La Cruna lo spazio il tempo di Francesco Di Giorgio


La Prefazione di Francesco Muzzioli e tre testi

Francesco Di Giorgio ha pubblicato nel mese di maggio 2016 la raccolta poetica La Cruna lo spazio il tempo (Edizioni Progetto Cultura, 2016) che si avvale della Prefazione di Francesco Muzzioli e della Postfazione di Letizia Leone.
Di questo libro pubblichiamo qui di seguito la Prefazione di Francesco Muzzioli.

La metamorfosi del vuoto

Una poesia filosofica è una poesia che, proprio perché applicata alla riflessione, deve abbandonare il senso comune e con esso il senso comune poetico. anche per questo non ha mai avuto buona accoglienza nei “regimi lirici” propensi al sentimento e all’emotività. La poesia filosofica, se vuole vederci chiaro su quei presupposti che sono il tempo e lo spazio, deve andare oltre i margini del quotidiano, abbandonare l’io e il suo preteso vissuto. Questa mossa è una mossa spiazzante e in quanto tale rischiosa. Un passaggio difficile, perché da un lato si offre invitante la confermazione del mito o di una vicenda metafisica, dall’altro lato l’unica sostanza cui si può pervenire a rigore con la forza della riflessione è quella del vuoto e del nulla.

Proprio a un passaggio difficile e stretto quanto una cruna è intitolato il libro poetico di Francesco Di Giorgio, La cruna lo spazio il tempo. La cruna è un passaggio, quindi un vuoto, ma l’autore la vede anche come un punto di sintesi, sicché può ipotizzare – nei corsivi di avvio e di conclusione – che il tempo o lo spazio si trovino “raccolti nella cruna”. Ma quella sintesi miracolosa, che poi sarebbe il punto archimedico dell’arte poetica, è lungi dal realizzarsi e il testo è costretto ad oscillare, come dicevo poc’anzi, tra la formazione del mito e l’avvertimento nulla.

La sintesi dovrebbe essere garantita dal rigore della forma. E però non c’è più forma che tenga; tramontata la “norma letteraria”, la poesia è costretta a farsi sperimentale, non che si debba comportare come un esperimento scientifico, però si trova obbligata a “provare” diversi atteggiamenti e diverse soluzioni. Lo dimostra il libro di Di Giorgio nel suo dividersi in due parti, la prima scritta in versi con preferenza per strofe di endecasillabi, la seconda in prosa, con qualche discendenza dal versetto biblico. In entrambi i casi, l’io banale di tanta poesia contemporanea viene bypassato verso un soggetto collettivo. Nella prima parte è accomunato in un insieme, cioè la prima persona diventa plurale, un “noi”, come a dimostrare che si tratta qui non di una patologia psicologica, ma di una condizione ontologica («alla ricerca / andremo del pertugio…»; «Scrutiamo in intrusione la valigia…»; «Ci sorridiamo in stasi di presente…»: cioè tutti, nessuno escluso).

Nella seconda parte entra in scena una serie di figure, alcune anonime-collettive, altre più definite ma mai precise, in un panorama primordiale di foreste e vulcani, in una visione sostenuta da una ossimorica “stella nera” e segnata infine dal “labirinto”, che rappresenta la non conclusione delle combinazioni. Vi si trovano gruppi sociali emarginati e sbandati (i diseredati, che «brancolano al confine con le mani nel magma vischioso»), coinvolti in conflitti fratricidi («i diseredati e i perduti che combattono per conquistare il baratro di luce»), contraddizioni che non si risolvono (l’ermafrodito scisso), istanze utopiche (la figlia della luna) e, al di qua di tutto, il “detto-folle” che ride, punto di svuotamento e di crollo di ogni certezza, vanificatore universale.

In entrambe le sezioni, il linguaggio poetico, per essere alla pari con quello filosofico, va alla ricerca del rigore, secondo due diverse possibilità: da un lato quello dell’affinità e della coesione sonora, prodotta dalla strofa in endecasillabi, ad esempio: «Indistinguibili monocromatiche / le forme informi evanescenti, assenti / di spazio e tempo, asustanziate erravano / orfane di ombra e luce sconsolate» (dove si vedono le rime interne in -enti e in -ate, più diverse assonanze, forme-informi, orfane-ombra, evanescenti-erravano, ecc.). Dall’altro lato, i legami sono ottenuti attraverso il ritorno dei personaggi che legano i lacerti prosastici. Potremmo parlare di un ritmo “stretto” e un ritmo “largo”. Sia l’uno che l’altro dovrebbero presiedere al formarsi del mito: uscendo dalla tirannide dello spazio-tempo, sia del quotidiano che della storia, il linguaggio prova a far sorgere l’“inesistente” («E tutto è mito: si antropa la forma / e si sostanza perché sanno / che l’essere vero è l’inesistente / e la parola è che si fa ente»), prova a “eternarsi” mantenendosi acrobaticamente in sospensione («camminando sul filo con la morte»). Culminando infine nell’apparizione di una figura mitologica come la Chimera, che ha alle spalle una lunga e gloriosa tradizione, mito esattamente della seduzione e della attrazione “mostruosa”, ma anche mito della volatilità del mito.

«Camaleontica maestosa di fuoco» e persino «abbagliante tra la muraglia nera», la Chimera non sembra ospitare una stabile trascendenza, perché risulta infine inattingibile per il «pulviscolo d’atomi indistinti / grondanti al suolo in vuoto desolato».
Il vuoto, appunto. Il nulla sta in agguato dietro tutte le metamorfosi: «Si creperà la luce a poco a poco / le schegge ad una ad una svaniranno / il nulla mostrerà le sue sembianze / di tempo assenza e nero di presenze». I tentativi di costruire una visione sovratemporale (e sovraspaziale, naturalmente) sono destinati a ingarbugliarsi, a scomporsi, a dissolversi: «I granuli tento di ricomporre / ma i lembi si sfilacciano…». altrettanto, nella seconda parte, il “non-luogo” si rivelerà un labirinto irrisolvibile.

Dove va dunque la poesia? Passa per la cruna dell’esigenza filosofica? Gli interrogativi restano; proprio in forma interrogativa giustamente Di Giorgio ha lasciato i testi in corsivo che aprono e chiudono la sua piccola ma densa raccolta [e che qui di seguito riportiamo n.d.r.]. E il nulla stesso, alla fine, non può pronunciarsi che in forma dubitativa.

Francesco Muzzioli

 

                                                                 Quanto più vicino si guarda una parola,
                                                                 e tanto più lontano essa guarda.
                                                                                                      (Karl Krauss)

È in grado lo spazio vuoto
                                     d’essere tempo
                                                        raccolto nella cruna?

È in grado il tempo vuoto
                                    d’essere spazio
                                                       raccolto nella cruna?

È in grado il vuoto
                             d’essere tempo e spazio
                                                       raccolto nella cruna?


Il sole di Monet

Il bavero rialzato un poco curvi 
la sigaretta in bocca un fil di fumo
di polvere stretta la strada e vuota
intorno rado qualche ciuffo d’erba.
Tremula l’aria il sole di Monet.

Piano la gatta miagola sul fosso
avanti fa tre passi per seguirci
poi torna indietro al cavo della terra
stanotte sola insieme con la luna.
Allunga le ombre il sole di Monet.

S’annera la fossa, ci guarda triste,
la chiami non viene, il fumo svanisce,
mi guardi nel buio, non parli e mi dici
difficile sarà il sopravviverci.
E’ tramontato il sole di Monet.


                                                                 Ogni spiegazione, in quanto scoprimento
                                                                 comprensivo dell’incomprensibile, è radicata
                                                                 nella comprensione primaria dell’Esserci...
                                                                 l’esserci umano può comportarsi in rapporto
                                                                 all’ente solo se si tiene immerso nel niente.
                                                                                                         (Martin Heidegger)

È in grado lo spazio vuoto
                                           d’essere tempo
                                                             raccolto nella cruna?

È in grado il tempo vuoto
                                           d’essere spazio
                                                            raccolto nella cruna?

È in grado il vuoto
                                     d’essere tempo e spazio
                                                            raccolto nella cruna?

E la cruna
                                                                                è tempo?
                                                                                è vuoto?
                                                                               è spazio?

                                              È spirale richiamo a vortice?
E il nulla?
                                        Estremo arcobaleno
                                                  in spasimo
                                                     di morte.

 


Francesco Di Giorgio, La Cruna lo spazio il tempo, Edizioni Progetto Cultura, 2016


Francesco Di Giorgio, nato a S. Agata di Puglia (Fg.) nel 1952, risiede a Roma dal 1956. Docente di Lettere negli Istituti Superiori di 2° grado, durante gli anni ottanta ha operato attivamente nel panorama poetico romano, sul versante della poesia detta e della poesia multimediale. Negli anni Novanta ha spostato la propria attenzione verso il teatro rappresentando più volte il proprio testo “Infinitesimale”. Ha pubblicato le raccolte: “Il sogno e il risveglio” (1981), “La morte del gallo dipinto”(1983), “Infinitesimale” (1989), Il Poemetto “allucinazioni in penombra”(1999); la raccolta “a ricercare Dice” (2014).