Resistènse di Maurizio Noris


Recensione di Nelvia Di Monte

«Qui ci sono cose vere. Gioia e dolore, visibile ed invisibile sono fusi in un’unica realtà offerta tramite una costellazione di immagini»: il giudizio espresso da Franca Grisoni nella prefazione a Resistènce di Maurizio Noris (Interlinea, Novara 2016) riassume quanto l’ampia raccolta di poesie affronta nelle cinque sezioni, a cui si aggiunge un testo conclusivo. Sono quindi molto diversificati gli elementi tematici affrontati per rendere la complessità e la drammaticità della vita odierna, in una scrittura che trova nella lingua (un dialetto bergamasco della Val Seriana) l’elemento di coesione insieme formale e sostanziale, ancorato ad un atteggiamento di forte presa sulla realtà.

Sono tante le  Resistenze che ogni creatura deve opporre nel procedere del tempo, in una natura personificata a cui non a caso è riservata la prima sezione, con animali e piante che riflettono i desideri e le percezioni più profonde dell’io, Còme öna sincarlina/ sö ’l stradù («Come una salamandra/ sullo stradone») che ascolta gli spiriti; o il fringuello che «quando passa/ lascia/ una piuma» lieve come un ricordo; o una falena con la sua mortifera «voglia di latte/ d’abbraccio d’angelo e neon». In uno scambio di stato naturale, se gli ulivi di Ischitella (FG) hanno il pudore dei vecchi, i morti che tornano sembrano màgher fó/ o murù per so cönt/ largh cóme imbràss.//  Sotatèra/ a m’diènta piante  («magri faggi/ o gelsi da soli/ larghi come abbracci.// Sottoterra diventiamo piante»). C’è una sacralità nelle stagioni fondata nell’eterno rito di morte e rinascita: se la letörgéa, la liturgia di novembre nelle robinie «brucia le cortecce/ delle loro speranze/ bambine», in aprile i gerani «cercano a orecchio/ i loro sentieri». 
Nelle altre sezioni molte poesie sono rivolte alle persone, a gesti e pensieri, desideri o aspettative deluse, e spesso le figure così delineate rappresentano alcune drammatiche condizioni della contemporaneità. Le loro resistenze riguardano antichi mestieri ormai in disuso o estremo rimedio per sopravvivere, come  il cassintegrato che ora fa l’ombrellaio; o lo sguardo dell’emigrata cinese, co la paròla/ teada sö la lèngua («con la parola/ tagliata sulla lingua»), o Le donne di Srebenica «spose senza paese/ madri/ che han scucita/ la sera».  C’è in Noris una spiccata attenzione sociale riservata a tutto ciò che osserva, per portare alla luce le diverse sfaccettature e anche le ambiguità, quell’intreccio di dolore e felicità con cui è impastata ogni esistenza e che suscita talvolta domande inquietanti sul suo senso. Per fortuna non c’è solo il lato problematico della vita, e La Speranza tra noi è l’indispensabile anello che lega le generazioni, perché gli occhi di un figlio «chiedono/ di rimettere al mondo/ il mondo».  E con pazienza si può aspettare insieme «la scatarrata del badile/ e il buono della storia,/ la nascosta/ tenerezza».
La struttura strofica dei testi (centrati sulla pagina, come in Dialet De Nòcc d’amùr, premio Città di Ischitella, Cofine 2008) e l’uso variamente modulato di rime, assonanze e consonanze, creano un ritmo efficace nel sottolineare le immagini e nel dare ritmo e unità al testo. Il rischio è che la sonorità del dialetto prenda a volte il sopravvento, quasi che il significante proceda autonomo come in una scrittura surrealista, suggerendo immagini su immagini, icastiche in sé ma poco chiare nel delineare il percorso intrapreso. Se tale uso un po’ incantatorio del dialetto è perfetto per una filastrocca, più arduo è seguire in alcuni testi, che hanno riflessioni od esperienze vissute come argomento, «un linguaggio talvolta crudo ed enigmatico, che si presta a ipotesi interpretative diverse per l’abbondanza di simboli e di similitudini» (Grisoni). La ripetitività di alcune figure retoriche e scelte lessicali viene però bilanciata da passaggi densi di suggestioni e reconditi suggerimenti: con un ‘gusto’ e una particolare padronanza della lingua, connaturata allo spazio della propria vita, Noris rende il dialetto uno strumento espressivo malleabile e fluido che, dispiegandosi in differenti ambiti, ritorna spesso a incrociare sentieri e figure come tessere di un mosaico in continua trasformazione.
Maurizio Noris, Resistènse, Interlinea, Novara 2016
 

Nelvia Di Monte
 
Pubblicato il 7 settembre 2016