LAngelo Morto di Mario Campanino


Recensione di Francesco Lorusso

            In questi nostri tempi, così rapidi nei mutamenti, così degradati e svalorati al punto che ci riesce sempre più difficile analizzarli darne un parere e magari una minima dritta, non ci resta che affidarci alla metafisica, anzi all’esoterico, affidando il compito di indagare, descrivere e  illuminarci, a una entità superiore e personale, a quella che per secoli ci ha fatto da guida,.
            Così Mario Campanino manda in ricognizione il suo essere alato, con un volume edito dalla “Cierre Grafica” nella collana Opera Prima, dal titolo L’Angelo Morto. Un breve poema in versi, composto di 24 liriche. Attraverso queste poesie legate fra loro come un racconto, Campanino tenta con gli occhi di un angelo di analizzare il presente umano e linguistico. un Angelo in volo di ricognizione sulle nostre misere condizioni che ci predispone al tentativo universale di rivelarci “il mistero della vita”, come dice Flavio Ermini nella prefazione, e nel contempo tenta il disvelo, attraverso la metafora, del mistero contingente dell’odierno sociale.
            Si tratta di una poesia che spesso si mantiene nascosta, confusa in una narrazione che si riempie, inevitabilmente, di simboli; inoltre questo arricchimento di versi prosastici, fa in modo che il lettore, ma soprattutto l’ascoltatore (perché sembrano più versi fatti per essere ellenisticamente declamati) possa anche godere e farsi attrarre dalla sola musica, dal suono della parola, dalla voce. Diventa un facile esercizio, così, isolare i suoi versi puri dalla prosa: Aveva un pezzo di cordone ombelicale/ancora attaccato al ventre/una striscia di pelle vuota/[…]/proteso a terra/come un rifornimento in volo (p.17). L’attenzione del poeta è concentrata su un corpo sempre più svuotato dalla carne, o meglio dall’anima e dai ricordi: Tra i detriti nessun effetto personale/[…]/… un corpo a se stante/inadatto a ogni articolo accessorio (p.19). Con questi versi Campanino rende più aspro il grigiore, delle nostre anime, così come sempre più netta fa risultare la differenza fra l’anima e il corpo (l’apparire) che sta rendendo tutto incolore: … l’asfalto non aveva colore/[…]/… un niente disteso/… contro il corpo desolato; e il suo Angelo si ritrova a sondare un vivere quotidiano che da una apparente serenità emana una profonda tristezza: si vedeva che aveva piovuto (p.18).
            Perché questo stile fra prosa e poesia, perché questa abbondanza di parole fuori dalla precipua sinteticità che è richiesta dalla poesia? Forse perché in questo nostro periodo stracarico di strilloni, annunci, proclami (politici e commerciali) vuoti, che hanno il solo scopo di intontire, smorzarci ogni pensiero, Campanino prova a mimetizzarsi con esso, ad esserne simile, e contro questo fiume massmediatico tenta di proteggere, nascondere e conservare (per i tempi migliori) sotto cumuli di parole anche superflue la sua (vera) Poesia. Nella speranza che anche egli riesca a lasciare qualche segno in questa landa umana desolata: Altri uomini erano passati/[…]/in forma di leggere impronte/piccoli segni a strisce e tondini… (p.34).
            Forse spetta oramai solo all’Angelo, seppure anch’egli ferito, difenderci, accollando su di se sia tutto il bene, che, soprattutto, i mali e le sofferenze che la stupidità dell’uomo di oggi produce: Neanche ai piedi aveva unghie/e lì sarebbe stato più facile/sigillare tutto in una sola cicatrice/[…]/… una contemporaneità. (p.35). Ma il nostro “contemporaneo” così frenetico e povero non ci lascia più tempo da dedicare a noi stessi, per curare e accrescere i nostri spiriti e sentimenti e ci facciamo guidare inconsciamente dalla propaganda di sistema che pensa e vive al posto nostro, distraendoci dall’essenziale: Ho visto l’angelo e non avevo tempo/[…]/… era morto il mondo/ma non lo avevano detto. (p.36). Anche se alla fine ci tocca constatare che pure l’Angelo soccombe di fronte alla realtà insieme a noi.
           L’Angelo Morto di Mario Campanino, Cierre Grafica, 2013 
 

Francesco Lorusso 

 

Mario Campanino, nato a Milano nel 1967, vive attualmente a Santa Maria a Vico, nella provincia di Caserta. Laureato al DAMS di Bologna in Discipline della musica e un dottorato di ricerca in Scienze della comunicazione con una tesi in Semiotica della musica. Svolge attività di giornalista pubblicista e di ricerca musicologica. Varia la sua produzione di saggi tra i quali la monografia Il martello e il maestro. Serialità e linguaggio musicale nella poetica di Pierre Boulez, per i tipi della LIM-Libreria Musicale Italiana (2001).
In letteratura esordisce nel 1993 nella rivista Storie, curata da Bergonzoni, Cotroneo, Agosti, con il racconto breve La pioggia, per poi proseguire nel 1997 con la pubblicazione di una sua intervista arricchita da poesie e racconti inediti, è pubblicata dalla e-zine “Vuoto Negativo”; seguite dai volumi Napoletani. Poesie su una civiltà in declino (Libellula Edizioni,  2011), Figli (2012), Rugiada (2015), la serie di racconti brevi Scritti a macchina (2014), L’angelo morto (Cierregrafica, 2013), selezionata dal sito Poesia2.0 e la rivista AnteremDiverse anche le segnalazioni in premi e concorsi, tre le quali, ultima, quella ottenuta dalla silloge inedita “Il nuovo giorno” al Premio Lorenzo Montano 2015.