Hysteron Proteron di Rosanna Gambarara


Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

Nata ad Urbino, dove si è laureata in Lettere Classiche ed ha insegnato alcuni anni, Rosanna Gambarara si è trasferita a Roma; qui attualmente vive ed insegna. Scrive poesie in lingua ed in dialetto urbinate. Coltiva la passione per la musica, cantando in due cori “Jubilate Deo” e “Musica insieme”.

Il titolo della silloge è la figura retorica che consiste nell’anteporre, in una frase, l’azione o l’evento che temporalmente segue; la troviamo all’inizio della sezione dedicata alle poesie dialettali, dove la traduzione in lingua precede l’originale in dialetto urbinate. Nonostante questo dotto artificio, la silloge scaturisce da un poetare schietto e a tratti gioioso e leggero, che non scade nella superficialità o nell’ovvietà.

Il verso libero ha un bel ritmo musicale ed il linguaggio è curato, senza essere ricercato: gli enjambement associati alle rime interne, creano ad esempio, l’immagine delle folate di vento

 

Vento

 

Vento gentile di settembre

vento

sipario dell’estate

vento bello

di sole e di silenzio

vento snello

vento ameno

sereno lenimento del cuore

vento chiaro

vento lento

vento che torni come un ritornello

discreto

vento blando menestrello di tenui melodie

vento contento

avvolgente

clemente

impertinente

un po’.

Non scarmigliare al memoria

o vento settembrino sorridente

vento di luce

vento voce diurna.

Lasciami ritrovare la mia storia

mentre riposo in te come in un’urna.

 

C’è un assiduo dialogo della Poetessa con la natura, in cerca della “quadratura”: il senso ricercato non sta nei perché della mente, ma nelle percezioni suscitate dalle emozioni, o nel silenzio “pausa nel suono che torna e si rinnova”; “il muto sfondo/ su cui piange ride canta/ la nostra vita.”

 

Carpe diem

 

Da questa balaustra di frescura

m’affaccio.

Aspetto.

Il torrido fragore delle cicale

nell’insenatura del vento

ancora tace.

E nel tremore del salice

e nell’increspatura dell’ombra

e nel nitido stupore dell’aria

ecco chissà

la quadratura carpirò.

E nell’effimero spessore di un attimo

io sono il frullo d’ali

che si inebria di luce

sono il trillo assoluto

che l’eco siderale riverbera.

Sono il ronzio tranquillo e tenue dell’atomo

che giace

nel suo piccolo alveolo

in pace.

 

 

Il silenzio

 

Il silenzio tu

non lo senti.

Non è bianco rosso o blu

non ha sapore

non ha temperatura né odore.

Eppure senza

silenzio

cos’è

il palpito dell’anima che si ritrova

la notte di luna nuova

quando vuoi ascoltare

il sospiro

delle galassie più remote

il richiamo dolente

delle vite lassù vissute e spente

in ere lontane lontane lontane da capogiro

carpire le sillabe del segreto

nell’inquieto respiro

del mare.

Il silenzio non è assenza.

E’ il luogo in cui il pensiero ricama

la trama

delle sue verità.

L’immensa dimensione vuota

in cui si perde e annega

l’ultima nota.

 

Nella sezione dialettale, la versione in lingua, in verso libero, fronteggia il sonetto in urbinate, quasi a voler rimarcare l’imperfezione insita in ogni traduzione poetica, nonché la diversa forma ed il diverso suono nei due linguaggi

 

El grid

 

C’era quel de richiam travers la vall

quand un a un s’cnoscevne i mont a ment,

i mont com isole tel mar, e el gall

era l’orloggi, e quel d’incitament

 

ma i bua tel solc, tla biga ma’l cavall,

tl’ara ma i galinaccj, quell’innocent

del gioc sensa pensier tel verd e giall

di camp. Dentra la nott, incongruent,

 

sensa conotasion d’rabbia o d’paura

o d’sorpresa, tramezza ‘na fesura

del silensi, da che gola è sortitt

 

en el so ste grid stran sensa ‘n perché.

M’ha perforat el sonn, brev, e è arifiotitt

tle tu favol. All’una e ventitré.

 

C’era quello di richiamo attraverso la valle,

quando ad uno a uno

si conoscevano a memoria i monti,

i monti come isole nel mare

e il gallo era l’orologio,

e quello di incitamento ai buoi nel solco

al cavallo nella biga ai tacchini nell’aia,

quello innocente del gioco senza pensieri

nel verde e giallo dei campi.

Dentro la notte

incongruente

senza connotazioni di rabbia o di apura

o di sorpresa

in mezzo a una fessura del silenzio

da che gola è sortito non so

questo grido strano senza un perché.

Mi ha perforato il sonno,

breve,

ed è rifiorito nelle tue favole.

All’una e ventitré.

 

Un linguaggio antico, quasi primitivo è il grido; appartiene a tutti, come il respiro; prende forma nel mito. Così è il linguaggio umano ed in particolare il dialetto: suono comune, comprensibile a tutti, che “rifiorisce” nel sogno e nella fantasia.

Ancora notte, sonno e veglia s’alternano e nel silenzio della solitudine l’Autrice si svela; le annotazioni d’orario asseverano il racconto e allontanano l’orizzonte tra realtà e finzione, memoria e presente

 

La voc sfocata d’na television

sideral...alle tre dop mezanott…

 

un fremmit d’foi de fora del terass…

-s’è alsat el vent- ma’l pian de sopra i pass

insonn d’ovatta...aneghen tla laguna

 

del silensi ch’increspa la su pac

e s’arcompon immobil e tenac

com un sudari morbid, com ‘na cuna.

 

Notte

 

...la voce sfocata d’una televisione

siderale… alle tre dopo mezzanotte…

un fremito di foglie nel terrazzo

- s’è alzato il vento-

al piano di sopra

i passi insonni di ovatta…

annegano nella laguna del silenzio

che increspa la sua pace

e si ricompone

immobile e tenace

come un sudario morbido

come una cuna.

 

E ancora una notte, insonne, in cerca di un acuto, un sussulto nelle forme di vita consueta- rassicurante e scomoda insieme- per ritrovare, forse la “gentile ruvidezza” di ciò che è noto e nuovo insieme, “in un’alternanza di voce e di silenzio”

 

Geometria

 

Ho caminat stanott l’incongruensa

d’un tond chius dur tun scur intosicat

cercav a tenton cieca ‘na sporgensa

n angol ‘na crepa ‘n sbrossol. Ma ostinat

 

frusciava er mur lisc dla circonferensa

sotta la man. Stanott chisà ‘n quadrat

caminarò tla luc, l’equivalensa

pacificata di angol e di lat,

 

la luccida cadensa dla rientransa

ortogonal, el bianc del percors dritt

e po de nov la pausa, t’na’alternansa

 

de voc e de silensi. Sotta i dritt

ruvvid artornarà e gentil el mur.

Aspetarò sa i occhj apert tel scur.

 

Ho camminato stanotte l’incongruenza

di un tondo chiuso duro

in uno scuro intossicato,

cercavo tentoni cieca

una sporgenza un angolo

una crepa

una protuberanza.

Ma ostinato frusciava

il muro liscio della circonferenza

sotto la mano.

 

Stanotte chissà

nella luce

camminerò un quadrato

l’equivalenza pacificata degli angoli e dei lati

la lucida cadenza della rientranza ortogonale

il bianco del percorso dritto

e poi di nuovo la pausa

in un’alternanza di voce e di silenzio.

Sotto le dita

ruvido e gentile

il muro tornerà.

 

Aspetterò con gli occhi aperti nell’oscurità.

 

“L’equivalenza pacificata degli angoli e dei lati”: forse una bella definizione – tra le tante possibili – della Poesia.

 

Rosanna Gambarara, Hysteron Proteron, Ed. Pagine, Roma, 2016

 

Maurizio Rossi

 

pubblicato 9/4/2017