Labbagliante acutezza dello sguardo di un poeta


Presentazione di Francesca Farina alla raccolta Archivi dellocchio di Roberto Pagan.

 

Il volume di versi di Roberto Pagan, che oggi* presentiamo, uscito in una bella veste tipografica per la Collana Castalia di Zone Editrice, è stato pubblicato nel 2008, ma, come ha sottolineato Roberto Pagan, la poesia non ha data, soprattutto quella di un vero poeta, che da un’intera vita si dedica a “componere versus” con straordinaria maestria, non soltanto tecnica, ma anche contenutistica, come appunto in questo “Archivi dell’occhio”, in cui intanto, a scorrere l’indice, notiamo immediatamente una grande coerenza di temi, cosa non scontata, visto che escono i libri di poesia più disparati, in cui si assommano gli argomenti più diversi e incongrui. Roberto Pagan, instancabile, quasi vorace viaggiatore, traccia pagina dopo pagina e poesia dopo poesia, una mappa geografica e storica precisissima e attenta, a partire dalla poesia incipitaria (pag.9), quella intitolata “Primo, evitare Roncisvalle”, quasi un comandamento, un precetto o un vademecum, perché è come dire di evitare la banalità del viaggio organizzato, del giro turistico, delle folle pellegrine, dei marasmi delle strade troppo frequentate (“Tra due strade, scelsi la meno battuta” ha scritto un grande poeta), per esigenza di solitudine e silenzio, per meglio riflettere sul mondo e su stessi, per conoscere davvero la Bellezza inseguita.
Roberto Pagan ci conduce con le parole e le immagini, nella prima delle quattro sezioni di cui si compone il volume, intitolata appunto “Evitare Roncisvalle”, attraverso una Spagna inconsueta, e sono proprio le sue parole ispirate a renderla tale, oltre alla capacità di saper guardare al di là delle cose, mentre Storia e Geografia si intersecano come in un variopinto, prismatico mosaico, un caleidoscopio abbagliante di colori e sensazioni, scorrendo via oltre il finestrino dell’automobile, “Per le balze d’Aragona (pag. 11), oltre i rimbrotti di chi lo accompagna (che non è difficile identificare!), quasi oziando a bella posta con le parole, che si inseguono di verso in verso in tornanti lenti, sinuosi, simili a quelli delle vie, in immagini ironiche, di una dolcissima ironia da gran signore, che non si sconcerta mai di nulla, che sopporta amabilmente tutte le contraddizioni che si presentano al momento, e registra, con fare distaccato, ma con penna acuta e felicissima, quasi un sismografo vivente, quasi un modernissimo Erodoto, un Pausania del Duemila, “tutti i pellegrini (in “Là dove confluiscono le strade”, pag. 13), “angli sassoni franchi belli e brutti e puri/ di cuore o miseri e sciancati e tremanti e sciammannati/ in ciabatte”, mescolando alto e basso, pietà e sorrisi, malinconia e sarcasmo, che investono pure l’evento miracoloso ricordato nei versi: e siamo precipitati in pieno Medioevo, nel Medioevo moderno di Santiago di Compostela, dove si perdono i moderni viaggiatori, il poeta e la sua compagna, come mille altri, armati di cinepresa o videocamera o macchina fotografica, che riprendono impietosamente immagini e parole, verità ed errori, colori e suoni, in una processione fantasmagorica che ammalia.
Il poeta ci porta, dunque, in questa fittissima selva di parole, quasi conducendoci per mano, attraverso terre e miti, tanto che Rolando e Ferraù ce li troviamo compagni di strada, come se niente fosse, e risuona ancora il corno del fiero paladino, rotea ancora la sua gigantesca spada Durlindana, nella “Vigna del Signore” (pag. 17), sempre pronti però al miracolo ad ogni svolta dei versi o della via, sia la tomba di San Giacomo, sia l’apparizione della Vergine, sia la resurrezione di un impiccato e quasi in contemporanea di un galletto appena spolpato!
Sfogliando questo gran libro della Natura e della Storia e della Geografia, come detto, ché ogni luogo è ben delimitato e segnato come su una carta geografica, appunto, si registrano voci e sensazioni, come quelle suscitate dalla “giovane laziale ruspante”, che paragona la cattedrale di Burgos a Disneyland (“Ci accolse la luna”, pag. 21), ovvero colori accesi, quasi insostenibili (“Fu il giallo cromo”, pag. 22) a causa del restauro improvvido (perplessità che è anche del poeta, come lo stesso sottolinea in una delle ricchissime note di cui è corredato sfarzosamente il volume, a costituire quasi un controcanto al canto delle rime, un poema in prosa direi, il quale, più che informare noi ignari lettori, fornisce un florilegio coltissimo, un Baedeker essenziale e raffinato per chi volesse ripercorrere quelle stesse strade). In tanto fasto, siamo, anche noi sedentari, quasi sopraffatti dalla “sindrome di Stendhal” che, realtà a o leggenda, colse il sublime scrittore francese di fronte a un eccesso straordinario di Bellezza, visitando varie città italiane.
Si viaggia ancora e ancora, incessantemente, tra le pagine, mentre la sinuosità spiraliforme delle subordinate accompagna la strada fino all’erta più tenebrosa, al gotico più misterioso, avvicinandosi vieppiù alla meta ultima, che è Santiago di Compostela, ovviamente, perché qui “Si fa seria la cosa” (a pag. 24) e non manca tutto l’armamentario romantico della nebbia, degli “spettri o scheletri”, come dice il poeta, che si intravedono ai lati della via, così dal caldo agostano si precipita in un tempo “da grappini” nella rude Galizia, dove ancora è memoria dei Celti, sempre trasportati da “un ippogrifo a ruote”, che vuole quotidianamente il suo “fieno di bitume”, parafrasi con cui si intende l’automobile, ovviamente. Ed ecco finalmente la meta agognata: Santiago (pag. 27), dove in una poesia-enciclopedia (“La gloria di Santiago”, e davvero il poeta si fa narratore enciclopedico della città santa dell’estremo Occidente d’Europa!) viene descritto minuziosamente l’allucinante bric-à-brac del pellegrino, “gli ammennicoli” tutti dedicati a San Giacomo l’Apostolo, alla spasmodica ricerca, più che della redenzione, del business, fino al momento in cui si “smaga” la ragione del poeta e si cambia definitivamente itinerario, obnubilati con lui dalla incredibile sovrabbondanza di ogni cosa…
Così, nella seconda sezione del volume, intitolata “Que viva Mexico!”, con un’immagine assolutamente nuovissima (ché il nostro poeta detesta il vieto, il banale, il consueto ed ogni volta li trasforma in inusitato, smagliante, originale…) ci immergiamo con lui (nella poesia 1, pag. 33, “Immagina un quadrato”) in una realtà tutt’affatto singolare, quella del Messico, appunto, deformata o piuttosto trasformata, quasi ricreata, dalla penna e dalla sapienza dell’autore, dalla sua capacità di guardare oltre le apparenze. Nuovamente siamo posti di fronte alla Storia, quella con la esse maiuscola, la quale è stata altrettanto devastante nella appena trascorsa Spagna, ma qui siamo abbagliati e sconcertati tra miti e riti pre-colombiani e miti e riti dei Conquistadores spagnoli, appunto, (ecco appena ristabilito il fortissimo legame di sangue, che stringe il primo a questo secondo poemetto, come lo definisce lo stesso scrittore): dall’antico universo di Montezuma al moderno di Diego Rivera non c’è che un passo, letteralmente: la Storia si inscrive nelle facce dei giovani del luogo, figli dei figli di quei lontanissimi  antenati, come nelle facciate dei palazzi affrescati dai pittori contemporanei; quindi, precipitati nel metamorfico presente, di luogo in luogo e di poesia in poesia si corre in metropolitana (nella poesia 2, “Quartiere del coyote”, pag. 35) da Città del Messico verso Coyoacàn, il quartiere del coyote, che è un miscuglio (come fosse un meticcio anch’esso) tra cane e volpe, luogo dove Cortés, il mitico “principe del tuono”, venuto come un Dio dall’oltremare più profondo, insediò il proprio campo-base, che però assomiglia alla fattoria di un onesto possidente, piuttosto che all’accampamento di un sanguinario usurpatore, il quale si consolava di tanta strage degli indios tra le braccia della bella Malinche, la traditrice del proprio popolo. Non basta: altri due significativi siti accolgono l’ironico stupore del poeta: la piccola “casa di bambola” della pittrice Frida Khalo, tutta ornata di fiori e di colori, e il fortilizio di Trotzsky, dove il rivoluzionario russo, detestato da Stalin, fu assassinato da un suo sicario (tra l’altro, sembra che fosse parente della moglie di Vittorio De Sica, Maria Mercader, perché appunto si chiamava Ramon Mercader), forse non senza la muta consapevolezza di Diego Rivera, il pittore marito di Frida…così il cerchio dei richiami e accostamenti geografici e storici si chiude…
Si viaggia dunque su autobus traballanti e lenti (poesia 3, “C’è un ordine alla fine” pag. 38, e 4, “Non ha orari il battello”, pag. 40), che hanno nomi richiamanti le tempeste, oppure su un battello che parte senza orari, soltanto quando è pieno, e si arriva in altri siti carichi, quasi oppressi dalla Storia, quella dei rivoluzionari che nel 1810 lottarono per “l’Indipendencia” (pag. 42) in un mescolio di eroine, martiri e tiranni, bandiere, spade e inni; ovvero tentati dal Folklore, quello de “Las ferias de los muertos” (poesia 5, “Ci vennero incontro”, pag. 43) preannunciate dalla inquietante maschera a forma di teschio, che una bambina indossa sull’autobus, le quali feste si celebrano con grande, escatologico sfarzo in tutto il Messico, ma in particolare a Toluca, con “dolciumi cimiteriali, bare di zucchero e torrone lecca-lecca a morticino” (pag. 43) in “singolare mescolanza di elementi macabri e di sfrenatezze carnevalesche” (come dice Roberto Pagan in nota) in una specie di “Carnevale dei morti” insomma, il tutto fatto per esorcizzare la morte nelle sue forme più diverse, cataclismi, terremoti, massacri sanguinari, carestie, superstizioni e fanatismo religioso, consueti agli Aztechi come ai messicani contemporanei.
Un altro, ben diverso “fil rouge” (nella poesia 6, “Nuda la storia”, di pag. 45) lega la grande Storia sempre presente (quella di Massimiliano d’Asburgo, fratello di Francesco Giuseppe e cognato di Sissi, mandato alla sbaraglio in Messico a conquistare un impero e poi fucilato dai rivoltosi; Massimiliano che partì da Trieste e dal castello di Miramare con la bella sposa Carlotta, ignaro di un destino di morte annunciata per lui e di pazzia per lei) alla piccola storia del poeta, che conosceva bene, nella sua Trieste protesa sull’Adriatico, la spaventosa, quasi leggendaria vicenda, un’altra avventura o sventura di sangue come tante.
Ma al “Sumidero” (poesia 7, pag. 47) un canon gigantesco, un orrido spaventoso, che si fa meta e beffa dei nostri viaggiatori, ci riafferra la Natura trionfante, langue per un attimo la Storia, e il poeta, con la sua sempre silenziosa compagna (che però intuiamo sempre presente e altrettanto attenta), è trascinato in una folle discesa quasi infernale, salvato a stento da un angelo soccorritore, che lo indirizza all’ultimo autobus della notte… Nel Chiapas, poi, (alla poesia 8, “La città dei vinti”, pag. 51) torna ogni memoria, e della Storia antica, nel nome di san Cristòbal de las Casas, cittadina che unisce in sé sia il santo patrono Cristoforo, il portatore di Cristo, con i Gesuiti e sant’Ignazio de Loyola, sia lo “strenuo difensore degli indigeni” Bartolomé de Las Casas, e di quella recente, nel peregrinare un po’ deluso dei viaggiatori, con la religione sempre viva e vitale, la mescolanza di sacro e di profano nel bambino che, sui gradini di un altare, non chiede una moneta, ma una penna per scrivere e si illumina alla biro che il poeta gli porge, e che prende come un dono inestimabile; il mercato, dove si vendono immancabilmente le magliette con l’effigie del famoso sub-comandante Marcos, finché non si arriva all’Alameda, (a pag. 54, con la poesia “Un cenotafio”) la grande piazza alberata una volta da pioppi (“alamos” in spagnolo), dove la Macro-Storia si stempera ancora una volta nella rievocazione della vicenda minuta di un ignoto fotografo italiano (mai più ritrovato dal poeta, neppure al suo ritorno in Italia), che celebra le gesta di Marcos, mentre sull’immensa spianata trionfa, custodito da un Museo, il “Sogno” di Diego Rivera, “un grandioso mural” lungo 15 metri e alto 4, in cui innumeri personaggi, tra i quali lo stesso pittore e centinaia di altri, rappresentano la Storia miserabile e gloriosa del Messico.
Di corsa poi, e ci sembra quasi di sentirne l’affanno, fino a Guadalupe, col “formidabile santuario/della Vergine”, che apparve a un pastorello, accanto al quale è stato eretto però “uno stadio, una grande scodella”, e dal sacro si riprecipita nel profano, nella sferzante ironia dei versi, in cui si nega ciò che prima si era esaltato, e il suo contrario. Ancora morte e vita si mescolano, Storia ancestrale degli Aztechi, col loro cimitero sepolto nella Piazza delle Tre Culture, ma anche Storia Contemporanea dei messicani, con il massacro di centinaia di vittime, che il 2 ottobre 1968, dieci giorni prima dell’apertura dei Giochi Olimpici di Città del Messico, fu perpetrato dall’esercito e dalla polizia contro i manifestanti anti-governativi. Tra i feriti, anche Oriana Fallaci, per la quale, Antigone o Cassandra che fosse, il poeta pietoso invoca che si preghi “per la sua pace” (un’eco delle parole di Francesca da Rimini nel canto quinto dell’ “Inferno” di Dante).
Infine, (con la decima poesia del poemetto di questa seconda parte del volume intitolata “Un cenno di saluto”, a pag. 58), si sfora dal Messico in Guatemala, per una serata con cena al ristorante, e l’accompagnatrice del poeta si è messa “elegantina”, coi tacchi e tutto, ma ci si ritrova a mangiare una “immonda creatura” “più piccola di un maiale, ma più grande di un topo”, Paese dove si scoprono le “stranezze più esotiche…l’albero/ del pepe e pennuti in tecnicolor/che non capisci se erano/tacchini o un carnevale di pavoni in maschera”… Insomma, l’Altrove e il Diverso con la A e la D maiuscole esplodono a Tikàl, a Palenque, nello Yucatan, a Chichén Itza, a Uxmàl, a Tulùm, dove la mente dell’osservatore si confonde, come si mescolano le pagine degli appunti, e lo afferra la vertigine, lo sgomento dell’ignoto, che similmente lo ghermì forse soltanto nel “grande parco del Palazzo d’Estate”, nei dintorni di Pechino, fatto più volte restaurare dall’imperatrice Ci Xi…ed è l’addio struggente all’America Latina.
Arriviamo così alla terza sezione del volume intitolata “Icone bizantine”, introdotta da un incipit che richiama subito, e ancora una volta direi, il concetto di sacro, nella visita a una piccola chiesa greca (siamo dunque in un altro universo, la Grecia appunto), che cela nei suoi “Divini recessi” (questo il titolo della poesia che dà inizio alla sezione, a pag. 65) impensati tesori. Soltanto la macchina fotografica o la videocamera con i loro pixel miracolosi riescono a detrarre all’oscurità e al silenzio i clamori dei colori dei nascosti affreschi, che sono preghiera muta, ed è preghiera muta anche il lavoro dell’umile ed ignoto pittore di icone, che il poeta coglie nella quotidiana pratica d’arte (nella poesia 2, “Senza nome né tempo” a pag. 66) in un brillio cromatico quasi eccessivo, dove il canto dell’anima sembra sciogliersi più vasto a lodare la gloria dei cieli, a innalzarsi fino alle una volta quasi inaccessibili Meteore della Tessaglia “abbacinata di nevi” (poesia 3, “In senso verticale”, pag. 67), ora facilmente raggiungibili in torpedone, ma come dissacrate nell’atteggiamento annoiato e nelle chiacchere del dopovacanza, in ufficio, in cui si nota, bella sì, la Grecia (come se l’aggettivazione potesse significare qualcosa!), ma “si mangia male”, facendo crollare tutto il panegirico precedente.
Altro giro di giostra si direbbe, e si è sbalzati di colpo dalle Meteore greche allo splendore di Mosca, della Piazza Rossa e del Cremlino, della Cattedrale di San Basilio, durante la sfarzosa e rutilante Pasqua russa, dove “fede è il rimanere sulla soglia”, come sottolinea il poeta (poesia 4, “Il rimanere sulla soglia”, pag. 69), sia in senso metaforico che reale, poiché “i devoti rimangono al di qua dell’iconòstasi” (come leggiamo in nota) e ancora commossi ed ammirati, in Cappadocia (altra svolta della pagina e del luogo, alla poesia 5, “Ogni specie di santi anacoreti”, pag. 71), dalla semplice vita dei santi eremiti “campioni della fede”, che in grotte e cripte ricavarono (o meglio scavarono) luoghi di paradiso, dove “sorrisero gli angeli” e dove rifulsero le gesta di Basilio, di Barbara, Teodoro e Onofrio, “alcuni tra i santi più venerati…
Nell’ultima sezione intitolata singolarmente “Pannelli solari”, il poeta torna a volgere lo sguardo alla Grecia innanzitutto, al “balcone estremo dell’Egeo”, la mitica Santorini (1, “Come a teatro (Santorini)”, pag. 77), dove il trionfo della luce e dei colori (zaffiro, lapislazzuli, cobalto, oro, viola, giallo zolfo, rosso fiamma, nero morte) abbaglia e frastorna, ma subito ci si immerge in una memoria di catastrofi apocalittiche, ancora tra Preistoria e Storia, ancora tra riti e miti antichi e moderni, che si compongono e si sfilacciano di fronte a un’osteria, per la cena, meta o miraggio, come il sogno del comandante del battello, che porta le orde dei turisti, lui come Ulisse e un’americana come Calipso. Però, d’un subito siamo trascinati in un altro luogo, in un altro tempo, a Naples, in Florida (non inganni il nome, niente a che vedere con Napoli! O forse sì? Ce lo dica il poeta), dove adesso lo strenuo viaggiatore (2, “La cosa più vecchia”, pag. 83) ci mostra l’insipido moderno, in cui la cosa più vecchia appunto è un pontile di legno, e ci fa sentire la voce del silenzio, senza più il “chiasso dei giovani”, scomparsi tutti i poveri, perché questa è terra da vecchi ricchi, che celebrano le loro giornate intenti a certe occupazioni sterili, il Bingo, la grigliata, la spiaggia sull’Oceano, l’immancabile shopping, la gita mancata a Key West, alla ricerca di Hemingway, ed infine, ancora una volta, come in Grecia, l’imperdibile “occaso”, cioè il tramonto, sul pontile di legno già nominato, un odore di salso che ne riporta un altro, quello dei Bagni Ausonia di Trieste, anni Cinquanta, un mondo perduto che risorge grazie ad un sensazione appena distinta…Ma dall’ “agonia della luce” di Naples, ci ritroviamo in un lampo negli arcobaleni di Bergen (poesia 3, “Qui piove e spiove (Bergen)”), in Norvegia, che illuminano il paesaggio dopo ogni acquazzone, piuttosto frequente a quelle latitudini, nel volo impazzito delle folaghe intorno alla statua di re Haakon VII o “appollaiate sul tricorno del poeta Holberg”, che richiama alla mente Goldoni e Venezia e i suoi campielli in maschera…Però questo è piuttosto il Paese dei Troll, “geni dal buffo aspetto, ma sempre bonari e servizievoli” (secondo la nota dell’autore) e del sole, che si celebra quasi come una divinità, in una festa che saluta la stagione estiva, molto amata da quelle genti nordiche, prima del buio invernale, paesi sorvegliati dai loro eroi, a cui sono erette statue ovunque, il violinista Bull, il drammaturgo Ibsen, il compositore Grieg, mentre il poeta e la sua compagna si avviano nel crepuscolo verso una tavola ospitale, “stranieri ma non estranei”, ad ammirare ancora una volta dietro “le finestre immense” “un lago d’opale” e il cielo che “si sublima”, desiderando non più luce, ma che si fermi il tempo… Sullo stile del poeta, sarebbe da scrivere un altro, più complesso saggio. Ma mi fermo anche io qui.
 
Roberto Pagan, Archivi dell’occhio, Zone Editrice, 2008, Roma.
 
*La presentazione si è svolta nella Biblioteca Nelson Mandela a Roma il 13 ottobre 2016
Francesca Farina
 
Pubblicato il 15 ottobre 2016