La precisione del faro di Leda Palma


Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

E’ stato detto: “La Poesia mi indica la strada per tornare a casa”: appunto un “faro” la cui precisione consiste in quella corrispondenza tra il Poeta e la sua poesia, evento non sempre scontato e spesso confuso con la “spontaneità” o con la “presunzione” di possedere la Verità (o di non possederne alcuna, che è la stessa cosa); Tat twam asi, completa il titolo della raccolta, dal sanscrito «ciò che sei»: come a sottolineare l’”onestà” della Poesia e della Palma in particolare.
 
Il titolo di questa raccolta è perciò fortemente evocativo, specie quando – e nella poesia attuale non sempre accade - si ha un mondo da evocare; mondo che si rivela nelle otto sezioni della silloge: Geologia del ritorno – che descrive le sue radici, la sua terra e la sua infanzia; Attraverso la morte- declinata nella sua concretezza, senza alcuna presunzione filosofica; Il tempo dà luce – sul tempo che dà colore non solo alle cose e all’esistenza, ma anche al sogno; La presenza dell’anima- “mistero” che riunisce in sé, il corpo, la mente, lo spirito; Terramadre, dove l’India non è solo meta di un viaggio, ma luogo di incontro autentico di esistenze; Amore sospeso – tra nascita e morte, dolore e malinconia; Congedo della viaggiatrice di passo – racconto di un’umanità violata e tradita dall’umanità e dalla natura; Il cammino dell’illusione – Cammino di Maya, un poemetto, quasi “canone inverso poetico”, “cammino sognante nella realtà”.
 
Verso libero, assenza di punteggiatura, enjambement, sono le forme espressive dell’Autrice, che dall’esperienza teatrale- oltre che dalla Vita - raccoglie luce e colore e suono da dare alle parole
 
Stagioni del corpo
 
Si schiacciano i giorni si confondono
crollano l’uno sull’altro l’estate
tra l’erba semina lucciole e gela
l’inverno tra le mani a primavera
 
fugge così l’autunno a scapito
del nostro corpo esposto all’esattezza
della morte si diramano i mesi
si urtano si confondono e noi
 
con i giorni scompigliati le ore
appendiamo al respiro preghiere
con le mani di tremore fioco sempre
più fioco a una spanna trovarmi il sogno
 
di volare quasi raggio di luce
spoglia di buio d’ogni spreco d’ore
una stagione in cerca che non muti
darmi la mano così onda il mare
 
 
Il corpo, la mente e il cuore, il sogno, il pensiero, le sensazioni: un tutt’uno con la Natura; mentre i ritmi del Tempo scandiscono il viaggio della luce che saetta nello Spazio, quasi indifferente nella sua “necessità”. E “accade” come in questa
 
 
Ogni primo mattino della Terra
 
Accade che una rondine dimentichi
la scienza del volo si scagli sul vetro
imprima l’anima di tenebre come
un trapasso voluto un’esatta viltà
 
Accade che io riassuma a notte fonda
ogni verità nella sua ala spezzata
e mi sorprendano vari nessuno a
ridere nel perfetto buio della mente
 
Accade che m’irrompa il giorno
a respirare vari tipi di no
un volano di rondini mi sfiora
vive le ali e cibo adatto alla fame
 
Accade ogni primo mattino della terra
 
 
Così come “accade” la malattia che “stupisce i gesti, rende imprecise le parole e nude le persone”, in un comunicare che è ancora prendere la mano “come bambine un tempo/ nella penombra del bosco”; anche se stavolta c’è chi non vede la mano e chi finge di non pensare al non vedere
 
Alzheimer
 
L’angolo del mio occhio confina
con lo stupore del tuo gesto proteso là dove
si addensano le nubi che fluiranno
con l’ansia pari alla tua di trasmettere
qualcosa che solo dentro Dio
e mai fine il silenzioso lamento
la dolce sottomissione anche
se il lago alpino s’è sciolto sul tuo viso
e per un attimo lava il tempo della morte
in ogni tuo respiro
in ogni tuo passo che più non cammina
nel mondo l’imprecisione delle parole
non si fa spazio la memoria se non
scolpita nell’infanzia cose persone
rimangono nude tra te e me senza nome
buie e il fiammifero ti brucia le dita
non ascolti non aggiusti il presente
non risali più lungo albe tramonti
lungo i baci dei figli e fingo di non pensare
che non vedi la mia mano prendere la tua
come bambine un tempo
nella penombra del bosco
 
 
E’ lontano è il tempo di Pagnacco, rimane nel sonno: anche se profumi e colori sono vivi in una naturale eternità
 
Il prato
 
Mi porto nel sonno questo
prato dietro casa tanti
anni di pietre e spine
cespugli di vento che
s’addentra nella pelle
dove il profumo vibra
salvia rosmarino dove
discutono i gatti
dove sguardi si staccano
dal giorno ormai cresciuto
Lo porto tranquilla nel sonno
ha giurato eternità
 
 
Ed al risveglio, nel grembo della Terramadre, i sensi, il respiro, com-mossi dall’energia generata da “un batter d’ali” che sfiora un ramo, si fanno parola: udita, accolta “di bocca in bocca” ; non solo portatrice di senso – pietra e canto - ma potente strumento di condivisione: “amore così grande/che può
 
Sinonimi
 
Sufficiente
un batter d’ali
sul ramo appena sfiorato
che sempre più lento
oscilla nel fiorire di luce
mattutina rivendica energia
come chioma cresce
nutrita di respiro
dapprima non so darle un nome
intrisa com’è di commozione
si teme come un bacio che poi
può fare male ma ecco
si sta creando calma una parola
della stessa stoffa
così pietra e canto
va di bocca in bocca
uguale si ritrova all’energia
convoca gli dèi la tenebra
apre alla tenebra la parola
un amore così grande
che può
 
 
Leda Palma, nata a Pagnacco (Udine), vive a Roma. Fin da giovanissima ha svolto attività teatrale - con importanti compagnie - radiofonica e televisiva; nei ruoli di attrice, autrice, conduttrice e regista. Da molti anni si occupa di poesia e di narrativa ed è presente in numerose riviste culturali e quotidiani.
Ha pubblicato per la poesia: Ho ripiegato l’alba (Tracce); I rami fatti cima (Fermenti); Tibet degli ultimi(La nuova Base); Il tuo corpo elettrico (Campanotto) ; ed altre.
Per la prosa: Rose novelle (Fermenti); i Saggi: Perché recitano così bene e 1968/1978 Donne e attrici (nel volume Niente come prima, a cura di Marina Giovannelli, KV ed.)
 
Leda Palma, La precisione del faro, La Vita Felice, Milano, 2016
 
Maurizio Rossi
 
Pubblicato il 2 marzo 2017