La pulsazione binaria del cuore e del respiro in sfisse di Loredana Bogliun




 C’è una verità interiorizzata che necessita di un varco, spiraglio o fessura per rivelarsi con limpida schiettezza di parola riflessiva, contemplativa, spinta a pronunciarsi attraverso il linguaggio dell’intimità. Ha questo pregio la poesia di Loredana Bogliun, giungere al cuore delle cose e dell’esperienza là dove la realtà visibile offre uno squarcio, anche piccolo, e invita a oltrepassarla, a vedere oltre, a sentire in pienezza sonorità inaspettate, insospettabili.

Sono le sfisse (Roma, Edizioni Cofine, 2016) da cui occhieggia il tempo (passato e presente insieme) le fessure che l’anima schiude, e la poetessa si pone in ascolto della loro voce, ne accoglie il respiro in religioso silenzio. Nulla si dimentica (...) della propria terra (…). Non si dimentica soprattutto la lingua originaria (…) della favella di Dignano deposta nell’urna preziosa di sonorità antiche, oggettivata nello spazio psichico dell’evocazione del passato, diventata da tanto tempo ormai lingua della ricerca interiore” osserva Nelida Milani nell’introduzione.

Dunque il silenzio, condizione necessaria a far sì che il mondo interiore si manifesti in tutta la potenza di nuda e vergine favela:  iè oun suspeir ch’a ghe va incontro/al mondo, i lo inguanti inseina favela/ iè cumo revardo a veivi sta festa/in douto oun segrito me palisa/alura i sculti, sculti (ho un sospiro che va incontro / al mondo, lo prendo senza parlare // ho quasi pudore a vivere questa festa / in tutto c’è un segreto che mi svela // allora ascolto, ascolto). L’autrice vive una sorta di trepidante devozione nei confronti della parola nascente, che piano, con delicatezza si presenta alla vita avverso l’oscurità, il nulla sicché l’anema se sdementega / e al cor no iò pioun smagna // i firmo al vento // sulo al me rispeiro fà veivi la veita // al gnente culura al seilensio scour / (mei adisso i faghi de douto par dèi / ch’al Signur i in quila grota) / a sircalo i i eidi feissi iè catà quil posto ch’a no iò logo / i staghi nouda par sinteime douta / gnente se poi dèi de sto fondal mouto / ah sei, iussa (si smemora l’anima / e il cuore non ha più affanno // è fermo il vento // solo il mio respiro fa vivere la vita // il nulla colora il silenzio scuro // (io adesso faccio di tutto per dire / che il Signore è in quella grotta) // a cercarlo sono andati in tanti // ho trovato quel posto che non ha luogo / me ne sto nuda per sentirmi tutta / niente si può dire di questo fondale muto / ah sì, goccia). Parola nascente, goccia su goccia che si ascolta con trepidante gioia, con pudore e rispetto, con riverenza perché è una festa del cuore e dell’intelletto. Solo nell’ascolto Loredana conosce se stessa, aggiunge nuova ad antica consapevolezza, il conquistato dono da condividere con l’altro, colui che è invitato con un semplice ven (vieni) a entrare in contatto, entrare in un altro luogo dove ciascuna anima è foglia caduta, adagiata in terra, la madre per eccellenza; un inveito, invito a partecipare alla conoscenza più profonda dell’anima mundi attraverso la propria anima: par savi de mei / begna ch’a tei vaghi a pestà le fuie d’al busco // i soin caiuda par tera / par fame radeiga  - per sapere di me/ devi andare / a calpestare le foglie del bosco // sono caduta per terra / per farmi radice.
La poetessa è così vicina alla terra, all’humus, da farsi piccola, diminuirsi (tutto è minuscolo, quando l’anima si espande) per avvicinarsi all’invisibile che nel silenzio sussurra, e pure è udibile a chi lascia aperte le sfisse e dimentica se stessa. E in minuscola è ogni verso iniziale, non c’è punto, non una virgola che possa interrompere un discorso così fluente, senz’argine, come accade alla goccia che altra goccia aggiunge, e dalle fessure della terra, degli alberi, del mare, del corpo infine tracìmi una liquidità pervasiva e inarrestabile. Ma dove e come nasce la parola goccia poetica? Sembrerebbe per caso, capeita, capeita de bunura / co tei vardi fura/e tei iè dananti al mur/sto gnente / te scoureisso i oci / alura… tei vaghi a vidi la miteina / ch’a gila iò drento la sparansa / si oun altro dei (capita, capita di buonora / quando guardi fuori / e hai davanti il muro //questo niente / ti oscura gli occhi // allora… vai a vedere la mattina / ché lei ha dentro la speranza // è un altro giorno); nasce in tala grota, in questa grotta che è l’esistenza, ed è una epifania la cui bellezza quasi stordisce, bellezza che si rivela anche o soprattutto se è notte insonne, di dolore, sofferenza, notte che assume sta sagoma de arboro / le rame ghe tuca l’aria (questa forma d’albero / i suoi rami toccano l’aria) che vibra, forse albero della creazione e della conoscenza, albero- simbolo della potenza divina come della umana parola creativa, la poesia che in questo libro si dirama in molteplici significati, in molte sfumature lessicali sicché ogni testo vive di un proprio movimento interno, un andare incontro ai testi che seguono, accogliere i ricordi che dalle fessure dell’anima affiorano. Una poesia “in perpetua tensione/implicazione con un ininterrotto colloquio con i morti”, scrive Mauro Sambi nel ricco saggio critico in forma di post-fazione a questo libro intenso e magico, “dove il ritmo, il tempo, è ridotto all’osso della pulsazione binaria del cuore e del respiro, e infine alla pulsazione semplice del gocciolìo”.
 
Maria Gabriella Canfarelli
 
 
Loredana Bogliun (Pola,1955) scrive in dialetto dignanese, antico idioma istroromanzo di Dignano d’Istria. Pluripremiata al Premio Istria Nobilissima, è stata redattrice della rivista culturale la battana. Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue e compaiono in antologie e riviste letterarie. Ha pubblicato Poesie, Impegno 80, Mazara del Vallo 1988; Maere-Gromacˇe-Muri a secco, Book-EDIT-Durieux, Bologna-Fiume-Zagabria 1993; La peicia, Hefti, Milano 1997; La trasparenza – cinque poesie cinque incisioni, edizione artistica con Giorgio Celiberti, Hefti, Milano 1997; Soun la poiana, Lietocolle, Faloppio 2000; Graspi/Grappoli, EDIT, Fiume 2013. Franco Brevini ha incluso suoi testi nell’antologia Le parole perdute. Dialetti e poesia nel nostro secolo, Einaudi, Torino 1990. Un saggio sulla sua poesia è presente in Le parole rimaste – Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento a cura di Nelida Milani e Roberto Dobran, EDIT, Fiume 2010. Christian Eccher ha dedicato alla sua poesia il capitolo “L’istrioto come lingua assoluta di poesia” nel libro La letteratura degli italiani d’Istria e di Fiume, EDIT, Fiume 2012. Con la raccolta sfisse / fessure spiragli, allora inedita, si è classificata al terzo posto del Premio Ischitella - Pietro Giannone 2014.
 
Pubblicato il 13 dicembre 2016