La cruna lo spazio il tempo di Francesco Di Giorgio


Nota per la lettura e selezione di poesie

 
Francesco Di Giorgio, di cui ci siamo occupati in passato, ha pubblicato nel 2016 una nuova raccolta poetica: La cruna lo spazio il tempo per Edizioni Progetto Cultura con prefazione di Letizia Leone e postfazione di Francesco Muzzioli il quale evidenzia uno dei tratti di fondo della sua poetica: “Una poesia filosofica è una poesia che, proprio perché applicata alla riflessione, deve abbandonare il senso comune e con esso il senso comune poetico. Anche per questo non ha mai avuto buona accoglienza nei ‘regimi lirici’ propensi al sentimento e all’emotività. La poesia filosofica, se vuole vederci chiaro su quei presupposti che sono il tempo e lo spazio, deve andare oltre i margini del quotidiano, abbandonare l’io e il suo preteso vissuto.”
Letizia Leone evidenzia un altro importante aspetto di cui tener conto nella lettura dei testi di Di Giorgio, la cui poesia “nutrita della grande lezione dei classici, attinge al patrimonio mitico evidenziandone l’attualità extratemporale e metastorica soprattutto là dove il dettato tende a concentrarsi intorno alla valenza misterica.”
Infine prima di approcciare le nuove poesie di questa raccolta è bene tener conto delle avvertenze contenute nella Nota dell’Autore e, in particolare quando suggerisce: “Nello spazio intermedio tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti si protende un margine di terra impercettibile, sottile, all’infinito, tra due mari tumultuosi. È la terra di mezzo dove s’incontrano le assenze, ma affacciarvisi porta allo slittamento della conoscenza in forme asustanziate in ideogrammi indecifrabili dove la percezione dell’essere si precisa nella privazione spazio-temporale e la comprensione del non-essere si attualizza nella certezza della sua assenza. La necessità di immergersi nei due mari per risalire al margine dal luogo delle forme e dal non-luogo delle assenze mi ha spinto a scegliere due distinte forme di scrittura, una poetica di stampo tradizionale, con la sua costruzione rigorosamente in endecasillabi, adatta a rappresentare il tentativo di portare a conoscenza assenze inconoscibili, e una in prosa poetica svincolata da qualsiasi forma metrica, in un contesto integralmente metaforico, adatta a rappresentare le assenze come presenze ineludibili alla comprensione dell’essere in quanto divenire in stasi eterna.”
Alla luce di quanto sopra, ecco una selezione di testi.
 
 
È in grado lo spazio vuoto
d’essere tempo
raccolto nella cruna?
 
È in grado il tempo vuoto
d’essere spazio
raccolto nella cruna?
 
È in grado il vuoto
d’essere tempo e spazio
raccolto nella cruna?
 
 
 
I vecchi
 
Strane creature i vecchi
funamboli bifronte indifferenti
camminano sul filo con la morte,
lo sanno e ce lo dicono col corpo
lo sguardo fisso avanti la parvenza
annulla e mostra la sostanza
e più si sbroglia la matassa
e più si accorcia la distanza
è solo il vuoto il senso
è senza senso l’esistente.
 
Con l’altra faccia allora
cesellano un ricordo e un altro
ancora e un altro e ancora,
bugiardi:
di rose s’imbelletta il primo bacio
è ciclopico il primo pugno dato
eroici più di achab col gran cetaceo.
 
E tutto è mito: si antropa la forma
e si sostanza perché sanno
che l’essere vero è l’inesistente
e la parola è che si fa ente.
 
Mentre nel tetro antro lo sguardo
sempre più affonda intanto
con l’altro ancora di parvenze narrano
e di sogni, e quando è solo buio a fronte
ed alle spalle agli occhi degli astanti
in materia s’infigurano le ombre
s’incarnano le forme evanescenti,
sorridono:
ora che più non sono
in quello che non è
sempre saranno.
 
 
 
L’enigma della Kore
 
E sgomenti piangevano gli spiriti
della notte, al tramonto delle tenebre
anche per loro, nello scoppio estremo
delle galassie, era compiuto il tempo.
 
In delirio voraci le colombe
suggevano dal cuore ai corvi il sangue,
mentre la volta di Krono appiattita
un manto di non-luce distendeva.
 
Quando la luna regalò in fragore
gli ultimi bagliori, fluidi nel vortice
dentro l’imbuto, lampi in filamenti
d’argento catastrofici piombavano.
 
Scalava l’ultimo sciamano il palo
degli dei, ma anche apollo, facitore
del sole e della morte, raggelato
fissava Ecate e il senso del suo regno.
 
Indistinguibili monocromatiche
le forme informi evanescenti, assenti
di spazio e tempo, asustanziate erravano
orfane di ombra e luce sconsolate.
 
Prometeo l’ultimo fuoco piangeva,
mentre della non-morte si compiva
in monade il mistero del principio,
fissato in tedio eterno, e della fine.
 
Gli spiriti dai fili della luna,
senza più senso senza il bianco a fronte,
ricercavano endietiche le forme
per sostanziarle in corpo di presenza.
 
Franavano sperduti in labirinto,
dove soltanto ancora il vento soffia,
per svelare l’enigma della Kore,
che non-viva dalla non-morte nasce:
 
lei s’eterna nell’eterno ritorno
nel mistero del non-luogo oltre il tempo.
E sgomenti, al tramonto delle tenebre,
della notte gli spiriti piangevano.
 
 
 
È in grado lo spazio vuoto
d’essere tempo
raccolto nella cruna?
 
È in grado il tempo vuoto
d’essere spazio
raccolto nella cruna?
 
È in grado il vuoto
d’essere tempo e spazio
raccolto nella cruna?
 
E la cruna
è tempo?
è vuoto?
è spazio?
 
È spirale richiamo a vortice?
 
E il nulla?
Estremo arcobaleno
in spasimo
di morte.
 
 
 
Francesco Di Giorgio, nato a S. Agata di Puglia (FG) nel 1952, risiede a Roma dal 1956 dove è stato docente di Lettere negli Istituti Superiori di 2° grado. Ha pubblicato il teatro teatrale “Infinitesimale” che è stato più volte rappresentato. È stato inserito in varie antologie poetiche e ha pubblicato le raccolte Il sogno e il risveglio (1981), La morte del gallo dipinto (1983), Infinitesimale (1989), A ricercare Dice (2014), oltre al poemetto Allucinazioni in penombra (1999).
 
pubblicato 2017-01-25