Dolore dei sassi di Rosa Salvia


Nota e scelta di testi poetici di Maurizio Rossi

Ci hanno sempre insegnato che le pietre non sono organismi viventi, ben distinte dal regno animale e da quello vegetale; ma la potenza della Poesia, che nasce dall’energia dell’immaginazione e del sentire, è in grado di far “cantare” il bianco dei sassi

 
Quando il piccolo cuore tace
tace       per sempre
il bianco dei Sassi canta
finché la sua voce si spezza
                                   lungo i viottoli
e i ciottoli risuonano
il vento
la porta lontano          fino al mare
dove un puttino la raccoglie
in una conchiglia
che stringe all’orecchio finché
le sue labbra cominciano
a vibrare
e, davanti agli scogli,
i suoi occhi incontrano una barca…
 
I Sassi sono quelli di Matera, descritti in questo poemetto in sette parti, del 2013, che dà il titolo a tutta la raccolta:
 
...Le bianche costruzioni di pietra
allineate
sono sterminate nella loro costanza,
come strani oggetti
che non hanno causa...”
 
E’ paradossale, che i sassi che cantano e i ciottoli che risuonano, insieme facciano costruzioni sterminate, costanti, strani oggetti senza causa, punteggiati di rose canine, che non danno il conforto della bellezza, ma accrescono il dolore, perché sono come “chiodi/ tesi nel regno del freddo/…
 
Viene da pensare che i Sassi assorbano, come carta assorbente, il dolore di vite spezzate, quella di una bimba dai “pugnetti che si muovono lentamente,/ la sua bocca che sorride appena,/ e il corpicino chiuso in sé stesso come una lumachina./ ; quella di una madre che sulla pietra tombale“costruisce/ ogni giorno/ cattedrali di fiori/ sul piccolo altare:/ un flusso in movimento/ dietro il gelido velo della quiete.
 
La poesia della Salvia è questo cogliere immagini del mondo, della realtà, ed impastarle con la sua sensibilità e la sua visione del mondo: come fa ogni poeta autentico; inoltre, come ci dice lei stessa, arricchisce il suo sentire con la lettura e la frequentazione di Poeti...come dovrebbe fare ogni Poeta autentico...in quella continuità che rende la Poesia eterna, perché senza tempo: come le nebulose e i sogni
 
Andromeda
 
Bisogna cercarla di sera Andromeda,
nebulosa visibile ad occhio nudo,
ardente come un’eroina di Racine,
bisogna cercarla in silenzio
guardando da tutti gli angoli
dell’ombra
sospesi sopra un respiro.
 
E’ bello vederla fiorire sull’acqua
come una candela che insanguina
il buio
vestire di tarli
l’ignoto
che s’appoggia al suo braccio
come un vecchio.
 
Tu non sai come poterti avvicinare
alla sua gioia,
come la sua luce
espandendosi
                        sveli un’altra luce,
                        presagio d’un infinito di luci
                        non visitate -
 
non lo sai:
                        ti duole fin dove pensi
                        e il dolore è già di pensare
                        dove immergono i sogni.
 
La luce va cercata nel buio, in silenzio, perché il suono delle parole non deve distrarre gli occhi e perché nel silenzio si pensa l’ignoto e la vastità dello spazio-tempo: ne è doloroso soltanto il pensiero o il sogno; mi sembra di cogliere in questa poesia l’eco (non cercata?) della bellissima “Un minuto nel tempo” di Mario Luzi…
 
Il senso della vista, lo stupore sul mondo e sulle cose...Gli  occhi che ispirano la sezione “sguardi” , in cui lo sguardo del suo gatto -contrappunto a come Rosa e gli altri lo guardano – diviene amo di incandescenza/ e di pudore; e l’incontro degli sguardi dischiude l’esistenza, apre all’esistere degli esseri e delle cose perché vivere è riconoscersi
 
Lascia sia lo sguardo
ad avvertire il simile nel dissimile.
 
Lascia sia lo sguardo
a nutrirsi di parole
che la tua voce non sa articolare.
 
L’esistenza si dischiude nel momento in cui
siete entrambi il medesimo sguardo:
senza scopo, senza paura,
in un attimo di libertà…
 
...Uno sguardo che ti trasporta
dentro la sua ombra.
 
Lo scrivere della Poeta non sempre è piano: a volte ha necessità di spezzare il verso, quasi stravolgerlo, per attirare l’attenzione su una parola, un periodo, da cogliere con più intensità. Altre volte il verseggiare diviene “un sottile scrutare” - ultima sezione della raccolta -
 
Stanca di quelli che si presentano
con parole, parole,
ma nessuna lingua,
mi son messa ad inseguire il suono della luce
nel libro degli alberi
 
La stanchezza verso “i parolai” in una denuncia garbata dell’incomunicabilità, fa trovare nuovi sensi e percezioni
 
Gli alberi sussurravano:
le foglie bevevano il vento.
E dal vuoto sorse a nuoto la luna.
 
Poi tornano ancora i sassi, non solo voce, ma anche sguardo...
 
Va’, naviga per me,
e non voltarti mai,
disse la pietra che guardava.
 
...E gemmazione
 
Mio caro Giobbe
la tua pazienza fa fiorire
persino le pietre!
 
...e ancora dolore
 
Il dolore dei Sassi era tanto
vicino
da poterlo toccare con le mani.
 
 
Ma che cos’è la Poesia per Rosa? Cerca lei stessa di dare una risposta
 
La poesia significa, almeno in parte,
non sapere perché si scrive nel modo
in cui si scrive.
Spesso essa implica il farsi trascinare
e costringere
nella nostra stessa opacità,
dalle zone d’ombra     e di non sapere.
 
E quel che abita la “stessa opacità” e il “non sapere” - sempre che ci sia qualcosa–  lo scopre il lettore attento o l’uditore sensibile al suono e al senso.
 
Rosa Salvia, nata a Picerno (Pz) negli anni cinquanta, vive a Roma. Insegnante di Storia e Filosofia nei licei, vanta numerose pubblicazioni, per le quali sovente ha ricevuto consensi e premi:
Luce e polvere, Aletti ed., 2005; Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria, La vita felice, 2012; Il giardino dell’attesa, 2013 (ined.) il saggio Frammenti di un discorso poetico, 2015. Autrice di racconti, collabora a riviste e al blog La poesia e lo Spirito.
 
Rosa Salvia, Dolore dei sassi, Puntoacapo ed. 2015
 
 
Maurizio Rossi
 
Pubblicato 11 febbraio 2017