Tra le aspre rime di Amedeo Giacomini


Recensione di Anna De Simone

Mi piace avviare queste poche riflessioni sul bellissimo volume edito dal Ponte del Sale (Introduzione di Stefano Strazzabosco, Postfazione di Gian Mario Villalta. Notizia biografica a cura di Matteo Vercesi, Bibliografia a cura di Lisa Gasparotto) – che vede la luce a dieci anni dalla morte di Amedeo Giacomini (1939-2006) – partendo da La mê cjase (La mia casa), dedicata all’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa, perché mi pare che racchiuda in sé l’essenza stessa della vita e della poesia di Giacomini, e sia la sintesi folgorante di chi, arrivato alla fine del viaggio, si volge indietro a contemplare per l’ultima volta gli oggetti che ha amato, i luoghi in cui è vissuto, la luna nel cielo, un usignolo.

La mê cjase ’a à une scjale
ch’ ’a clope, un ramas su la puarte
picjât a fâj di feston…
’Ne glícine, colôr dal so odôr,
’a j pindule devant,
lûs sense sflandôr…
Qualchi volte, di estât,
–la lune tal sîl mi fâs di lusôr–
scoltât il rusignòul,
j’ torni clopant cjoc di vite
incuintri al nît pens dal miò amôr…
… La mê cjase ’a à une scjale,
il vin dentri, un amôr.
 
(La mia casa. La mia casa ha una scala / che pencola, un ramo sulla porta / appeso a farle da festone… / Un glicine color del suo profumo, / le dondola davanti, / luce senza splendore… / Qualche volta, d’estate, / la luna in cielo mi fa lucore – / ascoltato l’usignolo, / ciondolando torno, ubriaco di vita, /incontro al nido spesso del mio amore… / La mia casa ha una scala, / il vino dentro, un amore).
 
Il titolo  del volume, In âgris rimis, rimanda a una delle liriche di Giacomini che amo di più, assieme a quella che si intitola In memorie (In memoria), nella quale si riversa il dolore di questo poeta, il dolore dell’intero Friuli, nei giorni bui del terremoto del 1976. Ho cercato subito nel libro  la prima di queste due poesie, con quel suo ritmo dolente che sfocia nel drammatico finale: “In âgris rimis  / jo, piardût ,’i ’serci / ta chel nuje il miò murî…” (In aspre rime / io perduto cerco / in quel nulla il mio morire…).
Anche il racconto della vita di Giacomini è affidato a una poesia altamente drammatica, Tal grin di Saturno, che dice molto di più e molto meglio di qualsiasi nota a fine testo:
 
Jo, nassût di zenâr,
fi de ploe e de nêf,
tampieste tal cour di une mari
ch’a no mi voleve…
(s-campanotâ di cjampanis invesse
a saludâ il mio no volê jessi tal mont…)
’Ste barbare speranze
ch’ ’a ti à fat vivi tal grin dal jessi,
grin di Saturno, tì puarte, madrac vert,
a sbrissâ ta lis sfesis,
ombrene malade, gjat avostan…
Il fouc e la sinise, cjalde cjaresse
sul trimâ dai vues, ti sburtin
ogni dí a sercjâ di scuminsâ…
 
Nel grembo di Saturno. Io, nato di gennaio, / figlio della pioggia e della neve, / tempesta nel cuore di una madre / che non mi voleva… / campane ritmate invece / a salutare il mio non voler essere nel mondo…) / Questa barbara speranza / che ti ha fatto vivere nel grembo dell’essere, / grembo di Saturno, ti porta, verde serpe, / a scivolare tra le crepe, / ombra ammalata, gatto nato d’agosto… / Il fuoco e la cenere, calda carezza / sul tremare delle ossa, ti spingono / ogni giorno a tentare di cominciare.
 
Ma la grandezza di questo poeta non la troviamo solo nelle sue poesie. Ce la raccontano e la sottolineano quanti hanno lavorato con lui nella redazione di “Diverse Lingue”, la rivista che aveva fondato con Franco Loi nel 1986 e che diresse fino al dicembre 1998, l’anno della fine di un’esperienza che era stata importante, un riferimento costante e ineludibile per i poeti in dialetto. Scolari, amici, poeti più e meno giovani di tutte le regioni d’Italia hanno trovato una casa (la casa della poesia) nei venti numeri di questa rivista pubblicata da Campanotto, che oggi ci manca tanto. “D’accordo” scrive Luigi Bressan in una lirica struggente dedicata all’amico fraterno Giacomini “ci si volta un giorno / le spalle senza guardarsi d’accordo / Non voglio mancarti al discorso […] Ho percorso da solo quel tratto / di sentiero che scavalca ai magredi” (da Amedeo, in Quando sarà stato l’addio?, Il Ponte del Sale, 2007).
Non è forse superfluo ricordare che l’ultimo numero di “Diverse Lingue” si apre con un saggio di un altro grande della poesia in dialetto, il caivanese Achille Serrao. Per incontrare i suoi due amici, Giacomini e Bressan, Serrao, in una giornata di pioggia da tregenda, raggiunse in treno Codroipo. Seduto a un tavolo d’osteria ascoltava le loro parole, ma non le capiva. Davanti a sé aveva un bicchiere con una rosa rosa: “mi parlate con una lingua sconosciuta / e antica, una maglia di lana per la stagione / invernale e la vostra parlata mi fischia nelle orecchie / con "ât" e "is" davanti a un bicchiere / di vino /dove una rosa rosa fioriva ...” Quella “rosa rosa” non è possibile dimenticarla. Proprio no.
Mi accorgo che mentre voglio ricordare Giacomini, in realtà non riesco a non pensare ad altri poeti, che  gli sono stati vicini, come Luigi Bressan, come lo stesso Serrao, come Gian Mario Villalta, poeta e critico finissimo, come Pierluigi Cappello, autore innovativo dei ventisei sonetti del Me donzel, una autobiografia lirica scandita in altrettante stazioni. La passione, il dolore, il senso di morte attraversano i sonetti, attraversano il Donzel, la cui felicità nel paradiso povero dell’infanzia e della prima adolescenza si è schiantata contro una roccia. E Giacomini ha letto, ha capito, ha pubblicato quei sonetti bellissimi.
 
Sono tante e poi tante, le poesie di Giacomini da tenere sempre presenti, perché ci raccontano la vita di questo poeta, i suoi giorni amari passati a ’ne taule d’ostarìe / tal scjafoiasi dal fun … Mi ’covente ’ne taule d’ostarìe / par sintîmi tal pantan, /… duncje par cjantâ…” (una tavola d’osteria; / nella nebbia spessa del fumo… Mi occorre una tavola d’osteria / per sentirmi nel- fango, / dunque per cantare…”, da Mi covente ’ne taule d’ostarìe…”). Un altro gioiello è Presumût unviâr (Presunto inverno), con quell’incipit che ti si inchioda dentro: “Za a’ si insede tal cour / il ricuart dal sorêli. / L‘arbe ’a si é fate pluj grîse / davour dal Dogâl. / L’ajar al mene cocâj sú dal mâr, / liseirs tanche stras o penseirs, / vêrs dome pallôr crût piuicâ. (Già si incista nel cuore / il ricordo del sole / L’erba si è fatta più grigia / dietro il Dogale. / Il vento porta gabbiani dal mare, / leggeri come stracci o pensieri, / veri solo per il loro crudo gemere […]). La “Provenza” di Pasolini è lontana da questo poeta; bisogna andare via da un paese senza primule e senza sogni (“Lin, paîs di marum, / dinsi la man su la puarte, / lin-víe…”: Andiamo, paese d’amarezza, / diamoci la mano sulla porta, / andiamo…): andare “là dove comincia il mondo, / dove la vita trema / come il corpo di un fringuello / nella mano che lo stringe / per lasciarlo felice, / senza domani…”. Ma altri, ad esempio, Novella Cantarutti, la pensavano diversamente. A lei Pasolini aveva scritto per chiederle qualche poesia e la giovanissima autrice nel suo diario scriveva: «A casa ho trovato la lettera di un ragazzo – Pasolini, – che mi chiede poesie… Ho copiato due poesie per il ragazzo dello Stroligùt». Poi tutto si smarrisce “nella neve del secolo”, nella guerra che costringe a esporsi e a morire anche i ragazzini, “i pettirossi della storia” (Giacomo Vit).  Il terremoto, poi, in pochi lunghissimi istanti devastò il Friuli, il 6 maggio del 1976, lasciando dietro di sé case distrutte, terre devastate, morti, tanti morti. E dopo, tutto è cambiato. E il nostro poeta, stanco, angosciato, si rivolge, leopardianamente, alla luna e intreccia con lei un dialogo muto, che un poco ricorda il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia:
 
Se domandâti, lune,
scjafoade tra i nûj
ch’a’ fénzin un prât usgnot
di cisignocs sglonfâts,
se domandâti?
Mi spegli intun grivi d’ajar
ch’al cjarine il mont,
fêr tal freit respîr de sô bieltât…
A’ tàsin ancje li’ vôs dai muarts
intal cour, ’a tâs la vite
e il timp ch’al va e a’ nus strissine.
Tu mi cjàlis tú sole,
ràmpide muse e sidine,
se mi usmi sclissât tal pantan,
e a’ mi travane par dentri
un vint di glasse, pôre di mé,
rancour di restâ ca…
 
CHE CHIEDERTI, LUNA… Che chiederti, luna, / soffocata tra le nuvole / che fingono un prato stanotte / di colchici spalancati, / che domandarti? / Mi specchio in una greve aria / che accarezza il mondo, / fermo nel freddo respiro della sua beltà… / Tacciono anche le voci dei morti / nel cuore, tace la vita / e il tempo che va e ci trascina. / Mi guardi tu sola, / cruda faccia e silenziosa, / se mi scopro schiacciato nel fango, / e mi tortura dentro / un vento di ghiaccio, paura di me, / rancore di restare qui…
 
 
Anna De Simone
 
Pubblicato 12-9-2016