Quando le parole ci fanno tremare


Recensione di Anna Elisa De Gregorio a ═ssne (Andarsene) di Nadia Mogini

 Già nell’esergo di questo poemetto in versi, dal titolo, fin troppo diretto, Íssne (Andarsene), siamo ben avvertiti di quanto ci aspetta: «Quil che ognun è/s’arpía l criàto/d’ognun sa l tempo/l zzu corpo cavo» (Le nostre unicità/riprende il cosmo/di ognuna sa quando/il ventre suo cavo). È un libro piccolo, di pochi componimenti nudi e “tremendi”, dove il ritmo si annuncia quasi prima della parola. Nadia Mogini va a scavare intorno al più antico tema del mondo, sul quale ci interroghiamo da quando usiamo parole per comunicare pensiero, ma scegliendo una sua via difficile e originale di conoscenza più che di commiserazione. Infatti, oltre al cosa e al quando,  questa raccolta, perfettamente conchiusa, evidenzia “come” si può ancora raccontare il lutto, il dolore per la perdita, un “come” che ci lascia felicemente e angosciosamente (mai ossimoro è stato più indicato) emozionati.

Un giorno, all’improvviso, in una coppia di sposi, accade quello che rovescerà ogni regola, ogni patto stabilito: la malattia e la morte, l’unica esperienza “ferma” nell’eterno bradisismo terreno, ma dalla quale nessuno impara mai, alla quale nessuno si assoggetta mai, nessun amato e nessun amante. Il rapporto si scardina perché uno dei due paradossalmente tradisce, perché “viene a mancare”, mentre l’altro è obbligato ad essere superstite, a soprav-vivere.

Il tempo del racconto è scandito in quattro momenti: L prima, L’incomíncio, L mentre, L dóppo.  Un kronos all’apparenza senza pietà, che si va dipanando all’interno delle sezioni in una diversa filatura, verso un kairos fatto di umanità, che crea il miracolo del canto e della bellezza.

Mogini sceglie il dialetto di Perugia (o, meglio, è il dialetto che si fa scegliere, che la richiama), tornato da un “profondo” antico, abbandonato in gioventù per la lingua italiana, che ogni madre ha preteso da ogni figlio negli anni cinquanta e sessanta e ogni insegnate da ogni scolaro. Un dialetto della strada, ascoltato anche a casa dei nonni,  prima dell’emigrazione anconetana della poetessa, «per amore e per “dovere coniugale”». Suoni che in un certo momento della vita si sono “s-catenati”: «Quando mio padre se ne andò all’improvviso, in un giorno, lei, la “lingua madre”, si fece avanti e venne in mio soccorso: mi permise di riprendere e di continuare il discorso bruscamente interrotto con mio padre, di gustare la “pasta” di cui sono fatta e di ritrovare la serenità. Le parole […] affioravano a getto continuo in un crescendo di meraviglia, gioia e consolazione». Così si racconta l’autrice e racconta il senso della sua poesia, in breve, a Ombretta Ciurnelli nel volume antologico da lei curato Dialetto lingua della poesia (edizioni Cofine, 2016).

A cominciare dal titolo, il lessico è essenziale (come è sempre il dialetto vivo), diretto fino a sembrare sbrigativo, quasi ineducato, le poesie secche, brevi: «Con llu/ su la crocerossa/úrlon le sirene/nn òn più l canto/ spaúrono j’ òmi/arèndono l pianto» (Con lui/ sull’ambulanza/ urlano le sirene/non hanno più il canto/spaventano gli uomini/ci rendono il pianto). I segni grafici, che nei testi dialettali di alcuni poeti pesano fino a mettere in ombra il testo, sono praticamente scomparsi, come spesso la punteggiatura. I versi rotti, a volte ipometri, a sottolineare la drammaticità del racconto. Pure il dolore si trasforma in tenerezza, in compassione, si ricompone, non si sa come: «Te vòn lontani j’ occhi a l’improvviso/píono l colore de la malba mòlla./ Io l’arconósco l tu piagne anniscósto». (Vanno lontano i tuoi occhi all’improvviso/prendono il colore di malva bagnata./Io lo riconosco il tuo pianto nascosto). Qui l’endecasillabo si distende quasi a pacificare il cuore, ci dà respiro attraverso le pause.

In dialetto si raccontano verità spudorate e fragili, senza spezzarle,  che arrivano dallo stesso “profondo” dei suoni, in armonia totale. Prive dei filtri della politura, a cui siamo abituati con la lingua italiana: «Tu li senti: è come se te tiràsson/ pe m braccio, ché n zzé risolvon’ a íssne/ e tu n zzè si íje dietro o svincolàtte/e lor te dicon che sè tu a tenélli/ che sé tu che je strappi guasi i bracci/ché i tu piagnistei ènno i lor lacci// E tu li lassi e armani mezza strúppia». (Tu li senti: è come se ti tirassero/ per un braccio, ché non si decidono a andarsene/ e tu non sai se vuoi stare con loro o divincolarti/ e loro ti dicono che sei tu a trattenerli/ che sei tu che hai quasi strappato loro le braccia/ ch’è il piagnisteo tuo che a te li allaccia.//E tu li lasci e rimani mezza storpia).

In Giappone, quando una scodella specialmente preziosa si rompe, viene ricomposta con una tecnica chiamata Kintsugi. L’artigiano, mescolando la resina con un metallo raro (oro per lo più), riunisce i pezzi evidenziando e dando un preciso valore ai punti di rottura. L’unicità dell’opera d’arte nasce dall’imperfezione casuale e splendente dei cocci riparati, che diventa decoro e bellezza: «Pròpio per noialtri due/quile du tazzine bianche/del caffè per tutti i giorni/tu, contento, évi arportàto./Quand’una è ita n cocci/me so sentita nnzzoché./N’altra uguale n l’ò rtrovàta». (Proprio per noi due/ quelle due tazzine bianche/da caffè per tutti i giorni/tu, contento, avevi riportato./Quando una è andata in pezzi/mi sono sentita un nonsoché./Un’altra uguale non l’ho ritrovata). Non lo sapeva ancora Mogini, ma il collante splendente per riparare le tazze era già nella sua mente. Stava solo aspettando che lei lo spandesse sull’orlo dei suoi cocci dolenti con carta e penna.

Nadia Mogini è stata insegnante di lettere, ma la sua lingua natale è rimasta totalmente protetta, per anni, da ogni traduzione o tradimento. Ha atteso il suo momento. Un piccolo miracoloso diamante. Una doppia vita la sua, una delle quali segreta e intatta, che contempla e accoglie la poesia, che le “comanda” come dire le cose “umane” e universali, che sono, nello stesso tempo, anche le sue più intime cose. Questi gli ultimi, lievissimi versi, suggello al suo libro, dove la casa, a sua consolazione (come non ricordare Virgilio Giotti), si fa amorevole persona: «La casa, zzitta, penzza/con quil’educazzione/de chi à riguardo/ e sente la mancanzza». (La casa, zitta, pensa/ con quella educazione/di chi usa riguardo/ e sente la mancanza.

Nadia Mogini, Íssne (Andarsene), edizioni Cofine, Roma 2016 - Premio Ischitella, Pietro Giannone 2016.

Anna Elisa De Gregorio

Pubblicato 8 settembre 2016