Poeti catalani del XX secolo tradotti da Pietro Civitareale


Recensione di Nelvia Di Monte

 Poeta in lingua e in dialetto, narratore e critico letterario, Pietro Civitareale ha al suo attivo diverse pubblicazioni come traduttore: alle poesie di Pessoa, le novelle di Cervantes e i poeti italiani contemporanei raccolti ne La narración del desengaῆo, si aggiunge ora questa antologia (Di Felice Edizioni, Martinsicuro (TE) 2016) che presenta sette autori accomunati dall’uso dell’idioma catalano, “vivo e attivo, nella scrittura e nella vita quotidiana” nella Catalogna propriamente detta, nelle isole Baleari e nella regione di Valenza. Un saggio iniziale sulla Renaixencia (Rinascenza) della poesia catalana consente di inquadrare scrittori che “ne riassumono sia gli sviluppi storici che gli aspetti culturali (…) in perfetta sintonia con le estetiche della poesia europea del nostro tempo” e che vengono introdotti da informazioni biobibliografiche e da una sintetica ma precisa analisi critica, iniziando da Miquel Ferrà (1885-1947) le cui poesie hanno tonalità elegiache e nostalgiche, con spunti crepuscolari tipici dei primi decenni del novecento, non privi di qualche eccesso retorico.

Di notevole spessore sono i testi di Marià Villagómez Llobet (1913-2002), “un canto alla terra d’origine”. Civitareale definisce la sua poesia un’esperienza “essenzialmente evocativa e contemplativa, nella quale descrizione naturalistica e sentimento dell’esistenza e della fugacità del tempo si mescolano in un impasto espressivo di notevole suggestione”. Molto intensi sono i testi dedicati alle sue isole, il sonetto per Ibiza, dove era nato, che inizia con Viviamo sulla scorza sensibile / delle cose. E il lungo testo intitolato L’altra illa (L’altra isola, cioè Formentera), dove il poeta esprime in versi sciolti il suo modo di rapportarsi alla realtà: Ed era questo ciò che venivo a cercare, questo sguardo / in cui mettiamo tutta l’anima, molto solo, molto lento, molto lungo. Il rapporto con la propria terra (Ovunque vada mi ferisce il ricordo delle mie isole) emerge fortissimo anche nella poesia del più ‘giovane’ Ponç Pons (1956), in un incessante attraversamento di luoghi reali e simbolici, paesaggi e speranze degradate nel tempo, a cui solo parole insulari (e il dialogo con altri poeti europei) sembra concedere momenti di quiete.
“Estesa e variegata” è la scrittura poetica di Vicent Andrés Estellés (1924-1993), che tocca varie tematiche con un linguaggio limpido e colloquiale, “sostenuto da una intenzione volutamente populista e didascalica”. Civitareale sottolinea come la sua poesia risenta delle difficili condizioni storiche imposte dal franchismo. Ne è un valido esempio La canzone della rosa di carta, un omaggio al poeta José Martí e un inno alla libertà, che continua il suo cammino nonostante divieti e imposizioni e come una consegna, / circola segretamente / di mano in mano, per l’intero paese. Una riflessione sulla condizione umana e sui meccanismi della scrittura caratterizza la poetica di Bartolomeu Fiol (1933-2011), anche se nei testi presentati sembra che talvolta la forma (l’ironia, la sentenza retorica, la rima ad effetto…) predomini a scapito dei contenuti. 
Ampio spazio viene giustamente riservato ad Antoni Vidal Ferrando (1945), alla sua poesia ricca di metafore, “tesa a rivestire di luce e colori paesaggi e cose e ad anestetizzare i disagi e la caducità della vita, l’insufficienza ad essere”. O, come scrive il poeta, la traccia  / che lasciano queste ore ossidate / nel loro lento e tangibile fluire verso il pelago / dell’abitudine. Il rischio di “un certo ermetismo semantico” è ampiamente compensato da suggestive analogie, che fanno vibrare corde profonde che solo in poesia possono attraversare il tempo dell’oblio. Come l’immagine di una fotografia scattata a Barcellona negli anni trenta: erano due cortili gli occhi della madre./ Una rada dove si radunavano a bere i marinai,/ la sua collana di perle. (…) Disseccata, mi giunge la luce di quell’estate. / Lentamente prende forma nel mio cuore di ortiche.
Molto particolare è la poetica di Antoni Clapés (1948), una “scrittura intesa come epifania dell’essere”, il cui “motto è ascoltare e sapersi sintonizzare con il divenire delle cose”. La misura ampia del poemetto e la forma distesa della prosa poetica si adattano ad esprimere un’indagine sul senso misterioso insito nella realtà, nella convinzione che la scrittura sia l’unico luogo abitabile, spazio per intendere i grafismi e i suoni della vita: Disfa la prima luce contorni che non sono ancora parole: / rumore di sabbia, respiro di incertezze, momento catturato.
Benché siano assai differenti i poeti qui presentati, traspare una comune atmosfera che trova i suoi colori e il proprio orizzonte nell’attenzione al paesaggio vissuto e nella fedeltà ad una  lingua che ancora sa comunicare sguardi sul presente e ricordi, intime riflessioni e confronto con l’altro. Exili (esilio) è parola ricorrente, nostalgia per un luogo lontano, ma non perduto se lì ancora si orientano i poeti come Vidal Ferrando: Delle parole, ha fatto un mito. /  E, d’ora in poi, nessun’altra nave / salperà dal vespro dei suoi occhi.
Nelvia Di Monte