Ricordo di Tullio De Mauro




 Il mio ricordo di Tullio De Mauro è in primo luogo quello di una persona di estrema generosità. Lungi dall’essere l’accademico irraggiungibile, era aperto a tutti e teneva conto delle richieste di tutti.

Qualche anno fa un mio amico ed io stavamo preparando per la pubblicazione le poesie di un poeta dialettale garganico (allora) sconosciuto, e chiedemmo a De Mauro qualche riga di prefazione. Non conosceva né noi, né il poeta, tuttavia non respinse la nostra richiesta, e disse solo che aveva bisogno di un po’ di tempo. Quando in seguito lo chiamai una o due volte per sapere della prefazione, tra le innumerevoli cose di cui doveva occuparsi, mi rispondeva in modo semplice e mite: “La sto scrivendo a singhiozzo”. La preta favedda, poesie in dialetto di Francesco Borazio, uscì il 1982, e nella sua prefazione De Mauro scrisse che il poeta “ci dà una lezione umana preziosa: una lezione di coraggio, una lezione per farci sempre non i fatti nostri, ma anche i fatti degli altri, per capire che i fatti degli altri sono nostri e i nostri sono i fatti degli altri”. Questo denotava la passione civile di De Mauro al di sopra di ogni considerazione letteraria.
Come collaboratore di Riforma della scuola,partecipavo regolarmente alle riunioni di redazione che si tenevano in piazza Grazioli, a Roma. De Mauro, direttore del mensile, era sempre presente, e prestava molta attenzione a quello che noi insegnanti avevamo da dire sul sistema scolastico e sulla linea della rivista.
Al di là di questi ricordi strettamente personali, quello che predomina nella mia mente è l’impagabile retaggio di idee, teorie e materiali che il Professore ci ha lasciato, e che va ben oltre il suo effettivo coinvolgimento nel sistema scolastico.
La sua famosa Storia linguistica dell’Italia Unita, del 1963, e il suo recente seguito Storia linguistica dell’Italia repubblicana, sono opere imprescindibili per studiosi, insegnanti e persone colte. La novità introdotta dal primo libro fu immediatamente chiara: non una comune storia della lingua ma la storia del nostro paese dal punto di vista del modo di comunicare dei suoi abitanti. “Non riesco a capire perché – dice De Mauro in una intervista – gli storici italiani trascurino quest’aspetto”.
De Mauro fu anche il linguista che rese popolari concetti da tempo familiari agli insegnanti di lingue straniere in Italia. Il suo principio di “italiano di base” riprende la nozione di “Basic English” che gli insegnanti hanno sempre tenuto presente nell’insegnamento-apprendimento dell’inglese. Guida all’uso delle parole (1980), uno dei libri fondamentali di De Mauro, comprende una lista di 6700 parole, chiamate “Vocabolario di base della lingua italiana”, selezionato come terminologia di maggior frequenza.
Tale visione della lingua è stata il fulcro del Mauro lessicografo. Il suo Grande dizionario italiano dell’uso – il cosiddetto GradIt, uno strumento essenziale per tutti coloro che usano l’italiano – presenta la lingua attraverso regole di frequenza e di uso effettivo come mai è stato fatto nella lessicografia italiana. Vengono presi in considerazione tutti i fattori che contribuiscono al cambiamento di una lingua, compreso l’enorme numero di prestiti, soprattutto dall’inglese e dalla tecnologia, ma anche i casi di uso improprio della lingua che gradualmente sono diventati di uso comune. Ci troviamo in effetti davanti all’intera gamma degli svariati elementi che danno luogo alla lingua parlata e scritta.
Una varietà quasi riassunta nel titolo di un altro dei suoi libri, L’Italia delle Italie, che dimostra tutta la diversificazione degli interessi da cui l’intellettuale De Mauro era attratto. Tra questi, mi piace mettere in risalto la sua lunga esperienza in fatto di letteratura dialettale. Non a caso era il presidente della giuria del premio di poesia e prosa dialettali “Salva la tua lingua locale”, che si tiene ogni anno a Roma in Campidoglio.
 
Cosma Siani
 
 
 
(da TESOL-Italy Newsletter; traduzione italiana di Mariantonietta Di Sabato)