Assunta Finiguerra, San Fele e U vizzije a morte


Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

Energica e vibrante la voce di Assunta Finiguerra nata, vissuta e morta a San Fele, tra le più originali e autentiche dell’inizio di questo secolo; un versificare denso e aspro, duro come la verità, scomodo perché oppositivo alle convenzioni sociali, al perbenismo ipocrita. Di questa grande autrice lucana apprezzata dai critici letterari per originalità e forza dirompente dei suoi versi, sovrabbondanti di immagini e metafore che rinnovano metafore, ritroviamo il pensiero lucido, analitico, la volitività che smuove e rovescia gli schemi, infrange divieti.

La ritroviamo, l’anima di Assunta, in quel percorso di scrittura in dialetto sanfelese, dai primi esiti sino al libro postumo U vizzje a morte (Cofine, 2016), pregna del grido di verità, lo stesso grido che in forma di sapida invettiva reclama il diritto alla libertà di essere. In uno stile autonomo, originale, inconfondibile, tra dettagli dall’effetto straniante e notturno realismo magico, la poetessa inchioda la realtà più cruda alla più nuda rappresentazione di ciò che agita l’essere nel tempo, il dolore prima di tutto (fisico e metafisico) nu dolore de matricie, stigma esistenziale da lenire con l’amore, bisogno ineludibile e allo stesso tempo sofferenza, avida mala serpe che mange notte e journe/re lluatte me sorchje da re mménne/ognune ca passe sape d’a cunduanna (mangia notte e giorno/il latte mi succhia dalle mammelle/ognuno che passa sa della condanna).

L’amore che tutto prende e niente dà, che lascia svuotati, privi di forza, è una serpe dai molteplici significati (tempo-serpe che si mangia la coda, apre e chiude il cerchio vitale; è principio della tentazione d’amore e del desiderio di conoscenza; e infine, tratta da un diffuso modo di dire – allevare la serpe in seno, il nemico nascosto, il traditore- e certo fuor di metafora, è A serpa vescelosa ca n’accediette -la viscida serpe che non uccisi- preciso riferimento alla tragica realtà della malattia).

Finiguerra è dotata di una forza espressiva di tale intensità da fare pensare al moto centrifugo; ogni verso è un colpo di frusta, uno schizzar via delle parole dal centro che le racchiude (il pensiero, la ragione, il nucleo incandescente) all’esterno; la concretezza quasi terrosa del dialetto, lingua di dolcezza e furore in egual misura, non esprime un’arcadia sospirosa e ingenua, piuttosto è terra di battaglia dialettica tra sé e l’altra sé -la figura più intima e prossima – e tra sé e l’altro, il micro-cosmo cui mostrare la faccia nascosta della luna. Sostenuta dalla propria autonoma formazione culturale Assunta rivisita i miti e le credenze del mondo rurale in cui è nata, e li riscrive e li riconduce alla propria condizione esistenziale, quel male di vivere da cui guarire, oltre che con l’amore, con la natura che rinasce e di cui celebra la vita, nonostante il vizio della morte, il baco che è in noi.

Alle creature animali con cui si identifica, alla natura sua gemella e sodale, rivolge la propria voce appassionata in un crescendo di rimandi, paragoni, immagini; orgogliosamente rivendica l’appartenenza alla terra natale: Sò na cafone e figlie de cafune /me nerguglissce u suanghe ca me cambe/fiume de ire, vespre e terre sande/ e vònghele ceniére de penziere (Sono cafona e figlia di cafoni/m’inorgoglisce il sangue che mi campa/fiume d’ira, vespro e terra santa/ e tenero baccello di pensiero) quanto più sente, avverte d’essere considerata straniera. E ancora: Ije sò na poetessa zappatore/a terre è mamma mije, (…) /me piace arà cu penziere tèmbe toste/ (…) // poi scave surche pe l’acqua chiuvane/e nneste re vvite cu sapuore a lune/e nde rafaniedde vuozze de sete/u buasìleche nzéppe a bbandiere// e re carciòffele ndò cuande a sere/re apre o viende cume scustumuate/e re cepodde cunduann’o chiuande/sop’a quere mmane ca prèghene u ciele (Sono una poetessa zappatora/la terra è mia madre, (…)/mi piace arare col pensiero zolle dure/(…)//poi scavo solchi per l’acqua piovana/e innesto le viti col sapore di luna/e nei ravanelli bozzoli di seta/il basilico infilo a bandiera//e i carciofi nel canto della sera/li apro al vento come scostumati/e le cipolle condanno al pianto/su quelle mani che pregano il cielo). L’osservazione di un piccolo mondo in sé concluso da cui lo sguardo acuto di Assunta trae autentica poesia si traduce in una tensione esistenziale sfibrante alla quale opporre resistenza scrivendo, dando vita alle cose inanimate; gli oggetti d’uso quotidiano entrano di diritto a far parte dell’esperienza umana, che si tratti di padella (paragonata alla luna), bicchiere, piatto, sottovaso, lenzuolo, letto, gabbia o di indumenti (vestaglia, camicie, gonnelle), tutto diventa magico grazie a una penna felice, all’immaginazione con cui Finiguerra re-inventa lo spazio e il tempo della vita. Dopo Rescidde (Scricciolo, 2001) libro-simbolo della fragilità umana, l’autrice pubblica Solije (Solitudine, 2003) con Zone Editrice, e Scurije (Lietocolle, 2005), tre raccolte in cui profonda è la percezione di pena esistenziale, ma la voce poetica che al malessere di vivere si oppone è coraggioso e orgoglioso rifiuto d’ogni condanna; una sfida verbale rivolta gli umani, e al creatore che non s’accorge di un io ostinato e innocente, che a piè fermo aspetta di vvedé a reazione de Dije / quanne s’accorge ca cchiù nun sò ije / ma nu zémmere cu còre d’agnelle (vedere la reazione di Dio/quando s’accorge/che non sono più io/ma un capro con il cuore di agnello). L’avvicinarsi della morte, infine, lo scalpiccìo dietro la porta facenne passe e lasse, il va e vieni dell’impaziente attesa di chi reclama il sacrificio, mentre la carne sacrificale è spossata ma vigile è la mente, anche o soprattutto quando Nge so juorne ca sende na strazze/nu zùfere grandinje arse o sole/nu muandarine fràcete sott’a mole/de nu silenzje ca parle cchiù de Dije (ci sono giorni che mi sento uno straccio/un torsolo di granturco arso al sole/un mandarino fradicio/sotto la mole/di un silenzio che parla più di Dio). Così Assunta Finiguerra, poetessa nutrita di cultura umanistica allargava gli angusti orizzonti, la cerchia, l’isolamento: dando spazio all’urgenza delle parole, alla tensione creativa che era (e ancora è) il diritto a una libertà che nessun muro di pregiudizio può a nessuno precludere.

Maria Gabriella Canfarelli 

 

Assunta Finiguerra (San Fele, 1946-2009) ha pubblicato in lingua la raccolta di versi Se avrò il coraggio del sole (Basiliskos, 1995) e, in dialetto, le raccolte Puozze arrabbià (La Vallisa, 1999); Rescidde (Zone, 2001); Solije (Zone, 2003); Scurije (Lietocolle, 2005); Muparije (Pulcinoelefante, 2008); Fanfarije (Lietocolle, 2010- postuma) e Tatemije (Mursia, 2010 -postuma). In prosa ha pubblicato Tunnicchje, a poddele d’a Malonghe (Lietocolle, 2007), trasposizione in dialetto sanfelese del Pinocchio di Collodi. Suoi testi poetici figurano in numerose riviste (pagine, Periferie, Poesia, Lo Specchio, Kamen) e antologie, tra cui Nuovi Poeti Italiani 5 (a cura di Franco Loi, Einaudi, 2004).