Renato Pennisi. La rugositÓ del reale in Pruvulazzu


Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

 Con Pruvulazzu (Polvere), libro pubblicato nel 2016 (Interlinea edizioni, Novara), Renato Pennisi aggiunge un altro prezioso tassello alla più che trentennale attività di poeta, un percorso, ben sottolinea la nota introduttiva di Giovanni Tesio, “da libro in italiano a libro in dialetto - una continuità, di cui dissemina tracce che un buon critico dovrà prima o poi sistematicamente (…) coordinare in un discorso meno frammentario (…); a saltare agli occhi è la piega civile (…) di un dettato, nelle sue punte estreme, più convulso e risentito”.

Nell’amata sapida lingua con la quale si apprende l’alba dell’esperienza umana, lo scenario di strade e case antiche e nuove di un quartiere raccontato nei dettagli, nei ritratti dei suoi abitanti, è pretesto e ragione d’una poesia civile a volte amara, altre malinconica e accorata che lascia il campo aperto a molte riflessioni. Scrittore della realtà cittadina (di cui la periferia è paragone e specchio) Pennisi “sente bene la rugosità del reale” (ancora Tesio) e ne traduce impronta e peso, il dato storico e sociale. Dov’erano Casi e casuzzi di sti strati strati/nta lu quacinazzu e nta lu pruvulazzu/e nta lu rùmmulu di lu scavaturi/tutti a una a una tutti pari pari/tutti sdirrubbati/sta musica a mitragghia di marteddu/sfunna sulara e mura/e n’autro pezzu di quarteri/nta sta nuvula giarna si nni va (Case e casette di tutte queste strade/nella calce e nella polvere/e nel rombo della scavatrice/tutte a una a una davvero tutte quante/tutte abbattute/questa musica continua di martello/ sfonda solai e muri/e un altro pezzo di quartiere/in una nuvola gialla se ne va). La polvere che s’alza per effetto del crollo, nuvola che con sé porta via frammenti, particelle di materia (mattoni, pareti, solai, giardini, alberi) cancella, dissolve gli odori, azzera le voci di coloro che le case abitarono, ma il ricordo è un’abitudine mai smessa e le non più viste fattezze umane, i non più chiamati nomi escono dalla mente, diventano parole, presenza viva, e ogni singola storia in sé peculiare, da altre distinta, entra a far parte di un grande affresco: Pizzara o morti o fujiuti/ di sti casi tirragni/ unni siccanu pruni, cèusi e lumia/ li vostri nomi li muntua tutti/l’urtimu varveri sgangulatu (Miserabili o morti o fuggiti/da queste case a piano terra/dove appassiscono prugni, gelsi e limoni/i vostri nomi li pronuncia tutti/l’ultimo barbiere sdentato); per secoli i barbieri hanno esercitato la professione di chirurghi e cava-denti e non a caso, anzi, deliberatamente Pennisi compone con maestria una rete di rimandi partendo da una sola figura: affida a uomo sdentato la nominazione di persone andate, scomparse, cadute, perse come si perdono i denti. La bocca, il cavo orale assume nudo significato: è realmente cavo.

L’asciutto realismo delle poesie di Pruvulazzu è rappresentazione puntuale, precisa della storia di quel piccolo mondo – Picanello, quartiere periferico (un tempo habitat di un’umanità operaia, di estrazione popolare) - che per Renato Pennisi è anzitutto libro, un libro di poesia che si legge all’incontrario, dall’ultima pagina. Torna indietro il poeta, dalla fine all’inizio come il salmone (Sarmune) torna alla foce per deporre le uova, e poi morire. Un libbru di puisia/mi piaci liggillu/di l’urtima pagina/affruntannu la currenti, a sàuti/acchianannu a curpa di cuda/a furriati di carina/acchianannu li jittati/ finu a la surgenti viva lìmpia/unni putirisi spicchiari/e addunarisi ca non ci si’ (Un libro di poesia/mi piace leggerlo/dall’ultima pagina/affrontando la corrente, a salti/nuotando contro a colpi di coda/a capriole/affrontando le rapide/fino alla sorgente viva e limpida/in cui potersi specchiare/e accorgersi di non esistere), come non esisteranno i giorni a venire di Saruzza, protagonista di versi struggenti, per la quale il domani s’astutau nna li purticati/unni vinnunu lacìmi nsirrati/lu quarteri parra na lingua muta/quali cunorti quali giovintù/quali ducizzi, ca tuttu cummogghia/lu silenziu, la vita/la vivi n’sonnu, ddocu sì carusa/e li to’ occhi non si fannu vecchi/e si mori è ppi jocu(si è spento dentro i portoni/dove vendono ansie segrete/il quartiere parla una lingua muta/quali conforti quale gioventù/quali dolcezze, che ogni cosa copre/il silenzio, la vita/la vivi in sogno, lì sei ragazza/e i tuoi occhi non invecchiano/e se muori è per gioco).

E c’è chi muore, pur restando in vita, per indifferenza o ignavia o perché troppo e solamente preso da se stesso, chi non vuole accorgersi della rovina, dello sfacelo tout court, precisamente Un pueta che guarda solo al proprio ombelico (e qui il tono di Renato Pennisi si fa più che ironico, sferzante), e dunque incapace di vedere le storture e dare voce al disagio e alle ingiustizie di un’Italia sciancata della quale, come detto, ogni periferia è polveroso specchio. E pare di vederlo, l’io narciso: Assittatu mentri mancia,bivi e parra/ e dici e dici, menzu mbriacunazzu/ca campa ppi la puisia/ma a mia pari ca campa/sulu ppi iddu stissu (Seduto mentre mangia, beve e parla/ dice e dice, mezzo ubriaco/che vive per la poesia/ma a me pare che viva/solo per se stesso).

Maria Gabriella Canfarelli
 
Renato Pennisi (Catania 1957), avvocato civilista, è poeta, narratore e critico letterario, giornalista, promotore di attività culturali, direttore della Rivista di Letteratura e Ricerca “La Terrazza”, curatore delle Edizioni Novecento. Vincitore del Premio Montale –sezione inediti nel 1986 con la raccolta poetica Letture senza spartito, poi inserita nell’antologia 7 Poeti del Premio Montale (Scheiwiller, Milano 1987) ha successivamente pubblicato La correzione del saggio (Tringale, Catania 1990), Mai più e ancora (L’Obliquo, Brescia 2003), La notte (Interlinea, Novara 2011). In dialetto siciliano ha scritto i libri di poesia Allancallaria (Prova d’Autore, Catania 2001) e La cumeta (L’Obliquo, Brescia 2009). Ha scritto tre romanzi, pubblicati con Prova d’Autore: Libro dell’amore profondo (Catania 1999), La prigione di ghiaccio (Catania, 2002) e Romanzo (Catania, 2006). Nel 2015 ha pubblicato per il teatro Oratorio di resurrezione (Edizioni Novecento, Mascalucia), testo sacro in versi andato in scena lo stesso anno alla Sala Magma di Catania.