Pietro Russo. A questa vertigine dello sguardo




Si parte dall’istante assoluto in cui (è scritto sul risvolto di copertina) si esperisce, in tutto il suo fulgore e dramma, l’attrito del corpo e dell’intelletto con il reale. Si parte dalla sensazione di vertigine che il tempo ci procura quando il tentativo umano di dargli forma e consistenza in ordinato fluire di ora in ora, si adagia su se stesso e le lancette si sovrappongono: è il tempo 00:00 forse un non-tempo, non un’assenza ma una sospensione, e in questa momentanea immobilità c’è l’attesa del dopo, della nuova e antica ripetizione (Circolò voce che non sarebbe stata l’ultima, / qualcuno promise un altro giro ancora / un altro): ciò che è, ed è stato, ciò che ancora sarà.

Certo la poesia di Pietro Russo, intensa e ricca di echi e rimandi e intrecci lessicali agisce intorno e dentro e fuori le quotidiane apparenze, muove dal buio verso l’oltre di latitudini e longitudini / in un tempo che attecchisce sul nostro, tempo che alimenta sgomento e stupore. A questa vertigine (Italic, Ancona, 2016) cui si cerca di dare senso, alla apparizione di questa da un passato remotissimo e inconosciuto, strato su strato impiantato nella storia dell’uomo e sino ai nostri giorni, il poeta porge il sostegno d’uno sguardo attento alla realtà manifesta, quanto a quella interiore.
Doppio sguardo, dunque, interno/esterno, in un prima e in un dopo, chiave che schiude l’attimo intuitivo d’altre verità nascenti e che al poeta consente di stare, essere, agire in ogni punto della storia, ogni vicenda, dentro un racconto o un fatto, in ciò che è accaduto e anche oggi potrebbe ripetersi (e si ripete): una possibilità, e non una soltanto. Si tratta di una poesia di forte impatto, potente, impegnata a scrutare oltre l’occhio e il suo limite che consente all’autore di farsi testimone dell’apparizione di Cristo a Saulo, sulla via di Damasco, testimone d’una conversione il giorno che la luce sfondò lo spazio / c’ero anch’io. Ero il terzo incomodo, l’intruso / dietro il pezzato che alza lo zoccolo, quello che entra per sbaglio nelle foto. / Deve essere stato forte davvero il flash / ripensando il nitrito (…) / e poi l’urlo, il tonfo sordo sul selciato. / Tenere salde le redini, la mia parte nella storia. / Perdonatemi ma / attimi come quelli li conosci se hai visto, / se davvero sai cos’è peccare. La vertigine che annulla la misura data dagli umani al Tempo, è anche potersi identificare in Simon Pietro, colui che in quest’ora di carne e paura rinnega il Cristo, e per ciò ha un’anima triste e questa cicatrice di viltà dalla quale guarire pregando umilmente Diminuisci, nella grazia, il nostro ego.
C’eravamo anche prima, scrive il poeta. Siamo un noi, un io molteplice che fa l’ingresso nell’arena, la scena cruenta del mondo. Saper vedere in esterno (la vista è il senso principe della testimonianza, la luce) e saper vedere dal di dentro è come immergersi in quella vertigine iniziale che è sintomo di sperdimento, come affondare e poi riemergere con in mano e sotto gli occhi i disseminati Falsi indizi -titolo d’una tra le più significative sezioni del libro, dedicata al corpo e al respiro, alle membra, all’aria (vulnerata dal corpo che la fende) ovvero allo spazio occupato se allargo gambe, braccia, stendo i muscoli / fino (…), a farmi male, o seduto/o se rannicchiato in posizione fetale/ (…) // (...) / Di più non concede / l’offesa di questo esserci / un corpo e un corpo imprenscidibile / sotto questi cieli, invadere l’aria / che subito si rimargina; chiedere scusa / per ogni millimetro guadagnato / nostro malgrado. Corpo che si mette in campo, e gioca una partita dall’esito scontato, sino al minuto ottantanove / all’incrocio dei pali - ché dopo è il novantesimo, la scadenza, la di-partita; una gara per resistere al tempo, in assoluta solitudine interiore, con lo sprint a cronometro rotto del maratoneta / almeno questo, commovente e così patetico…, ma di un pathos ben sorvegliato, ché consapevole è il lottatore che infine dovrà fare Uscire dalle narici, rendere indietro / il soffio non richiesto. Così il protagonista, l’antagonista e il deuteragonista stanno in una sola esistenziale vertigine, ciascuno di essi avendo in comune l’inerstipabile radice del termine agonìa, e tutti sono esortati a muoversi, fare, liberare  il movimento che vanifica la mira, / se stiamo fermi è già una fine, lanciamoci / ancora per questa notte, poi si vedrà.
 
Pietro Russo, A questa vertigine, Italic, Ancona, 2016
 
Maria Gabriella Canfarelli
 
Pietro Russo è nato nel 1986 a Catania dove insegna discipline letterarie nei licei e Lingua italiana agli stranieri presso il comitato catanese della Società Dante Alighieri, di cui è anche responsabile delle attività culturali. Collabora con diverse riviste e blog di cultura e critica letteraria. Suoi testi poetici sono stati ospitati sul web e nell’antologia 4x10. Quadernetto di poesia contemporanea (a cura di Grazia Calanna e Orazio Caruso, Algra, 2015). Nel 2010 ha dato alle stampe Sono solo parole (MEF Editore, Firenze) Ha pubblicato inoltre il saggio La memoria e lo specchio. Parole del Petrarca nella poesia di Sereni (Bonanno, 2013). È socio fondatore oltre che segretario del Centro di Poesia Contemporanea di Catania.
 
Pubblicato 2016-07-12