altro romanzo dal titolo Agiografie profane (edizioni Accipiter).
È morto a Roma l’8 luglio 2016.

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NEL LIBRO                               

Introduzione di Mario Melis

Compagni: sottratto il termine alla tassonomia, o alla nomenclatura politica e restituito all’origine cristiana di quanti condividono il pane ( e/o la sua mancanza) così sono stati in vita e in poesia Achille Serrao (1936 – 2012) e Ferdinando Falco (1936 – 2016). Il secondo legato per la nascita a Caivano, in Campania, e l’altro per esilio dallo stesso paese, nella deportazione a Roma, entrambi inurbati con una nostalgia nel sangue, che nella metropoli straniera persuadeva a incontri quotidiani di una memoria taciuta e confidata ai versi.
Scrive Serrao: fujute tutte quante secutanno ’o ciuccio ’nnante, ’e notte … in Mal’aria nel volume omonimo (1990); e Falco in “Canzone crescente per la patria”: Ah mio grido di dolore senza inizio e senza fine ti ripeto a scandaglio di cielo simigliante / Meridione … (L’ampiezza a dimora, 1982).
La dura necessità di procacciarsi il pane li univa già nel destino della famiglia paterna. E il padre è in entrambi figura costante.
Un giorno bisognerà compilare una storia individuale e collettiva di questi intellettuali espatriati dal Sud, sodali di milioni di migranti al tempo del cosiddetto miracolo economico.
È comprensibile, allora, che in questa condizione i due giovani letterati ricorressero per esprimersi al prestigio consolidato di un ermetismo agli sgoccioli, che assicurava nel loro caso un’integrazione nella repubblica delle lettere e garantiva del loro status di poeti.
Ma non è a dire che non intuissero, seppure confusamente (nonostante i saggi di Serrao su Luzi) l’inadeguatezza di quel modello per le loro umane esigenze, se per lo più ne privilegiavano la versione meridionale di Gatto.
Persino le incursioni nello sperimentalismo della neoavanguardia (si veda per Serrao Destinato alla giostra, del 1974) miravano a liberarsi di quel dettato, per un’adesione maggiore alla realtà tout court e a quella della Storia, talora con il risultato di sostituire un formalismo a un altro formalismo.
Ed è a questo punto che i non più giovanissimi poeti si appropriano dell’autonomia della loro identità e in poesia le strade dell’uno divaricano da quelle dell’altro, come è naturale per una scelta linguistica diversa, che per Serrao prevede anche l’opzione dialettale.
Ma il nostro tema è Falco.
A segnarne l’inesausta coerenza sta un volumetto autoprodotto, in cui Falco pubblica nel 1992 le sue prove poetiche del liceo, dal titolo ambivalente di Piccole esecuzioni. Esecuzioni come sentenze capitali, che la poesia compie del tempo e delle sue incarnazioni, ma anche andamento musicale.
Qui si possono leggere versi come Padre di case ancorate a calcare (in “Dall’esilio per fame”) riproposti identici in esordio alla citata “Canzone crescente per la patria” (nella seconda delle sillogi del Nostro, L’ampiezza a dimora) ora però in una logica narrativa da grande esecuzione, con un moto elicoidale e sinfonico, dove una clausola torna continuamente per riprendere un discorso infinito.
È la cifra di racconto che Falco introduce in Tecnica di settembre (1974) rispetto ai riferenti iniziali, come segno dell’avvenuta maturità.
Ma il fatto è che la maniera in cui concepisce la realtà, come un universo di atomi e di cellule in un moto ciclico e ininterrotto non può prevedere svolgimento nel senso dello sviluppo. Una narrazione, dunque, senza storia e/o Storia.
A questa logica rispondono gli incipit con lettere minuscole di quasi tutti i testi di L’ampiezza a dimora, riferiti a un continuum senza esito della realtà naturale.
E la condizione riguarda anche l’uomo nella sua identificazione con il destino delle cose nel ciclo insensato della Natura. Alla fine non esiste che il presente.
Se in Serrao la conquista dell’identità rimanda ai luoghi e ai tempi del suo Sud, in Falco non c’è che una registrazione di eventi dell’esistenza attuale, di un uomo sradicato dalla essenza umana. Persino la memoria è memoria del presente, confusa in un’accumulazione di detriti, residui o destinati a diventare tali, giustapposti ad azioni di un carattere analogo.
Di un presente di deiezioni, maleodorante e magmatico, testimonia in cornice un registro linguistico aulico, talora in funzione parodica o come memoria di una norma perduta, mescidato a ricorsi di provenienza diversa, non ultima dal dialettismo meridionale.
Questo il quadro, che però non giustifica, come è accaduto per certa lettura critica, sovrapponendo la concezione della Natura e dell’uomo al senso della poesia, la negazione del carattere prevalentemente lirico del discorso di Falco.
Si tratta di un universo complesso, dove una legge indefettibile di costruzione e distruzione, che poi riduce la diade a quest’ultimo elemento, è proposta per collocarvi all’interno la condizione umana. Un lirismo drammatico, se vogliamo azzardare una definizione sintetica. L’io vi compare infinite volte, direttamente o dissimulato dietro figure di poeti (Tibullo, Catullo, Mimnermo) in rimandi dottissimi, che è l’altra cifra di questi versi.
Alla lettura critica, poi, non può sfuggire che la concezione atemporale, cosmica (a cui manca persino una leopardiana madre – matrigna, che è in fondo un corrispettivo di Dio) altro non è che un modo di assolutizzare una situazione storica.
Ma a cosa, allora, affidare la speranza?
E qui si apre la questione di un ritorno alle origini, che Falco evidenzia in una sperimentazione molteplice del sonetto, comune a molti nostri poeti contemporanei (vedi Zanzotto), ma in una prospettiva differente. Si leggano del Nostro La bardana del Greco (1980) e Sonetti in forma di poesia (1989). Ma l’operazione non avviene, come per altri, sulle orme del sonetto petrarchesco, il raffinato e rarefatto petrarchismo in cui si è estenuata tanta poesia italiana, anche dopo l’eversione dei manzoniani Inni Sacri e Odi.
Il cimento con la struttura chiusa del sonetto non è solo un dato tecnico (non lo è mai in un poeta) e non può che rimandare analogicamente, nella forma propria della letteratura, a una verifica delle possibilità insite in altri versanti costruttivi, al di là della lettera, diremmo.
Nello specifico il “ritorno alle origini” arretra in Falco oltre lo schema stilnovistico del sonetto fino al momento, come scrive Francesco Paolo Memmo, in cui la forma si plasmava e diventava adulta.
Ne La bardana del Greco allo schema della quartina stilnovistica Falco oppone quello ABAB dei nostri primitivi.
Si veda Jacopo da Lentini:

“Amore è uno desio che vien da core
Per abundanza de gran plazimento.
E gli ogli in primo generano amore
E lo core gli dà nutricamento”

Una scelta, sostiene il poeta, operata per una maggiore incisività nella rappresentazione, Qualcuno potrebbe dire “rozzezza funzionale”.
Occorre ripartire da zero. Da qui anche la scelta di Falco dell’onesto e estremo reazionario, cioè del rivoluzionario, se nell’etimo è un moto che ritorna al suo inizio.

 

 

LETTERA A DONNA LONTANA
(da Tecnnica di settembre, 1974)

Mi dicevi carissima Varsavia desolata
uccelli e topi per le scale e le stanze
mentre inchiodavo fra lenzuola e buio a un’incognita
meno antica dell’ameba i nostri corpi al buio
e alle giunture del vilucchio destinati Ma
il ricordo non è l’aggrottarsi della fronte Ha bisogno
di stimoli Sull’Aventino gli alberi
hanno nodi alle mani dalie nei chioschi
mirto sanguinante

Odo la ruggine e tuttavia persisto in un odore
d’olio e di rose e già nel legno che vivo dei miei tarli
so quanto vale questa storia di popoli
Concedimi perciò che in queste oscure carte
acchiari quanto da te fui ucciso e dal sapere che
di tempo e di ricordo resta un odore di e di
prima che appaia la foglia del lichene nei capelli
Lascia isola bianca nel letto che ti chiami
assassina e che mi impietri
o mi arrotoli nel cunicolo del verme
e un giorno argomentandomi un’algebra
di sassi di ossa di radici dica un’infanzia
quali due foglie o due come noi sotto le scorze
inanellati o nel nostro paese acciottolato Mi pesa
soltanto la congettura del ricordo occhieggiando
nel culo del fiasco ciò che resta del rimedio e
mi ripeto sotto il cielo l’attimo della risacca
e in fondo a un seme il pane come concetto
del futuro come dentro un colore torturare con
nulla la noia fino a quando mi cercheranno
negli ospedali o all’obitorio No tu cercami fra
gli oggetti smarriti Amami da lontano se
credi nel ricordo Io chiedo solo l’attimo
dei pugnali quoque tu gridando addio