Le rasoiate di Marcello Marciani


Una rilettura di Rasulanne di Gian Piero Stefanoni

 Contemporanea a Corona dei mesi (uscita per la cura di LietoColle) è questo "Rasulanne" opera grazie alla quale Marcello Marciani ha vinto giustappunto nel 2012 la nona edizione del Premio nazionale dei dialetti d'Italia "Città d'Ischitella-Pietro Giannone" meritando dunque adeguata veste nella agile edizione (corredata da cd con le voci recitanti di Pina Allegrina e dello stesso Marciani ) delle edizioni Cofine di Vincenzo Luciani (delle quali e del quale bisognerebbe aprire ogni volta per preziosità un capitolo a parte) tra i curatori e gli organizzatori del premio essendone tra l'altro l'ideatore.

Prolifico soprattutto in lingua avendo all'attivo ben sette raccolte, l'autore di Lanciano dov'è farmacista (in un connubio come lui stesso confessa portato avanti con difficoltà d'equilibrio) è qui alla sua seconda prova in frentano dopo La Ninnille, uscita nel 2007 per i libri del "Quartino" (Albenga).
Chi ha avuto la fortuna - ed il gustoso piacere - di assistere a letture personali da parte dello stesso Marciani comprende immediatamente come questi testi siano nati per esser recitati non per morire sulla pagina, piuttosto dunque per fuoriuscirne e vivere finalmente nell'esplosione libera delle proprie confessioni e dei propri sproloqui nella rappresentazione vivida delle figure da cui prendono forma come per rigurgito, come per esistenza compressa ed ora protestata agli occhi di un mondo renitente per reciproca e invisa misconoscenza, la stessa voce sì, come avvertito nella costola di copertina, a rivelarsi come "chiave di conoscenza linguistica". Ed ancora, se nella scrittura come da più parti analizzato l'io rappresentato muove in sostituzione dell'io lirico, lo stesso corpo e volto vanno insieme a prestar anima nelle rimostranze a versi già parzialmente compiuti negli accenni di smorfie ed occhi argutissimi (ed infatti dai testi sono stati tratti spettacoli ai quali lo stesso Marciani ha partecipato come attore).
Uomo intelligente e spiritoso, di uno spirito e di una intelligenza nei tratti malinconicamente e sapientemente dolenti, lascia parlare la terra se per terra intendiamo (come lui intende) quell'incontro, quell'impasto di germi e mondi in emersione, di anime e carni ora al groviglio fuori dalla malia della forma e dei confini - e della lingua finanche con la quale infatti sembrano disputare, cazzottare persino nel rifiuto e sottolineature di memorie. Una terra allora fatta di tanti fiumi, valli e colline diverse, invisibili ma forse proprio per questo più vere nelle verità ai più, e sovente anche a loro stesse, taciute (in questo concordando pienamente con Mario Donatone nel sostenere che in questi testi a parlare siano i luoghi più che le persone stesse, le persone di quei luoghi le incarnazioni) ed ora espresse nella modalità delle rasoiate, "rasulanne" appunto, con le quali nel viluppo del monologo colpiscono, feriscono volti e corpi dei malcapitati oggetti di tanto strale nonché gli ascoltatori stessi nel reclamo offensivo e offeso di un se stesso amaro e ferito.
Dette incarnazioni, pertanto, che si affacciano in petto, bussando e prorompendo senza invito (come da primo testo: "Da na cavute'm pette ténne a saje/ssi voce strambajune toste o musce/che s'abbèndene e stùcchene lu fiate./Cusci'ccurdate a vatte ciacche e rrécchie/ca pare ch'arentrone nu teatre"- "Da un foro in petto stanno salendo/codeste voci strambe dure o lente/ che s'avventano o mozzano il fiato./ Così accordate a battere carne e orecchie/che sembra rimbombi un teatro") hanno la sagoma di figure così eternamente vive soprattutto nelle realtà (e nelle fantasie) di paese dove vanno a formare un rosario di umanità presenti se non nella caratterizzazione che le impone e al tempo stesso interroga, inquieta e infine blandisce. Come l'attore con cui Marciani non a caso apre i monologhi, così ognuno degli altri personaggi sembra fermo nella parte a cui l'irrisolto della memoria (anche inconscia) lo ingarbuglia stretto nello spirito di un lingua (ricchissima, irrefrenabile, beffarda) il cui scacco lo domina piuttosto che liberarlo come nell'illusione del profluvio. E come anche la dormigliona ("la durmecchiare"), perché ogni condizione in qualche modo è metafora anche delle altre (questa tra l'altro una delle valenze emotivamente più forti del libro), tutti nel sonno di un tempo e di un mondo che non li percepisce, nessuno sapendo da dove vengono e chi li ha sciolti e apparentemente senza un sole che davvero li possa scaldare. Tranne però, è vero, il racconto affannato di sé, di una verità non importa quanto effettiva ma risanante -seppur parzialmente, seppure teatralmente di quinta- la parola (nel cui credo Marciani scommette giocando sempre col suo potere rifondativo) dietro il buio che la luce non ammette. "A chi l'acconte ca lu tempe mè/ è na precoca 'mpese a nu stramonne" ("A chi lo racconto che il tempo mio / è un'albicocca appesa a uno stramondo"), ci dice questa donna, e a chi lo raccontano anche gli altri se non principalmente a se stessi, all'altra parte di sé, quella che come un rovo macina la testa e l'anima stordendole nel tocco di un male che disarciona e disunisce e che, in fondo (ed è questa la sottigliezza di quell'arte antica che chiamiamo poesia e che qui pienamente si realizza) al contempo è la parte degli altri che si nutre e nutriamo al sospetto, nella gramigna di una zizzania nata con noi. Da questo fondo, da questo pozzo (vedi l'ultimo testo) risale rischiando di sommergerci, avvolgendo gambe e cuore questa trappola di malocchi, questa trottola di prediche raschiando dall'abisso di una coscienza che bussa per ancestrali e in cerca di pace, irriggettabili, difformità. Come in Geleppe allora, l'ubriaco che ricorda che non è il vino a poter far danni ma il suggere di testa (lo "ciusce de cocce"), come nel "papozze", l'orco, che di quella testa ne è vittima ("Ne' jere i' ma è stu ventelare/che ffa scutelà l'ugne e lu cervelle/ (..) /sta fecce che ve' ggallen'è de lu me/st'allanganì' de citilanze.."- "Non ero io ma è questo grosso vento/che fa scuotere le unghie e il cervello/ (..) /questa feccia che viene a galla non è il mio/questo stremarsi d'infanzia.."), sovente come detto è un qualcosa di non controllato ad essere imputato a deviare, o a sincerare in realtà nature e comportamenti, un glomerulo cresciuto e profondamente nostro che altrove è spazio di strappo del mondo, avendo sempre le figure di Marciani qualcosa in più da dire o da pretendere: è questa la loro causa, infatti, il motivo di direzione e di forza che li spinge a cercare di imporsi aldilà della ragione. Pensiamo alla Miss ("Tacconella dei fuffi") che vanta esperienze inesistenti nel cinematografo e nel mondo dello spettacolo, a Mastrepence, il piccolo muratore che diventa capomastro e si arrangia come può e meglio crede tra materiale ed uomini senza guardare troppo per il sottile. Tutto però riportato a partire da una mancanza che muove i fili di un vuoto che si scoperchia e fa rumore come nella "spinaventosa", la donna magra e ispida la cui fame è fame di un altro mondo; senza tempo, senza sonno, senza mamma, fodera di luna nel pensiero che eternamente a lei ritorna- "i' mo' campe o me so' morte?" ("io ora campo o sono morta?")- e che per certi versi si ripete nel rovescio del suo contraltare, la bulimica, la "vedellone", viva solo per allargarsi e rimangiarsi alla bisogna.Sono vite queste, esistenze compresse nella sintesi della stretta che le racconta, la rabbia che fuoriesce da qualcosa di non acquietato che trova casa solo nella parola, la parola sola misericordia alla sventura.
"Pecché troppo me pungeche/st'angustie che non s'accase?'" ("Perché troppo mi punge/ quest'angustia che non si accasa?) si chiede infatti la donna vittima del marito e, la ragazza vivace, nel rovello per un equilibrio che in qualche modo protegga: "Anema scite, e longhe, addonna vì?/ Pecché ne' le sbalènze mo' ssa croce/ che ti stucche ti scarpuréje la voce?/ Pecché 'n-ce pruve a dirme de campà?"- ("Anima uscita, e tarda, dove vai?/Perché non la scaraventi ora questa croce/ che ti spezza ti strappa la voce?/Perché non ci provi a dirmi di vivere?"). Arriva tutta allora in partecipato accompagno quella certa benevolenza con cui Marciani in qualche modo strizza l'occhio a questa umanità ferita, o semplicemente vera perché ferita e che chiama a liberarsi così come il "patalocche", l'ammalato del reparto cinque, pieno di tubi e impossibilitato a muoversi chiama all'aiuto. Così forse ci vede il nostro farmacista di Lanciano, un pesce marinato, un "guscio/per una scienza di gusci"( "cocchie/pe' na scienze di cocchie")? Perché forse questo siamo, proviamo a convenire ed è più forte di noi quella voce che tendiamo a celare ma che superandoci ci permette in realtà di sopravvivere nell'urto di speranza che dal recesso ostinato e mortificato di vita grida tutta la propria dignità e volere. Dignità anche di impurità e malarie, di infertilità e abbandoni che la lingua di Marciani, questo curioso gestore del farmaco, prova a ricucire o quanto meno a mostrare nella gutturalità delle insufficienze, cosciente di molecole che sfuggono alla gestione ordinata dei risanamenti e delle coscienze. Il merito allora è in un lavoro fatto di "sbandi, di smottamenti, di ibridazioni, di inquietudini esistenziali e linguistiche, di amarezze, di malinconie, di ironie, di accumulazioni,di miscugli satirico-grotteschi", come ricorda Giovanni Tesio nella postfazione a "Sensi e tempi" (Book edit.,2003) in una notazione che soprattutto resta valida nelle prove in dialetto dove l'originalità è "nel ritmo del verso attorcigliato, ansante, nell’uso slacciato da ogni schema delle metafore, nelle frasi senza centro, nella libertà degli atti e dei pensieri a volte blasfemi, a volte tenerissimi, quasi sempre rabbiosi di questi pupi", qui Anna Elisa De Gregorio (2014, ne "La poesia e lo spirito") aggiungendo corpo a un discorso critico che meriterebbe d'essere ampliato. A noi resta l'effetto di straniamento e possibile,  conseguente ritrovamento che con maestria questi testi suscitano, e per i quali siamo grati al loro autore: straniamento perché stordendoci ci confondono e confondendoci, nel dubbio, ci consentono nuove e meno addomesticate domande e certezze su noi stessi. E non è mai poco. 
 

Marcello Marciani, Rasulanne (Rasoiate), Roma, Edizioni Cofine, 2012.

 
Gian Piero Stefanoni
 
Pubblicato il 25 agosto 2016