Per Roberto Giannoni




 Il 12 luglio 2016 è mancato Roberto Giannoni, «il miglior dialettale genovese del Novecento, ancorché in larga misura inedito» (F.Brevini, La poesia in dialetto, I Meridiani, Mondadori 1999). Nato a Genova nel 1934, si era trasferito a Torino e dal 1978 a Milano. Per molti anni era stato funzionario amministrativo alla Rai. Uomo di ampia cultura, ha scritto testi di argomento filosofico, storico ed economico (editi in riviste). In  poesia ha pubblicato ’E gagge (La strada del sale, Milano 1987) e ’E trombe. Acconti su versi in scadenza (Menconi Peyrano, Milano 1997). Molti testi –  apparsi in rivista, plaquette e antologie, o inediti – avrebbero dovuto confluire in un’opera seguendo il progetto esplicitato dall’autore nell’introduzione a ’E trombe: una raccolta di narrazioni riguardanti Genova, da inizio Novecento fino al ’90, quando «mi pareva svanissero definitivamente un’epoca ed una città, una classe sociale»; e una seconda raccolta, suddivisa in tre  sezioni, una su temi più esistenziali, una sulla vita economica di una città-emporio, nella terza «si sarebbe ripreso il dialogo col passato, allargandolo al di là dei confini di questo secolo». A cui andava aggiunta un’edizione ampliata di ’E gagge (e ’i spëgi).

Sono numerosi anche i testi critici in cui Giannoni ha espresso articolate riflessioni sulla sua scrittura e sull’uso del dialetto in diversi autori e periodi della letteratura italiana. Il suo percorso poetico inizia verso i quarant’anni, allorché «l’esperienza analitica ha consentito che riaffiorassero “le parole dei nonni”, il dialetto – forse inventato – con cui esprimere una vita e una città che affondano». Il legame tra l’autore e Genova è stato ben evidenziato da Franco Loi, che definì la poesia di Giannoni «una discesa nella memoria più oscura, un viaggio, sì nel ventre di una città, ma anche nel cuore piagato di una civiltà» da parte di un osservatore  «che sa ritrovare, nel lungo dialogare con la città, il proprio passato e forse un più concreto specchio di sé e del proprio destino» (in Nuovi poeti italiani, Einaudi 2004).
Quando conobbi Giannoni all’inizio degli anni novanta ed ebbi in dono una copia di ’E gagge, mi colpirono molto le sue poesie: un mondo poetico complesso ma estremamente coeso nei suoi fondamenti tematici e stilistici, affrontato (e razionalmente motivato) da un autore per nulla nostalgico, tanto meno disposto a lirismi autobiografici. E che perciò non nutriva particolare simpatia per i poeti neo-dialettali (a cui riservava un apposito girone all’inferno…), mentre apprezzava moltissimo la poesia dei narratori, Raffaello Baldini innanzi tutto e Franco Loi. Per Giannoni scrivere in dialetto significava «parlare per il tramite di un coro» che comprendeva persone di vari ceti, dal borghese ai lavoratori del mare o agli emarginati, dalla ricca signora alla prostituta, saldamente legati a vie e scorci di Genova, o condotti oltre oceano da viaggi e  traffici commerciali. Un’umanità ingarbugliata nella rete oggettiva (impersonale, cioè difficilmente modificabile) della storia o messa all’angolo dagli aspetti  economici e materiali della vita, a cui alcuni cercano di opporre un anelito ideale, destinato a naufragare o ad assumere i contorni di un sogno ad occhi aperti. Figure inventate,  con i loro drammi o aneddoti che emergono sullo sfondo di un contesto storico preciso e documentato. Quasi concisi romanzi, con personaggi influenti o semplici comparse, riscattati da uno sguardo che non giudica ma delinea  l’intreccio di debolezze e speranze in chi porta avanti la sua quotidiana esistenza dentro avvenimenti – il lavoro, l’emigrazione, la guerra… –  che lasciano ben poco alla libertà al singolo. E dei quali, come oggetti di una ricca casa borghese finiti sui banchi dei rigattieri, poco si salva, relitti dopo un naufragio.
Un pessimismo irrimediabile, che rende più vivida e tragica quell’aspirazione alla felicità, anche nei suoi aspetti più semplici, alla quale ciascuno non sa rinunciare, «un’ansia di liberazione, in cui sembrava vivere l’eco dei profeti (…) una speranza carsica» (in ’E trombe).  «Ha scritto Hegel – commenta l’autore in un testo su rivista – che la storia procede calpestando i fiori. La poesia in dialetto può probabilmente dire, meglio d’altre forme espressive, il cumulo di quei fiori distrutti, ossia i costi e le sconfitte, le rinunce che ne conseguono, le alternative che vengono sacrificate». O, espresso in poesia: «M’era parso che esistesse una favola fattasi realtà/ e che bastasse per vivere, per poter morire» (in ’E gagge).
Confesso che, alle narrazioni e descrizioni di vicende storico-sociali, ho sempre preferito i testi in cui prevalgono elementi più personali, riflessioni, stati d’animo, sensazioni. Da quella che Brevini definiva «una sorta di annalistica in versi, che si accampa su una pagina gremita di note, fatti, date, nomi», io selezionavo le poesie dove emergeva nei vari personaggi un’interiorità contraddittoria e sincera, il desiderio di corrispondenze e cura, i peccati dei bisogni affettivi, le aspettative di una vita diversa. Insomma: la poesia più esistenziale e, se vogliamo, più intimista e legata ad istanze inconsce. Giannoni tacciava di perfidia neodialettale la mia preferenza (destinando pure me all’apposito girone!), ma gli aspetti reconditi dell’animo umano gli erano ben presenti, per esperienza personale e approfonditi studi, e a me sembravano tematicamente più importanti di quanto lui fosse ufficialmente disposto ad ammettere.
Questa commistione di elementi si riflette sullo stile, sul piano linguistico con  «una scelta di arcaismo (…), un genovese che non si parla quasi più, un idioma popolare, ma anche aristocratico» (Brevini)  che accoglie frasi idiomatiche e gergali del parlato, inserti da lingue straniere, citazioni da testi antichi e letterari e riferimenti in vari ambiti. Nella metrica con il verso lungo e l’enjambement che distendono l’immagine, con una rima a volte più regolare, a volte variamente modulata, così da creare un ritmo di sottofondo continuo ma discreto. Ma spesso la narrazione si spezza, il verso si scinde, o si tronca, o termina con puntini di sospensione per riprendere poi da un’altra parte, come un discorso tra sé e sé che non può avere risposta, simile al libero fluire di una coscienza che, narrando, si interroga sul senso della vita e del proprio destino e giunge a volte ad un punto morto. Giannoni aveva una particolare abilità nel creare figure che inglobavano tracce di un lungo passato che ciclicamente ritorna, di miti sedimentati nell’animo umano, oltre che nella cultura occidentale, di una religiosità che è attesa tenace ma indistinta, «una voce-brezza» che si insinua nel grumo opaco dell’esistenza.
Per ricordarlo ho scelto una poesia che ha una figura narrante femminile, in parte  Shâhrazâd in parte Penelope, un testo scritto in un arco di tempo piuttosto lungo, delle guerre del Golfo, e quanto mai attuale. Una situazione tragica, perché la morte è costantemente in agguato, ma permeata da un respiro che non cede, «simile ad un telaio su cui tessi tante voci». C’è una fede nel narrare – esplicitata dall’autore nell’ultima nota al testo – che va alla radice della civiltà. E al fondamento di ogni vita, all’irrinunciabile bisogno che ci sia un lieto fine a cui orientarsi, anche se destinato a svelarsi un’illusione.
Vorrei concludere soffermandomi su questa fiducia nel potere fabulatorio della parola, che Roberto Giannoni esercitava non solo nella sua scrittura poetica, ma anche nei suoi lunghi discorsi con gli amici, accompagnati da riferimenti e citazioni puntuali, e conditi da argute – a volte taglienti – osservazioni critiche e giudizi. Uomo colto e infaticabile studioso, andato in pensione si era iscritto a dei corsi universitari, per evitare di ridursi a parlare solo di acciacchi dei vecchi, diceva. Aveva scelto anche un corso di aramaico: si divertiva a commentare che così, in questa lingua, avrebbe potuto dialogare con san Pietro…
 
Nelvia Di Monte
 
 
’ NA NŒTTE (O MILLE)
 
Conta ancon, dinne pòi, no stâ a affermâte,
scibben che ven zù ’e bomboe e ’o çê ’o l’è vèrde.
Parla: ché dòppo, maniman, se pèrde
’o fî de tûtta ’a stöia…
              Ti ti ’o sæ
che ’o tò respïo ’o l’è comme ûn tëâ e che in çimma
ti ti ghe tesci tante voxe, quande
de fœa l’è tûtto scûo: ’na nœtte grande,
co-ûn mondo ch’o pâ vœo e’o l’è lì pe ti…
Vanni avanti coscì, scin-na che ’i sœnni
se saiàn consûmmæ, pægi a-a candeija.
Pòi cianta lì de dî… Sä pe staseija,
se ancon ghe sä ’na seija zù de chì.
Se n’arrestiâ ’e fregogge de’n discorso
da fâ con quelli vivi…
             Pâ ch’a bruxe
l’äia framezo a-o fô, con quelle lûxe
che vëgnan a çercâne e a fâne moî.
No gh’è de stelle in giö. Solo d’e paole:
wa-yòmer Avraham… fa-qâlat hîa
Ti méttile pe còsta, torna in fïa,
comme fuîsan d’i moin fæti co-o sciòu.
O comm’a fuîse ’n’ agoggiâ, ma tanta
ch’a l’arrïe in fondo a-o çë, scinn-a a doman,
e che ghe vagghe apprœvo ’e dïe d’a man,
pe dâghe ’n groppo ben ben streito…
             Chì
coscì no gh’è ciù d’ombra.
             Ven zù ûn ciæo
sempre ciù ciæo, perché an da vedde ’i ponti…
Desghœggila ’sta föa: ché, se ti ’a conti,
poemmo contâ quarcòsa noiätri ascì.
 
(1991-2004)
 
 
Una notte (o mille) – Alle fanciulle di Baghdâd
 
Racconta ancora, dicci il seguito, non fermarti, anche se cadono le bombe e il cielo è verde.
Parla: si rischia altrimenti di perdere il filo di tutta la storia…
Lo sai, il tuo respiro è simile ad un telaio su cui tu tessi tante voci, quando fuori è buio: una notte grande, in cui sembra che il mondo sia vuoto e sia lì per te…
Va’ avanti fino a che i sogni si siano consumati come una candela.
Poi cessa di narrare… Sarà per stasera, se ci sarà ancora una sera quaggiù. Se ci resteranno le briciole di un discorso da tentare con chi è ancora vivo…
Sembra che l’aria bruci, in mezzo al frastuono, tra quei bengala che scendono a cercarci e a farci morire.
Non vi sono stelle. Solo delle parole: Disse Abramo…  Lei raccontò…
Mettile nuovamente in fila, di costa, come fossero mattoni fatti con il respiro. O come fosse una gugliata capace di giungere fino alla fine del cielo, sino a domani: e cui andassero dietro le dita della mano per darle un nodo ben stretto.
Qui non c’è più ombra. Vien giù un chiarore sempre più chiaro, poiché hanno da vedere bene i ponti…
Dipanala questa tua fiaba. Se riesci a raccontarla, forse contiamo qualcosa pure noi.
 
 
Verso 1.  Conta ancon: nella raccolta, non troppo antica, che prese il nome Alf lailah wa-lailah («Mille e una notte»), sono rifluiti tanti racconti, correlati fra sé e spesso emboités l’uno nell’altro. La cornice d’un tale intreccio di storie è offerta dalla vicenda di Shâhrazâd. Un re, tradito dalla moglie che s’è unita ad un servo, la uccide e procede poi ad una vendetta ossessiva. Sceglie via via diverse fanciulle, mandandole a morte dopo la prima e unica notte in cui le possiede. Shâhrazâd riesce ad intrattenere il sovrano col fascino della sua fabulazione: inizia un racconto e lo lascia a mezzo appena giunge l’alba, così da assicurarsi un’altra notte di vita. Ciò si ripete per mille volte, sino alla definitiva salvezza.
 
V. 2.  e ’o çê ’o l’è vèrde: i media statunitensi avevano drammatizzato le cronache del Vietnam, col risultato di deprimere il fronte interno. Perciò, nelle due guerre svoltesi in Iraq nel 1991 e nel 2003, si adottò il metodo opposto: nessuna immagine doveva apparire traumatica, tutto doveva sembrare affidato all’azione di bombe intelligenti. Di qui la visione statica di un cielo uniforme, verdastro, solcato nel buio dalle inutili traiettorie della contraerea.
 
V.4. ’o fî de tûtta ’a stöia: della singola narrazione o forse della Storia maiuscola. Non è un caso che, dopo il 1989, qualcuno abbia parlato entusiasticamente di una «fine della storia».
 
V.7.  ’na nœtte grande: l’ultimo verso della sûra XCVII (la sûra al-qadar, o del destino) afferma: sàlamu hîa hattâ matàla ’i al-fajri, ossia: «pace sino al sorgere dell’aurora».
 
V.18.  wa-yòmer Avraham… fa-qâlat hîa: sono due incipit, l’uno caratteristico delle narrazioni bibliche, l’altro della favolistica araba. Per tutti i popoli antichi la fabulazione è l’unico talismano consentito all’eroe indifeso (si pensi ad Ulisse ramingo, alle sue trame di parole), ma ciò vale a maggior ragione per i popoli semitici: in modo particolare per la tradizione mosaica, che accomuna ebrei e arabi e che è segnata dalla contrapposizione radicale fra la parola e l’immagine, col prevalere incontrastato del primo elemento. Forse entro un simile primato si dovrebbe ulteriormente distinguere un fari e un dicere, per usare i termini della nostra tradizione, sino a riformulare daccapo il § 7 del Tractatus: «di ciò di cui non si può dire, si può tuttavia fabulare». Sperimentiamo invece che la fede assoluta nel dicere, intrinseca al mondo dei «lumi», quindi al nostro orgoglio di occidentali, non ci consente altra alternativa che non sia il tacere ed il fare tacere con qualunque mezzo: quod silentium faciunt, pacem appellant.
 
 
 
 
 
Pubblicato il 27 settembre 2016