L'Assassinio nella cattedrale nella nuova traduzione di Rosangela Zoppi




 
Il maggiore dei drammi di Eliot, Murder in the Cathedral, andò in scena nel 1935, e solo cinque anni dopo ebbe una versione italiana dovuta a Cesare Vico Lodovici. A questa seguirono le altre di Alberto Castelli (1947), di Tommaso Giglio e Raffaele La Capria (1985), di Giovanni Raboni (2006).
Perché allora italianizzare di nuovo un testo che aveva già goduto dell’attenzione degli specialisti? La traduttrice dice per due motivi: la “riscoperta dell’attualità di quest’opera” e l’intento di “renderne fruibile il ritmo, la scansione poetica”.
Rosangela Zoppi è stata insegnante di inglese, e certamente nella sua carriera ha avuto l’occasione e forse il dovere di presentare agli studenti l’opera poetica di un autore come Eliot. E allora direi che proprio da questo le è venuta la spinta a tradurre la poesia teatrale di Assassinio, quasi a rendere tangibile e fruibile ad altri il suo operato in classe su di un’opera canonica della letteratura inglese. Infatti, solo chi ha insegnato sa cosa voglia dire cercare di trasmettere il carattere di un testo, e insieme il proprio coinvolgimento con il testo stesso. Vedrei appunto in questa ottica il bandolo delle ragioni addotte dalla traduttrice.
Del resto esse adombrano i motivi che hanno reso celebre questo lavoro teatrale di Eliot, per quanto abbia più del “teatro da camera” che del teatro da scena, e gli hanno conferito quel carattere moderno e indimenticabile di cui non beneficiano altre pièce sullo stesso tema, in primo luogo quella monumentale e tradizionale del Tennyson, Becket, risalente al 1884.
Ma al di là dei fatti strutturali e delle interpretazioni storico-critiche, veicolate ugualmente bene da una traduzione in prosa, Rosangela Zoppi, che è poetessa in proprio, si è trovata di fronte all’arduo compito di rendere il gioco sottile del ritmo nei versi eliotiani, così variato eppure controllatissimo, delle rime abilmente giostrate, della stessa sonorità delle parole, in sé per sé e in contesto. E certamente si è resa conto che una difficoltà del tradurre nella nostra lingua è la maggiore lunghezza delle parole italiane rispetto alla base monosillabica di un gran numero di parole inglesi; e quindi la maggiore estensione, inevitabile, del verso e del tutto, e il differente impianto fonico del verseggiare.
Rosangela riesce a gestire bene le rime, riproducendole dove possibile, o immettendole di sua iniziativa nella traduzione anche quando non rispondenti all’originale, a compenso dei casi inevitabili in cui vanno perse.
Nella prima parte, la tirata del IV Tentatore che comincia That is why I tell tou (p. 58), e che contiene venti versi a rima baciata (compresi sei you, di cui quattro consecutivi) è rifatta esattamente con lo stessa schema rimico. Uno stralcio come esempio:
 
that nothing lasts, but the wheel turns,
the nest is rifled, and the bird mourns;
 
che niente dura, ma la ruota gira,
che il nido è vuoto e l’uccello sospira;
 
dove avvertiamo in traduzione la stessa cadenza dell’originale, con due accenti per emistichio, e apprezziamo l’immagine di “vuoto” per il nido depredato (nest/rifled), e anche il “sospira” dettato dalla rima, rispetto al più forte mourns”, “si addolora, piange”.
Un espediente che la traduttrice usa costantermente è l’inversione sintattica: “quest’uomo, che nella storia un ruolo ha giocato”, “stabile lo rendono, fatale morbo alimentano”, “d’un Papa senza potere ostinato servo”, e così via. È un tratto che in qualche modo “antichizza” il testo, e tutto sommato giunge ad essere accetto, perché rientra nell’atmosfera dell’originale, nel modo cerebrale di cui così spesso Eliot sostanzia le volute di pensiero dei suoi personaggi.
Come avviene o dovrebbe avvenire in ogni traduzione, sono numerosi i passi in cui la mano felice di Rosangela si rivela alla lettura della versione in sé, indipendentemente dal confronto con l’originale. Se n’è già visto un esempio sopra. Eccone altri: “Thomas Arcivescovo, alza la vela bianca / tra il cielo grigio e l’aspro mare, lasciaci, torna in Francia” (27); “coro. È il gufo che bubola oppure un segnale tra i rami? / preti. La finestra è sbarrata, la porta è serrata e sprangata” (65); “Ora è chiara la via, ora semplice tutto si fa” (65); “Oh, lontano lontano lontano lontano nel tempo; e vago per una terra di rami secchi: se li spezzo sanguinano; vago per una terra di pietre riarse: se le tocco sanguinano” (117).
Tanto basti per accreditare questo amorevole sforzo, a labour of love, come direbbero gli anglofoni, compiuto da Rosangela Zoppi a riassumere la visione d’un autore famoso e d’una letteratura che è stata e ancora è parte della sua vita.
 T.S. Eliot, Assassinio nella cattedrale, Traduzione e cura di Rosangela Zoppi, Roma, Edizioni Cofine, 2016 (2a ediz. riveduta; 1a ediz. 2015).
 
Cosma Siani
 
pubblicato 3 dicembre 2016