Ricordo di Ferdinando Falco




 
A lunghi intervalli ci incontravamo Ferdinando Falco, Achille Serrao e io, superstiti delle trame di un sodalizio letterario, intrecciato a un’amicizia , fatta più forte per la condivisione di un impegno comune.
Per strada abbiamo perso o si sono persi compagni di quell’impegno, che hanno scelto altre esistenze o per i quali l’esistenza ha compiuto altre scelte, che talora sentiamo come un tradimento. Eravamo agli inizi degli anni ’70, sono passati secoli, uniti da una rivista, che giovani avevamo fondato, dove la testata, per ristrettezze finanziarie dalla vita breve, “Il Disordine”, denunciava un progetto, mentre maestri che veneravamo proponevano poetiche dal titolo “Desiderio dell’ordine”.
Per noi la vita era disordine, da registrare, senza indulgere o mirare a semplificazioni e utopie, negatrici dell’uomo e del vero leopardiano. Ed era un progetto controcorrente in quegli anni, ma anche ora. Ad esso Falco è restato fedele.
Sul complesso della sua opera poetica ho raccolto questi pochi e disordinati appunti.
Per Falco il tempo è un unicum e lo spazio un continuum, segnato dalla presenza delle immagini - oggetti in un eterno presente, che senza queste proliferazioni testuali rischierebbe la metafisica, nella concezione di un universo riducibile a cellule e atomi e al loro moto cieco, ininterrotto e ineludibile. Quest’assunto è dichiarato per una condizione che coinvolge l’uomo nell’identificazione tra il soggetto io e una naturalità di carattere animale o vegetale, soprattutto nell’insistenza sul termine “albero”. Eterno presente, perché ridotto alla struttura della naturale fisicità. Ma l’identificazione prevede talora una dissociazione preliminare, come nella composizione "O Imeno Imeneo", in Tecnica di settembre. la raccolta fondamentale di Falco, del 1974.
Leggo: Quadrupede in confini di steccati albero che / una fibbia di radici abbarba alla gran madre / nudo alla gazzarra dei passeri a sera campo via.
Lo rilevo per ora come una nota a margine, spero non fuorviante per il mio tentativo di facilitare una prima comprensione della poesia di Falco. Si tratta di una delle componenti di un universo complesso, che svela un versante lirico, in qualche caso persino elegiaco, di una lirica interna al magma dominante, versante scarsamente rilevato dalla critica, oppure negato del tutto negato, ad esempio da Serrao: una lirica di natura drammatica. So di discostarmi dalle letture canoniche su Falco, ma il fatto è che questo lirismo particolare, per così dire parziale, sfugge ai canoni tradizionali e, perciò, anche a una definizione sintetica: di qui anche quella mia difettiva per parzialità. Ma dovrebbe servirci a riflettere non solo il rimando a Catullo nella ripresa del suo Imene, Imeneo nella composizione citata, ma anche il suo esplicito richiamo in essa per Catullo mio, cui segue una lunga enumerazione, riferibile al soggetto lirico: dopo tanto lavoro, tante parole, ecc. e nella composizione successiva l’espressa citazione di Tibullo, il neghittoso civis romanus Tibullo.
La proliferazione si sottrae alla enumerazione - accumulazione di stampo surrealista, perché i lacerti del reale non si limitano agli oggetti, ma coinvolgono anche la giustapposizione di momenti temporali e di “azioni”. La natura di giustapposizione di questa poesia è rilevabile già nei titoli di Tecnica di settembre: in successione, Composizione di foglie, Frammenti di un tentativo, Appunti.
Quando un’antinomia passato – presente affiora nel testo, finisce per essere riassorbita in questo totalizzante presente, che si fa narrazione. Ma una storia di atomi e di cellule, spesso “biologica”, come scrive Cesare Milanese, (ma io non condivido le sue conclusioni) non può essere storia come svolgimento. Tuttavia gli eventi storici figurano in questa poesia, ma vi compaiono nella logica della collateralità, delle contemporaneità rispetto alla vicenda del soggetto. Cito: “per altri il destino secerne nei volti una madida sera / nel vivo di volata di un AR15 s’arrampica una scimmia / lungo il tronco dei guerrieri. Si noti che questi versi figurano tra parentesi rispetto al corpo del testo. Siamo ancora nella logica della giustapposizione. I guerrieri rimandano all’insistito destino degli eroi antichi.
È questa narrazione nella quale gli elementi giustapposti si compongono, la conquista operata da Falco, rispetto ai suoi primitivi riferimenti, come compaiono in Piccole esecuzioni, dell’ ‘82, raccolta recupero e dichiarazione delle proprie origini, dove la polisemia del titolo rimanda insieme ad una doppia anticipazione, che Falco coglie ”a posteriori”, degli sviluppi della sua produzione successiva. “Esecuzioni” come sentenze capitali che la parola, la poesia compie del tempo e delle sue incarnazioni, ma anche andamento musicale. In Tecnica di settembre una clausola torna continuamente, per riprendere da lì il discorso, con un andamento elicoidale e sinfonico, in una narrazione che si conclude a cerchio, ma che in realtà non si conclude, perché il moto insensato, con un senso proprio, incomprensibile, è infinito. Il Nostro scrive: a me così malato di parole
A questa logica rispondono l’incipit con una lettera minuscola di quasi tutti i testi di Tecnica di settembre, ma anche molti dei sonetti di Falco, nella tradizione dell’attacco attraverso una congiunzione dei sonetti foscoliani, o dell’ e s’aprono i fiori notturni del Gelsomino notturno dei pascoliani Canti di Castelvecchio, riferito a un continuum della realtà naturale. Quelle iniziali Piccole esecuzioni si collegavano a una “poesia meridionale”, di matrice ermetica (Gatto soprattutto), dove la storia al di là di certa retorica politica, manca, se non nell’accezione di uno sradicamento dalla terra contadina perduta, ma soprattutto non c’è narrazione, quella che Falco introduce come cifra della sua maturità. La narrazione non poteva, poi, non sfociare in lui nella composizione di un romanzo, sebbene diverso dalla idea sua tradizionale.
La storia continua a mancare nel Nostro, come in Gatto: una storia ridotta all’eterno presente della vicenda di atomi e cellule giustifica negli ermetici il ricorso alla voce verbale sostantivata, persistente anche nella più matura poesia di Falco. L’antinomia passa – presente, quando ritorna, nel senso della memoria e della nostalgia, non è neppure razionalmente giustificabile: perché si tratta, per così dire dell’invenzione di un sentimento, di un sentimento inventato, sicché si soffre in maniera insensata, appunto, ma si soffre, perché siamo umani, del nulla.
Il dolore è concreto, come recita il titolo dell’ultima composizione diTecnica di settembre. Cito: “questo è il dolore, non conosci il dolore / un aggirarsi senza scopo del sangue / e infine l’urlo. nei giorni di pioggia scalpiccio o una fuga di topo / sul basolato del cortile.
Tutto ciò se restiamo nell’ambito della concezione del mondo.
 
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Non ricordo quale critico tra i lettori di Falco abbia avanzato il nome di Foscolo (quando ho invitato Ferdinando a un ciclo di letture di autori dell’800, dal titolo “Un poeta legge un poeta”; ha scelto proprio Foscolo, il poeta patriota, che al nonsenso della Natura oppone coscientemente la memoria, cioè la storia). Eravamo agli inizi dell’800. Sembra che Falco abbia scelto solo la prima parte del discorso foscoliano e abbia negato quella delle illusioni. In lui per un’esigenza estrema di realismo come registrazione di eventi, anche la memoria è parte del presente, compare come illusione in un senso diverso, opposto a quello foscoliano, senza valenza costruttiva.
Tecnica di settembre, un autunno infinito, dunque, che per l’autore costituisce la rilevazione di un’atemporale condizione umana, ma che un lettore critico non può che storicizzare: e, contraddittoriamente, Falco condivide.
Lui mi parlava della crisi dell’uomo occidentale, e io, riferendomi alla cosiddetta, per sintesi, globalizzazione (e su questo ci siamo tante volte amichevolmente accapigliati) dell’uomo contemporaneo tout court. Non è quindi, aprile il più crudele dei mesi e, se da Chaucer aprile ha mutato di segno in Eliot, ora in Falco è diventato l’autunnale settembre.
Ma una simile realtà non può essere che nella e della lingua, nutrita nel Nostro da una continua contaminazione tra un linguaggio alto, aulico, talora in funzione parodistica o come memoria al presente di una norma perduta, e quella bassa, informe, che reciprocamente si amplificano, insieme all’altra dialettale, della sua matrice meridionale, in una commistione di individuale e collettivo, a rappresentare il presente, nelle accezioni che ho indicato.
Ma la poesia si nutre di contraddizioni (l’abbiamo imparato soprattutto in Leopardi): altrimenti non potrebbe contribuire a quell’accrescimento del vitale, qualità che ne costituisce la cifra essenziale.
Esemplificherò l’assunto concentrandomi su un discorso tecnico, che limiterò all’indispensabile.
Tecnica di settembre è disseminato di endecasillabi mascherati, e che siano mascherati è significativo per le intenzioni.
La nostra lingua e la nostra poesia nascono con l’endecasillabo: pensiamo in endecasillabi, sostiene Falco.
E qui si pone il problema di un ritorno alle origini, che egli evidenzia in una sperimentazione molteplice del sonetto, comune a molti nostri poeti contemporanei (si veda Zanzotto), ma in una prospettiva differente. Si leggano di Falco La bandana del Greco Sonetti in forma di poesia, Ma l’operazione non avviene, come per altri, sulle orme del sonetto petrarchesco, il raffinato e rarefatto petrarchismo in cui si è estenuata tanta poesia italiana anche dopo l’eversione dei manzoniani Inni Sacri eOdi.
Il cimento con la struttura chiusa del sonetto non può che rimandare analogicamente, nella forma propria della letteratura, a una verifica delle possibilità insite in altri versanti ugualmente costruttivi.
Nello specifico il “ritorno alle origini” arretra in Falco oltre lo schema stilnovistico del sonetto fino al momento, come scrive Francesco Paolo Memmo, in cui la forma si plasmava e diventava adulta.
Nella puntuale prefazione ai sonetti di La bandana del greco Memmo nota come allo schema della quartina stilnovistica Falco opponga lo schema ABAB dei nostri primitivi.
Si veda Jacopo da Lentini:
 
“Amore è uno desio che vien da core
Per abundanza de gran plazimento.
E gli ogli in primo generano amore
E lo core gli dà nutricamento”
 
Una scelta afferma Falco operata per una maggiore incisività nella rappresentazione, qualcuno potrebbe dire “rozzezza funzionale”.
Si parte da zero. Ma ogni ritorno alle origini risponde alle esigenze di un nuovo inizio.
 
 
 
Mario Melis

Pubblicato il 10 agosto 2016