Tne u rizze la lune. Poesie in vernacolo ruvese di Pietro Stragapede




 Tène u rizze la lìune. Poesie in vernacolo ruvese, è stata per me, lettore abituale (stavo per dire “seriale”) di poesia, una avvincente, affascinante, sorprendente lettura. A partire dalla astuta collocazione delle parole nella poesia, che dà il titolo alla silloge: “Tène u rizze la lìune”, che esprime tutto lo stupore di chi sa guardare ancora il cielo per indovinare il tempo che farà (una cosa che usa sempre di meno, disabituati come siamo dalle previsioni meteo imperversanti su TV e sul web). Rileggiamola: “Ha un alone bianco/la luna/è triste./Ha indossato/un velo di ovatta/intorno alla faccia/che le copre/lo sguardo/e spegne l’argento./Il cielo/si preoccupa/e le stelle/stanno in pensiero./Insieme/ le preparano un giaciglio/ di nuvole leggere/dove farla addormentare./Stasera/ non cantano i grilli.” “U rizze” (l’alone) preannunciava una volta il maltempo all’uomo elo “faceva sentire partecipe dei fenomeni naturali e destinatario della poesia che questi raccontano”, come sottolinea l’autore, Pietro Stragapede, nella sua sintetica nota introduttiva nella quale ci ammonisce: “Per andare avanti, abbiamo bisogno di guardare indietro, sta nel passato il seme del futuro, nell’anima della nostra terra, nella cultura della nostra gente.”Ed è in questa ottica che si pone l’intera raccolta. La stessa scelta del dialetto di Ruvo, che egli conosce in ogni sua minima sfumatura, “diventa allora consequenziale: ci aiuta a scoprire registri comunicativi e sensibilità da cui veniamo tutti, ci riporta lemmi ed espressioni figli della nostra storia, ci ripropone echi e sonorità originali ed unici. È l’unica strada, forse di cui disponiamo per comprendere in profondità quello che oggi siamo”.

L’unione mistica natura-uomo in “U ascre/La Terrazza” viene fuori con grande originalità e confidenza, come se il cielo fosse uno di famiglia che usa per suo diletto la terrazza, costruita proprio per dargli sollievo e che restituisce all’uomo azzurra serenità e senso di infinito (Tiènene u ascre/re casere nuoste./Pe fò assèide/u cile/quanne se stanghe/a stò ‘mbèise/ddà siuse/e sciènne/saupe a la tièrre/vecèine a le crestione/ad azzeccalle/u azzurre/e a parlò de ‘nfenèite).
Terra e ulivo fanno l’amore in “È fiorèite la scièrmete/ Son fioriti i fiori dell’ulivo”. Una terra,“questa nostra terra”, che è un grande ricamo (U recome/Il ricamo) “Se la osservi/dal cielo/muri a secco/disegnano/giochi e figure/scritti dal vento./Fiori di pietre/si allungano/e si intrecciano/dalla Murgia al mare/a creare un buchè/bianco di luna./L’hanno ricamato/generazioni di “paretari”/su una tela/dove l’ago/non penetra/cucita/col cotone/delle “chiancarelle” vive/assemblate/da mani di carparo/bagnato da gocce di sudore/trasportate/dal corbellino/dei bambini./È un ricamo/questa terra/e noi che la abitiamo/lo portiamo dentro/senza saperlo.
In “Sènza mone/Con le mani sollevate” suggestiona la visionarietà del nostro poeta che, sollevate le mani dal manubrio di una bici, è in preda a una levitazione: “La strada/prese la via del cielo/le case/giù/piccole/il vento la libertà/le nuvole/ la conquista./Io leggero./Io vivo”.
Stragapede sorprende e avvince in componimenti brevi come “So spicchie/Sono specchi”: Re cunguone (pozzanghere)/so spicchie/mannote da Criste/pe fanne vedaie/u cile/pure quanne/tremendèime/‘ndièrre. È impressionista in “Na macchie de cièlze russe”: Una macchia/di gelso rosso/nel bianco/ della camicia./Si mette in mostra/e dà colore./L’ho scambiata/per sangue./L’ho tastata/ed era/un papavero rosso. In “La chieviute”: “Aspettavamo la pioggia/ io e mio padre./Lui/per vedere rifiorire/le piante/io/ per vedere le pietre/più bianche./ (…) Io/camminavo tra loro/e giocavo a metterle insieme/per comporre parole/di terra e di nuvole./E scrivevamo insieme/pagine più nuove/profumate/dall’odore/della pioggia”. “U asparage” è figlio/alle pietre (…) spuntato/dal muro a secco/a Coppa./E da quelle mamme/ha ereditato/l’odore/e la parlata./Le allenta/tutt’intorno/ mentre leggero/balla/ al venticello/di aprile./Le pietre/lo osservano/e si sentono leggere/pure loro”. E ancora “Na luna vasce” si è impigliata/tra i rami pendenti/dell’ulivo./Sembra pesante/non ce la fa/a risalire/l’arco del cielo/come se/abbia caricato su di sé/tutto il nero/della sera./Sbircia/tra le diramazioni/ed il tronco/del’albero/come una bambina/che gioca a nascondino/e mi regala/l’argento/un pezzo alla volta.
In “So appenniute” è ossessionato, oserei dire, da una visionarietà olfattiva: Ho appeso/la camicia/all’albero/di melacotogne/in fiore./Quando/l’ho indossata/di nuovo/mi ha contagiato/l’anima dell’albero/il respiro/e l’alito dei fiori./E mentre camminavo/per le strade/di campagna/avevo la sensazione/che tutti gli alberi/fossero di melacotogne”. Sensualissima è “U patone de ceclamèine/Il bulbo di ciclamino”: Sta morendo/il colore vivo/del ciclamino./La pianta/ prima che scappi via/ apre la porta/del bulbo/lo immagazzina lì/e blinda l’uscita./Nell’utero/ della mamma/il colore/si veste/di una verginità più nuova./La regala/ come una sposa/quando si accoppia/con la luce/il primo giorno/in cui rispunta”. In “Ralliènde u passe/Rallento il passo” l’amore per Ruvo e il suo simbolo lo conduce a centellinare il cammino per immergersi finalmente in un visionario, carnale, petroso abbraccio: Quando cammino/sulla strada con le ‘chianche’/che da via Sant’Arcangelo/mi porta/verso la Cattedrale/rallento il passo/di proposito/mi concedo un tempo lungo/cerco ogni pretesto/per non arrivare alla punta./E mi rivedo/davanti agli occhi/in quel momento/il regalo che mi aspetta/alla girata dell’angolo./Appena alla fine/si apre la piazza/e la Cattedrale/seduta al centro/allarga le braccia/e mi rinchiude/nel bianco della pietra”.
In “Sacce già/So già” si prefigura la fine della sua vita in un girotondo finale con gli elementi costitutivi della sua essenza e della sua poesia: i muri a secco, i tratturi, gli ulivi. In una parola la terra di Puglia che egli ama, con radici sempre più profonde con il passare degli anni, al punto che, quando sarà vecchio (ma potrà diventare vecchio un maestro elementare, per 40 anni, ‘viziato’ dalla frequentazione e dalla fantasia inarrivabile dei suoi piccoli alunni?): le parèite /le trettiure/re gammitte/na bèlla dèie/a prima matèine/m-onna venì ad acchiò/pe scequò’nzime/ a u girotuonde./Sacce già/ca u circhie/pe maiche/s-ove achiude/acchessèie.
Il cibo frugale dei contadini (essenzialmente u pone (il pane) con "alèive”, con “pemedore”, con cepuodde” o addirittura “assutte" e i prodotti della terra) e della povera gente è un tema dominante nella poetica di Stragapede, educato all’estrema moderazione fin da piccolo quando di fronte a un vassoio di dolci alle mandorle, pur desiderando di prenderle tutte, l-occhiote de mamme me fermaie a i/une.
In “U pacche” alla figlia emigrata al nord: a procurarsi il pane, dice: “Non ho messo/l’olio/i cardoncelli/i pomodori secchi/le olive ’nnolche./Ma/l’aroma di questa terra/l’odore dei frantoi/i colori de mandorli in fiore/le musiche della settimana santa/la luce pulita e chiara/un pugno di parole in dialetto/il fresco del maestrale./Mi ha detto:/mandameli più spesso./Mi giovano”. Quanta carnale, poetica, terragna sensualità scorre in “U ambasciaule a u piatte/Il lampagione al piatto”: “L’ho sbucciato con delicatezza/ quasi a fargli una carezza/gli ho tolto la prima veste/ed il colore di rosa mi fa festa/nel tegame di creta a cuocere/la casa si riempie di profumo: mi piace/ed ora il lampagione rotondo ed aggraziato/è pronto per finire nel piatto./Tra le dita sta il peduncolo/il corpo al fondo del piatto si avvicina/ecco che lo schiaccio dolcemente/e sento che si apre sotto la mano/ e con creanza in men che si dica/si abbassa e allarga la veste./Si dilata mentre lo schiaccio/e ai compagni si stringe e si abbraccia./Un filo d’olio lo tinge di oro/con pepe e sale che prelibatezza!/Accompagnato da un pezzetto di pane/un’armonia di profumi canta e suona/e quell’amaretto:/che appetito che di mette./Ti penetra in bocca l’odore della terra/ ed il viola del fiore da cui proviene./Una volta ingoiato/certamente allontana la bara/mentre scende ti stimola il ventre/ora più forte, ora più lento/suona un concerto in do minore/che fa bene all’intestino e al cuore...”
In “Omme pièrse/ Abbiamo perduto” l’inventario favoloso di un mondo perduto: l’acqua sorgiva, i giochi in mezzo alla strada, la dolcezza degli anziani, i falò di Santa Lucia, i canti a sbucciare le mandorle, l’attesa dell’Ottavario, il profumo del pane del primo forno, l’allegria del vestito nuovo, le storie intorno al braciere, il rispetto per la parola data, l’accordo con i tempi della natura. In cambio di cosa? “Non è che abbiamo fatto/ il cambio della talpa?” (la favola/proverbio: la talpa per avere una misera coda cedette gli occhi).
Il mondo contadino e la compenetrazione nella terra madre sono un punto fondante nella poetica di Stragapede. Ecco tre poesie esemplari.
La prima: “Sputano nelle mani/i nostri contadini/e strofinano/palmo e palmo/per ammorbidire/la pelle ruvida/segnata da crepe./E il manico levigato/non sfugge più/e penetra più in profondità/la zappa./Risalgono/delicati e caldi/il fiato della terra/ed il respiro./E la punta della zappa/si macchia di sangue./ Grazie a quello sputo/i contadini penetrano nella terra/e la terra entra dentro di loro” (“Sckutene mèzz-a re mone/Sputano nelle mani”)
La seconda, è semplicemente splendida, protagonista un Dio contadino: Notte di san Lorenzo/occhi al cielo./E stanotte/il Padre Eterno/prende il crivello/e monda nel vento/le stelle./Si mette di proposito/a favore di vento/per farle arrivare/fino a noi (“San Lorenzo”).
La terza (“R-aminue lise/Le mandorle lese”): Mi vesto/ogni giorno/con gli odori/la luce/la parlata/i colori/che questa terra bella/mi cuce addosso./Come un sarto/prende/le misure/ taglia/senza forbici/e fissa l’imbastitura./Questo abito/si attacca/al mio corpo/come la corteccia/alle mandorle lese (cioè: con il mallo attaccato al guscio, da cui non è possibile staccarlo). Come dire l’indissolubile appartenenza alla civiltà contadina, ma come nessuno l’ha mai detto, in maniera così eloquente, prima di Stragapede.
E per concludere “Devendaine ‘ngèine” una poesia strepitosamente epica, con immagini dantesche, e che vale un’intera raccolta di poesie: Diventavano uncini/i nostri zappatori./Bambini ancora/i giochi negli occhi/erano avviati ai campi/a ingoiare terra/da mattina a sera./E la colonna vertebrale tenera/non ancora forte/si curvava/come un giovane ulivo/sotto il maestrale./E non si raddrizzava più./Una volta uncini/per parlare con gli altri/facevano ruotare il collo/e dovevano sdraiarsi a terra/per guardare il cielo./Il giorno che il Padre Eterno/li chiamava a sé/i figli dovevano raddrizzare/con la forza/il corpo curvo/per metterlo nella bara./E fare violenza/sul corpo di pietra/del padre morto/era per loro/il dolore più grande./Quando arrivavano in cielo/il Padre Eterno non chiedeva loro/il lavoro svolto sulla terra./Osservava la colonna/curva come un uncino/e li mandava subito/in paradiso.
 
PIETRO STRAGAPEDE, ruvese, maestro per 40 anni presso la scuola primaria "G. Bovio" di Ruvo, ora in pensione, referente presso la stessa scuola per il dialetto, ha composto numerose drammatizzazioni in vernacolo per bambini. Ha composto, per facilitare l'approccio dei bambini al dialetto, un libro di filastrocche "Felastruocche tra vinde e saule". Ha scritto le raccolte di poesie in dialetto: Pone e alèive, Pone e pemedore, Pone e cepuodde, Pone assutte, La collane de fofe de cuzzue (indica il gioco fatto da bambini e dall’autore stesso, di infilare ad uno spago colorato delle fave fresche, appena sgusciate per creare una collana, al quale erano raggruppati in cerchio i sogni , le fughe e i progetti dei bambini).
 
Vincenzo Luciani
 
pubblicato il 5 dicembre 2016