A Cutusìu con Nino De Vita


Recensione di Anna De Simone

 

Juncì runni vulia
Runn’è ch’avia ggià statu.
Nnô stessu piricinu
ri ciumi, ô stessu cutu.
 
Arrivai dove volevo.
Dove ero già stato.
Nello stesso angolo
di fiume, sulla stessa pietra.
 
La bella antologia delle opere di Nino De Vita, curata da Silvio Perrella (Nino De Vita. Antologia 1984-2014, Mesogea, Messina 2015) ci consente di entrare nel mondo del poeta siciliano dalla porta grande. Perché non è facile orientarsi per chi non lo conosca. Ma io un poco invidio chi non lo ha ancora letto, perché si innamorerà, forse, di un mondo piccolissimo e grande – la contrada di Cutusio dove De Vita vive dalla nascita – una delle 107 contrade di Marsala, la città affacciata sul mare, che ha una storia molto antica da raccontarci.
   L’esordio di questo poeta, sempre originale e infaticabile, è avvenuto più di trent’anni fa, con una raccolta di poesie in italiano, Fosse Chiti (1984).Belle. Di una bellezza che incanta e fa pensare. È un piccolo mondo, quello osservato da De Vita, fatto di ulivi, cavalli, corvi, lombrichi. Nulla sfugge al suo sguardo: non gli “aghi di pino, secchi, / per terra, a intreccio”; non la casa con una croce in alto: «l’edera, dal muro, / s’arrampica e l’avvolge // nel cielo l’attraversano / nubi / gli uccelli in fila a frotte // un sole lento / che scende verso il mare // il cerchio della luna / nella notte / scura…» (Ha una croce la casa). Dall’osservazione attenta di ogni particolare si approda senza quasi accorgersene, allo struggimento di quel sole che scende nel mare, di quel cerchio della luna che lacera le tenebre della notte.
   Ma dopo Fosse Chiti, De Vita, ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla poesia in dialetto. E nella parlata di Cutusio ha scritto finora quattro libri che ci  raccontano il mondo degli uomini e quello degli animali,  la violenza e la pietà, la paura e il dolore, l’inganno e l’onestà. E ce lo raccontano in un dialetto in via di estinzione, che non appartiene solo alla Sicilia, ma a tutti noi. Come la Valle dei Templi ad Agrigento, come il tempio di Segesta. Come Selinunte. Questo dialetto non può e non deve morire. Finché ci saranno poeti decisi a conservarlo e a salvarlo come De Vita, potremo stare tranquilli. Ma dopo? Alessandro Fo ha proposto a suo tempo di considerare le opere di De Vita patrimonio dell’umanità. Cutusio, infatti, osserva  giustamente Perrella nella sua introduzione «è solo la stazione di partenza; quella di arrivo dipende da noi che leggiamo». Impossibile non proporre qui una delle poesie meritatamente più note della raccolta intitolata proprio Cutusìu. È estate, è sera, nel cielo splende la luna. Vediamo dei ragazzini che se ne stanno seduti in cerchio in un giardino.  Uno di loro, Nino, improvvisa una lezione sulla luna. Mentre il giovanissimo oratore parla, i bambini contemplano la luna.  Tra loro c’è Martino, che se ne sta con la testa bassa perché è cieco. Ma a un certo punto interrompe bruscamente Nino e pronuncia una frase che ci lascia senza parole: «È bella» disse «la luna». La poesia è dunque una “seconda vista” che ci permette di “vedere” quello di cui non ci eravamo mai accorti prima; è una lettura speciale delle cose.  Così questa piccola grande lirica diventa un manifesto di poetica.
 
Parlai r’a luna.
Eramu una ricina,
’n terra, aggiuccati,
a ggiru, nnô jardinu.
 
Parlai r’u bbiancu
r’a luna;
r’i màculi nnô bbiancu
r’a luna; r’a luci
chi scoppa ri nn’a luna.
Ascutàvanu a mmia
taliannu ’a luna.
 
Cc’era Martinu,
’u picciriddu ch’avia
l’occhi astutati, nzèmmula
cu’nniatri:
stava cu’ ’a testa calata,
’i manu ncapu l’erva
chi spuntava.
 
Parlai r’a luna,
tunna e a fauci;
r’a mezzaluna;
r’u jocu r’a luna
chi s’ammuccia nnê nèvuli
e s’affaccia…
E a ccorpu Martinu
mi firmau.
                       «È bbedda»
rissi «’a luna!».
 
MARTINO.Parlai della luna. / Eravamo una diecina, / per terra, accovacciati, / a giro, nel giardino. // Parlai del bianco / della luna; / delle macchie nel bianco / della luna; della luce / che viene dalla luna. / Ascoltavano me / guardando la luna. // C’era Martino, il bambino che aveva / gli occhi spenti, insieme / a noi: / stava a testa bassa, / le mani sull’erba / appena nata. // Parlai della luna, / tonda e a falce; / della mezzaluna; / del gioco della luna / che si nasconde fra le nuvole / e riaffaccia… / E all’improvviso Martino / m’interruppe. // «È bella» / disse «la luna!».
 
     Del secondo libro di poesie,  Cùntura (Racconti 2003), Perrella ha scelto quattro racconti. Uno di questi, Cc’eranu tutti ammezzu ri l’ariuni (C’erano tutti in mezzo all’aia), ha come protagonista un maiale, che un giorno, passeggiando curioso per l’aia,  vede un pavone che fa la ruota. Una ruota dai mille colori che lo incanta. Per lui  – e per noi – questa è la scoperta, devastante, della bellezza. Dice bene Perrella: «… quei colori inaspettati e quasi psichedelici, abbagliano lui come noi che leggiamo». Una storia spiazzante, quella del maiale; difficile ma non impossibile, comprendere l’attrazione improvvisa dell’animale per il dispiegarsi di tanta bellezza, che lo ubriaca ed è come un vento di follia che lo porterà prima del tempo alla sua orribile fine. Storie di animali vittime della crudeltà dell’uomo si susseguono una dopo l’altra sotto i nostri occhi. Quell’autentico cantastorie dei nostri giorni che è De Vita ci porta, poi, nel terzo libro, Nnòmura (Nomi, 2005) a riflettere su personaggi che non ci sono più, sul male che hanno fatto o subito. Il poeta si fa rabdomante: seduto davanti al mare, si mette «a pungere, con una bacchetta; / a scavare, a raschiare / a penetrare, sollevare / le alghe putrefatte… ». Le contrade di Marsala, vaste come il vasto mondo, non hanno segreti per chi, come lui, sa guardare nel fondo del pozzo. Nell’aria di tanto in tanto si diffonde la musica triste di una fisarmonica che muore lontano. Bisogna continuare il viaggio, andare verso la città, conoscere òmini (uomini) autentici: come Sciascia, che per De Vita è stato un maestro e un riferimento etico essenziale e rappresenta il filo conduttore del quarto libro di versi, Òmini (2011), uomini veri. Ma nella città, a Palermo, De Vita troverà anche uomini da nulla e peggio. Ominicchi che possono schiacciarci (“chi ponnu scafazzàrini”). A questi quattro libri di racconti in versi, Perrella ha aggiunto storie di uomini e storie di animali ancora inedite. Penso a ’U sceccu (L’asino), originale e desolante. Un possibile modello potrebbe essere stato l’asino grigio di una celebre novella di Verga, Rosso Malpelo («…l’asino grigio, povera bestia, sbilenca e macilenta, sopportava tutto lo sfogo della cattiveria di Malpelo; ei lo picchiava senza pietà, col manico della zappa, e borbottava: “Così creperai più presto!”»).  L’asino mite che si prende le bastonate del padrone, è una figura reale e metaforica insieme: simboleggia da un lato la ferocia dell’uomo nei confronti dei più indifesi; dall’altro la mitezza evangelica di chi sembra subire, ma  in realtà si colloca  a una distanza stellare da colui o coloro che lo bastonano.  «Rripeti arrè ’i  palori, / chiddi chi cci ricisti / a Diu!» assicuniava. / « //Pirdona i me’ piccati» /  ’u sceccu arrispunniu « pirdona i me’ / piccati… ». (Ripeti di nuovo le parole, / quelle che hai detto / a Dio!» insisteva. / «Perdona i miei peccati» / l’asino rispose «perdona i miei / peccati… ».