Su Ferdinando Falco, due scritti di Achille Serrao




 Falco ha pratica poetica clandestina. Il suo lungo percorso operativo, che si snoda dal lontanissimo In lode della magia del 1974 e giunge fino a Sonetti in forma di poesia degli anni Novanta (includendo racconti e un romanzo che ancora non trova editore), è di quelli esemplari che consentono di avvalorare – se ce ne fosse bisogno, se specialmente i nostri anni recenti di produzione poetica non ne fornissero prove e prove – l’avvertenza di Francis Ponge: "Oggi la poesia autentica non ha nulla in comune con quanto si trova nelle collane poetiche … La si trova piuttosto nei quaderni ostinati di alcuni maniaci della nuova stretta del reale".

E maniaco della stretta del reale, Falco lo è sempre stato. Dal suo laboratorio d’orafo della parola non è uscito "oggetto" che non rivelasse attenzione perfino al minimo e al parcellare, traguardato con la lente dell’esperto di lunghe sedute al tavolo dell’ingegno creativo. Lo splendido Tecnica di settembre del 1974 fu il libro che lo mostrò poeta maturo e agguerrito, con successive conferme in La bardana del Greco del 1980 e L’ampiezza a dimora di due anni dopo.
Allora, come ora in questi sonetti che fanno parte di una raccolta inedita dal titolo Trattatello dell’anima e dell’ombra, il dato saliente della operazione falchiana mi sembra consistere nella coniugazione costante celebrata fra il tema della casuale genetica dell’uomo e delle cose e una scelta lessicale puntata su elementi classici, di voluta compostezza, con intenti e disposizione neologistici. Consegue il rilievo della perfetta funzionalità, peraltro esortata, eccitata per così dire, dalle scelte lemmatiche, fra strumentario espressivo impiegato (enjambements inclusi e rime assonanze e tutto un lussureggiare di figure retoriche) e tematiche addotte, prima fra tutte una volontà epica – di una eticità magari rovesciata – tesa a testimoniare ai vari livelli l’eroica discesa agli inferi di una occasionale biologia, per risalirne poi con le conferme della "casualità" del mondo e della propria condizione. Questo, che era già un dato rilevabile nel precedente lavoro del nostro poeta, si accresce ora di elementi di maggior riflessione sul proprio stato fra umani; in una dizione meno risentita di quella cui Falco ci aveva abituati nella produzione pregressa, si evidenzia un proposito nuovo, una più mesta e dolente inclinazione ad accettare il proprio "consistere" e "coesistere" "fermo nel mio rango / d’inspiegabile fossile di vittima / relitto di un delitto mai compiuto …"
A. S.
 
 
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spinta la prora ulisside a la gola
scintillante di verdi fra triangoli
d’isole silenti e dove sola
questa vita di stenti a gridi piango
 
e in mercurî di lacrime che colano
lungo profili ciechi ivi rimango
foglia o velaccio o polve che non svola
in alcun vento Fermo nel mio rango
 
d’inspiegabile fossile di vittima
Relitto di un delitto mai compiuto
Senza domande o sguardi e senza moti
 
Il luogo è un luogo dove spicchia fitti
petali e foglie l’asfodillo e astuto
specchia uno stagno d’altro stagno i loti
 
 
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un’ombra finta un’ombra di matita
lancia o segna di te nella protesa
mattina cinta in grigi di vapori
quanto in profili o ipotesi s’immesa
 
se il tempo esiste e se la quinta dello
spazio pur’essa esista o se un’intesa
ess’è di un’illusione o forse sintesi
di un alibi che all’esile e allo stolido
 
e all’avernale popolo del sogno
passi e pensieri e suoni e sguardi induca
Parlo certo dell’anima Ne parlo
 
per metafora e tropo e per menzogna
come d’una menzogna Offro la nuca
al colpo e spero o credo o so che vani
 
sono la nuca il colpo l’ombra e l’anima
 
 
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in ghirigori in arabeschi in forma
di fumo certi esili animali
(prima da soli e in gregge dopo e in torma)
si spersero svaniro in cielo scesi
 
Non per altro fu sera Non per l’orma
di passi al delta del mistero intesi
la quale l’OMBRA cassa per sua norma
E non per l’ombra stessa Altrove illesi
 
spazi di luce Ma per noi fu sera
in incolore baraonda d’atomi
Coda spessa di vapori Parlo
 
d’anima e d’ombra parlo E della sfera
effusa in un altrove da ogni lato
nella sera improvvisa di se stessa
 
 
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la luce slarga nel meriggio e stampa
ombre di ambiguità scaglie di oggetti
ch’emergono alla vista in una vampa
pallida e breve E dunque perché aspetti
 
e piangente ti aggiri in questo accampa-
mento di bruchi e insetti malinconici
Tutto è perduto ormai Rossa non rampa
la nostra aurora di domani Detta
 
dunque la gialla parola all’ufficio
postale più vicino e volgi il viso
al vorticare viola della via
 
oltre il groviglio di varici e crepe
dei muri delle case ed ivi affiso
lucido euclideo viola la soglia
 
 
 
Ai confini di prosa e poesia con “Uneide” di Ferdinando Falco (Periferie 24, pp. 3-4)
 
Quest’intervista su un’opera narrativa, si giustifica con la convinzione che Uneide di Ferdinando Falco è, più che un romanzo, un poema romanzo in versi, prodotto dalla in distinzione formale fra poesia e prosa che l’autore conferma in una delle risposte e che abbiamo individuato come fondamento dell’operazione letteraria della sua struttura.
 
Uneide come Eneide e Odissea, è evidente. E come le epopee virgiliana e omerica, il romanzo svolge, fra gli altri temi, quello del viaggio. Viaggio del personaggio alla recherche della propria identità? E quanto altro ancora?
 
L’innominato protagonista di Uneide ha l’incertezza dolorosa della propria identità disturbata e dà vita a un tentativo elementare di salvezza. Non cerca altro. Viaggio e vita sono uno la parabola dell’altra. E viaggio e male sono simbolici, apparentemente esistenziali. L’innominato, malato e inquieto viaggiatore, è l’uomo occidentale folgorato da una malattia che non regredisce perché quella malattia è la sua vecchiaia. Ucciso dal virus della decadenza senile, folleggia, frequenta il varietà, va in vacanza, è convinto di doversi concedere libertà che niente hanno a che fare con la vita. Il suo viaggio termina fra i resti museali dellasua società che ha voluto estinguersi, anzi essere estinta, essere penetrata e rimanere sterile, deformata da un eccesso di estetismi e di eticismi non adeguati alla rozzezza della vita, alla regola immutabile della sopravvivenza individuale e collettiva.
 
La sua lingua è lingua esperita con coraggio provocatorio. Assume inesorabilmente, e sistematicamente privilegia, la dissonanza, l’ottica sguincia, l’accumulo, l’iterazione. Il suo è uno sperimentalismo ricco, corposo, a tratti debordante. Vi si legge, con la lezione di alcuni grandi della letteratura operativi nello specifico, l’apporto denso di un barocco figliato da una classica nourriture. È d’accordo? E quali sono i nomi della letteratura cui il lettore può fare riferimento?
 
La lingua di Uneide è un patois. Una miscela di vocaboli colti ed espressioni gergali in uno schizoide, irridente, barocco insieme sintattico e grammaticale in cui si privilegiano i gerundi, gli ablativi assoluti, le figure retoriche esagerate, il periodo lungo, fluente, difficile da seguire più che da sentire. Complesso, intricato. I nomi, i precedenti a cui posso dire di aver fatto riferimento? Sicuramente i nostri classici. E poi ancora sicuramente Celine per ambiente, sfondi, cinismi e cinematismi. Manganelli come maestro di retorica e di attualità. Pasolini per i riferimenti gergali propri dei ghetti suburbani e della plebe sottoproletaria.
 
L’iter narattivo assume, talvolta sfacciatamente, tutte le clausole ritmiche del discorso poetico. In più, alcune parti dell’opera sono in forma di poesia. Che significato rivestono tali inserti nella economia complessiva del lavoro? In che modo il fare poesia falchiano ha influenzato la prosa?
 
Da un punto di vista formale non ho mai considerato poesia e prosa come enti linguistici separati, diversi fra di loro; ma categorie di comodo, semplificazioni per gli operatori. Soprattutto per gli utenti. Certo la scrittura poetica - quando tale è - deve intendersi flusso controllato di rivelazioni emotive. Ma tecnicamente non si allontana da questa certezza la prosa che però non è più una abbreviazione folgorante, un cortocircuito che va a presentare istantaneamente un quid insondabile; ma diviene centro e strumento pacato della logica, fiume fluente della dialettica appassionata e struggente che reca in sé anche insondabili quid. Si potrà dire che ciò è retorica. Complessa. Noiosa. Inadatta alla vita di superficie di oggi. È in questo senso e per questo motivo che nei testi che vado scrivendo riconosco un’azione incrociata e reciprocamente correttiva fra il narrato e ciò che si illumina attraverso artifici verbali.
 
Sullo sfondo del romanzo Roma: città-inferno proletaria, popolata di personaggi tra loro diversissimi, luogo attraverso cui si snoda il percorso esistenziale del personaggio. Perché Roma come palcoscenico della vicenda? Quale caratura simbologia ha nel romanzo?
 
Roma è quel luogo geografico del pianeta in cui è iniziata la vera avventura storica del relativo e attuale occidente. A Roma (e dintorni occidentali) stanno convergendo i sottoproletari dell’intero mondo per mettersi al riparo di autorità che di sottoproletariato vivono e sopravvivono. Un sottoproletariato che già da adesso tende ad imporre le proprie regole, le proprie visioni sostenuto da una rete di complici decadenti e imbecilli. A oscurare i valori occidentali, anzi a sopprimerli. In Roma si recita il dramma della modifica della molecola sociale dell’occidente. Per oscuri motivi. Per atlantismi economici. Ma Roma è il coma. Roma è il protagonista del dramma rappresentato in Uneide. Il resto - in qualche modo - è rilevante cornice, piacevole riempitivo, giustifica ed espediente letterario.
 
 
Poesia d’amore di Ferdinando Falco
 
se tu fossi la musa l’occasione
t’avrei detto ma basta con le liriche
d’amore è meglio un fiore un dono
anche chiamarti all’alba per telefono
mandarti biglietti telegrammi
Ma tu sei vera e sei profumo e guardi
Sei gesto Sei ginocchio che si articola
Hai capelli nel vento Parli Ridi
da sempre col tinnire del cristallo
Sono nato nel tuo al mio sorriso
Il mio respiro è calmo se negli occhi
si formano le ellissi dei tuoi occhi
e si colma l’ovale del tuo viso
Faccio voce di ciò Di questo parlo
Il tuo corpo più bianco del silicio
profuma di lavanda. La tua bocca
è uno sciàmito rosso dal sapore
di mandorla e sento ovunque il gridio
della rondine nera che impazzisce
nel cielo convesso del tuo ventre
Nell’altrove in cui sono e ch’ha sembianza
di lamiera e di ortica queste ossa
camminano sognando i tuoi pallori
E dunque ascolta Te ne prego Ascolta
il brusire per te del mio universo
in ogni cava ombra come può
essere laparola Io misterioso
alchèmico pronuncio la tua formula
cioè il tuo nome casuale il segno
il suono le tue sillabe anagrafiche
per evocarti e cancellare i vetri
opachi della camera d’albergo
e il corpo trema ch’è infinitamente
debole cane del sangue inprigionatovi.