La via cava di Massimo Parolini


Recensione e scelta di poesie a cura di Maurizio Rossi

Massimo Parolini è nato  a Castelfranco Veneto nel 1967. Laureato in Filosofia, insegna materie letterarie presso le scuole superiori del Trentino. Ha pubblicato la silloge “Non più martire in assenza d’ali” Ed. Universitaria, premiata al concorso internazionale “San Marco-Città di Venezia”. E’ autore teatrale per il Centro Universitario Teatrale di Venezia, con le commedie “Svevo e Joyce” e “Il medico della peste”.

 
Il titolo della raccolta La via cava (Lietocolle ed. 2015) è dottamente e ampiamente spiegato nella nota introduttiva dell’Autore e  di lui riflette la visione dell’essere e del mondo, da quanto è dato di cogliere nelle sue poesie; in esse il verso è multiforme e a volte indugia su termini dialettali – son restà imbamboeà, no go gnanca cercà, anche intere strofe (Tasainari in val dei Mocheni) -  altre volte su costruzioni ardite in versi o strofe. Non sembri, però, ricerca di originalità ad ogni costo; infatti, lo spezzare o legare una parola, ne offre una duplice lettura: os-curando, morbida-mente, in-contro; così come può esprimere un singulto l’andare a capo (Piccola Arual); o disegnare, oltre che descrivere, l’immagine del cadere (Teoria delle ombre).
 
Sento il tuo volto venire adagio
lungo le piume del tempo
portare il colore
del pavone nell’alba
 
ed anche
le vere distanze
 
-due anime arcaiche
ancorasincontrano-
nelle tiepide acque
della laguna
 
 
In un tempo più lento
ho tagliato i capelli alla terra
ho vangato il suo cuore di madre
 
ad un tratto ho sentito
nel mio orto concluso
di essere un uomo
 
al mio fianco
 
una donna
 
da amare
 
Il poetare di Parolini fluisce da una duplice sorgente, del pensiero e dell’e-mozione; anche se nella Poesia spesso si intrecciano e “non tutto è etichettabile”, come dice un recente riuscitissimo spot di una casa automobilistica; è un versificare tra dentro e fuori, tra cavo e pieno, affetti familiari ed opere d’arte, viaggiando come fa la luce sulle architetture borrominiane.
 
E rimane
in un groviglio di fatti
d’ogni giorno, dentro i lacerti delle
 
miserie mondane
sulla materia che fascia la mano
l’eco della stanza cava
che oval-mente accoglie
(inanellando l’ora)
)os-curando la tenebra(
 
-circonferenze morbide-
 
 
Musica e ritmo e versi sospesi e spezzati e lento veloce parlare alla figlia bambina, con le rime, assonanze e la rima finale ad alleggerire un pensiero d’uomo, più altero
 
 
Piccola Arual  (a mia figlia Laura)
 
Non te lo dico, mi dici
se no mi prendi in giro…
E la goccia ti scivo
la alla guancia e il sin
ghiozzo ti strozza
la laringe…
poi me lo dici, ti fidi:
la carta moschicida
sulla bianca vetrinetta…
            ormai la stringe…
sbatteva le sue alette
la bruna farfallina
fremeva per volare: che male
aveva fatto?               
                                                           Depone le sue uova
                                                           su pasta e su farina…
Non lo fa apposta...poverina…
Volevo liberarla
ridarla al movimento
ma era appiccicata e un’ala si è…
                                                           strappata?      
Singhiozzi, e nel singulto
dai voce ad ogni vita
che atterri sul tuo mondo
mostrando una ferita…
Formiche, lumachine,
cicale e farfalline; su tutto tu distendi,
intrepida e sicura
l’infanzia tenerezza
la mano cuna e pura
che accoglie i senza voce
nell’ora dei perché
portandoli nel cerchio
del tuo piccolo cabaret…
                                                           mi remi remi remi remi
                                                           remi remi remi fa re
                                                           (schiocco di dita)
E in quest’ora francescana,
che è l’ora della vita, tu
figlioletta fragile cocciuta
non sarai mai sola, non sarai mai vana
 
           
Una sezione della raccolta “Il dio che viene” è dedicata alle opere di grandi artisti del passato, Giotto (San Francesco), Leonardo da Vinci (Madonna Litta), Caravaggio (L’ultima Emmaus)  e ancora Vincent Van Gogh, il fondatore del movimento spazialista Lucio Fontana (Il dio cavo), mentre altri componimenti sono ispirati ad artisti contemporanei, come i pittori Riccardo Guarneri, Paolo Dolzan, lo scultore Mauro De Carli, i pittori Guido Polo e Pietro Verdini, lo scultore Settimo Tamanini, in arte Mastro 7.
La sezione  si apre con due brevi strofe che indicano l’intento del Poeta di accogliere il dio – la luce, la saggezza, la ragione delle cose? – così come si cela nell’arte e negli artisti; indagando il rapporto tra fede ed espressività artistica
 
 
la mano calda sul cuore
del mio urlo cerebrale
 
usa il rosa e il giallino
per mostrarmi il dio che viene
 
 
Nel segno sulla tela, nella forma, nel colore, nel fonema, si svela negandosi questo “dio” che insieme “contiene” ogni forma d’arte e nello stesso tempo ne è  “significato”
 
 
Il dio cavo (a Lucio Fontana)
 
un concetto spaziale
rotondo
elissoidale
 
è il dio
            che svelandosinega
 
in pertugi imprecisi
 
spesso in strappo di tela
 
una vela di lama
che disegna una linea
 
un fonema sfrangiato
            che negandosiama
 
 
A Pietro Verdini pittore
 
Nuvola d’anzol sulla città
gravitante nello spazio ingombro:
la notte, blu d’alchimia,
riposa e non sa.
Non serafino non cherubino
neppure fluorescente intelletto divino;
piuttosto un lottatore di sumo
pronto a schiacciare
col suo peso ogni cosa
o forse un specie di siepe
a difesa di morbidi grembi
un guardiano che cura l’attesa
di una vita nuova che verrà:
la notte, blu d’alchimia,
riposa e non sa
 
 
Infine, dalla sezione “Ansia verde” che accoglie panorami e visioni di viaggio Parolini riunisce, riconcilia, la lentezza del tempo, il quotidiano, le ombre, il pieno e il vuoto del dio,
 
 
Tasainari, Val dei Moicheni
 
bucaneve bianco, bucaneve rosa
nel manto morbido della valle che incanta
 
na veciota, drent en fazol,
in man un musseto e
davanti, na biondona de cavaea
co do oci che i par n’anima
 
capre e capretti guidati dal bec
con l’odore virile sopra il ciglio nevoso
dell’allegra muraglia
 
il cane Rambo, stanco e stravaccato,
riposa in disparte e non  veglia
 
la natura ha i tempi docili
delle forme semplici,
lo sguardo cavo della necessità
 
Ma cos’è questo “cavo”, che non esiste senza il suo opposto – il convesso – e non è certo”vuoto”? Forse quel desiderio, quella “Malattia dell’infinito” -per citare un bel saggio sulla scrittura e sugli scrittori di Piero Citati- che ci porta a vivere e a scrivere e a de-scrivere la vita, partendo dalle cose che sembrano insignificanti: che invece contengono un senso d’amore, svelato, dopo l’attesa…
 
 
piccole mele del Celva
rimaste appese all’inverno
dure, engiziade, strucade
grandi poco più di ciliege:
nessuna Eva vi vide
nessun bambino vi addentò
 
la scala coi pioli è deserta
né becco, né insetto vi amò
ed ora il sole vi ride
sembrate cercare gi sguardi
qualcuno che salga, vi brami
ma invano, ed è tardi
 
chiedete a quest’ultimo raggio
di sciogliervi il gelo dal cuore,
che prima di scendere a terra
vi doni una vita che valga
un morso, per gli altri, d’amore
 
 
Massimo Parolini, La via cava, Lietocolle ed. 2015
 
 
 Maurizio Rossi
 
Pubblicato 18/2/2017