Fujj' ammesche di Luigi Anelli


Recensione di Gian Piero Stefanoni

Figura curiosa quella di Luigi Anelli, profondo conoscitore di una Vasto a cavallo tra otto e novecento sviscerata a più riprese in una poliedricità di scrittura che ne fanno uno dei figli più amati, e divertiti anche se andiamo solo a perderci tra gli innumerevoli titoli con cui la cittadina di Rossetti viene raccontata. Cronache- dettagliatissime- di storia locale, commedie e proverbi in vastese (con vocabolario e lavoro sulla sua origine) che unite all'incarico di insegnante e agli altri ruoli ricoperti per il Comune (come direttore del Museo, ispettore di monumenti e scavi e poi bibliotecario) ci mostrano agilmente un percorso ricco, figlio di un attaccamento alla propria terra e di una dinamicità culturale che lo porta a collaborare anche col Corriere della Sera (da giornalista tra l'altro fonda e dirige "Il vastese d'oltreoceano", organo di collegamento con i vastesi  d'America).

"Fujj' ammesche", allora, fin dal titolo è una sintesi doppia della versatilità e della conoscenza di Anelli e di una terra, come detto, custodita e amata e che qui ritroviamo tutta per ironia e dolenza, gioiosità e fatica. "Foglie miste", sì (qui analizzata nell'edizione accresciuta del 1940 per i tipi dell'Arte della stampa-  la prima risale al 1892 per Anelli&Manzitti) che ha nell'omonima poesia che apre il libro quasi la sua dichiarazione programmatica: se la minestra di foglie miste nel cibo comune dei contadini di questa parte della provincia (composta di rosolacci, sonchi, cicorie ed altre erbe spontanee dei campi) è  (come avverte la povera donna) erba non prelibata e "nate senza la sumende" e "nu Patrinnostre", pure ha già all'assaggio l'odore "dila mundagne e dilu mare nostre" così dunque, sembra suggerirci, anche le strofe e i versi che questa montagna e questo mare provano a dire, a sciogliere nella sacralità  del   bozzetto ,  nella  caricatura  del   dialogo .  

Nulla   di   questo  mondo  infatti  sfugge  all'insaziata curiosità di Anelli, tutto concorrendo all'omaggio e alla resa di un teatro di uomini e cose che forse meglio di altre scritture va a significare un periodo lunghissimo della vita vastese (considerando anche i riferimenti al periodo pre 1860- anno di nascita dello scrittore nonché  precedente in Italia all'avvento del Regno). Ed eccola allora questa scena ricchissima di sfondi e di figure, e dunque di contrasti. Una quinta dominata da presenze maschili, da dinamiche ancora quasi prettamente contadine nel rovescio di un tempo femminile segnato da nascondimenti, da separazioni per la severità di condizione  (esemplare in tal senso è  "Pùvere fammene" dove per la donna, appunto, si dice che "nasce nghi lu bbojje!"). Contrasti dicevamo, e piccole e grandi furbizie che potremmo enumerare a piacimento come pescando da un mazzo (così come farebbe e fa lo stesso Anelli): degli esattori (considerati peggio dei briganti), dei contadini come delle confraternite, delle donne stesse nella quotidianità delle commissioni, degli affittuari, dei camerieri e persino degli ospiti ("Mala langhe") solo per citarne alcuni. Esempi dunque questi, però, come accennato di una vita fatta spesso di precarietà e fatica, di paura di perdita e fallimenti segnata da una povertà ai più incombente legata non solo a una modernità che si va affacciando ma soprattutto ai cicli della terra e del raccolto cui si raccoglie una sacralità qui riportata alle sue ritualità devozionali più profonde intrecciate ad eccessi di personalismo (quasi comici, buffi certo) nella confidenza con un divino strattonato e piegato alle proprie esigenze.

A guidarlo però nel distacco dovuto alla materia è uno sguardo soffuso, persino bonario sui comportamenti, le idiosincrasie, le piccole e grandi miserie dei suoi concittadini in una partecipazione più compassionevole che sferzante, anche nel graffio, anche nella berlina, agli accadimenti raccontati . Quello  che  più  colpisce, allora, soprattutto-ripeterlo è bene- è l'humus di una civiltà, nelle sue dinamiche, nelle sue lotte che si leva e respira in queste pagine a rivivere e a lodare e a gemere sotto i nostri occhi con le sue feste, con le sue dabbenaggini e i suoi interni di dolore, con la sua lingua -ancora- che appartiene dapprima allo spirito sofferto della propria terra (pensiamo al termine chiuve, chiodi, che sta per figli) e poi agli uomini stessi, nell'incisività di un dialetto che non sa reprimere. Facile così risulta apprendere tra l'altro modalità del lavoro e degli eventi (con riferimenti a venditori tipici come quelli di "sunarilli" ad esempio- giocattoli di cartoni ripieni di piccole pietruzze, di modo che scossi producono suono- o a cibi e dolci specifici- vedi le 'ndreiche, nocelle infornate e passate attraverso a un filo, come tanti grani di rosario) insieme ad unità di misura, monete e giochi  scomparsi (la passatella, lo zecchinetto).

Tra le tante, paradigmatiche in questo senso- e belle ma belle davvero, da leggere e gustare a fondo- si segnalano "Ala Madonne dila 'ngurnate", dove un omicidio interrompe l'affresco straordinario della festa, "Pi' ccerche" (Per questua: nel tema della richiesta di soldi tra confratelli per la festa- interessante per l'elenco di località tra cui quelle di alcune delle più celebrate bande abruzzesi come Orsogna, Bomba, Pianella), "L'alme dili murte"(Il giorno dei morti: ancora nell'intensa immagine di una giornata di clamore ma che non fa certo riposare i defunti- da ricordare i ragazzini che fumano con delle piccole pipe ripiene di anice), "Lu dunateive" (Il donativo: coi doni alla Chiesa per la festa che poi vengono ceduti per pubblico incanto).

Eppure in mezzo a tanto strepito, alle scosse di tanto richiedere, di tanta esistenza è un altro motivo a prenderci per mano, a confonderci e a intenerirci, ed è quello del silenzio. Un silenzio di anime e di pareti, di sentieri fuori paese, fuori strada, o semplicemente fuori- e dentro- sé dove l'uomo sembra sparire se  non  riapparendo  abbassato, trasceso nel passo di una natura e di uno spazio che lo ridisegna a figura dei suoi movimenti, delle sue direzioni (con momenti, per dire, che ci avvicinano per colore, per cadenza di sonorità e richiami, ad un certo incedere lento ma infrenabile di Michetti- la prima parte di "Li viva Mareje" nella bellissima descrizione dei pellegrini che venendo dal Molise per andare a Casalbordino alla Madonna dei miracoli passano a Vasto per Santa Maria Maggiore dove riposano le spoglie di San Cesario martire; certo tessuto in "A Sanda Nichèule" con cui ci pare salire con lui verso la cappella rurale con la vista che si dilunga fino al mare dove è possibile vedere le Tremiti e Termoli e poi la montagna madre della Majella). E con tratto pittorico, con grande maestria, questo silenzio che sovente si fa sgomento viene da Anelli fermato e offerto al lettore sospendendolo in una medesima ansia e sensibilità di coinvolgimento. Pensiamo alle due figure di madri in "Core di mamme" e "Pòvera mamme", quest'ultima soprattutto, povera donna straziata di fronte al figlio che sta morendo (in quella forza d'espressione della fine colta dall'impallidire del viso). E pensiamo anche al contadino de "Lu quafaùne"- senz'altro uno dei testi più riusciti- solo a se stesso e alle sue giornate, alle sue abitudini legate alla fatica della terra (cui appartiene, non il contrario) che non domanda e non si domanda- lui come tanti altri, come tutti gli altri- così fino alla morte, entro una vita che lo supera, lo aleggia trasfigurandolo in una dolenza di movimento che dice tutto altresì di certa stizza, di certa rabbia che racchiude e ingabbia piuttosto gran parte dei suoi concittadini ad un attaccamento ai beni (che anche i preti coinvolge), alla moneta spesso eccessiva, ad una fortuna ora poi buttata nel vino o tentata nel gioco.

Dinamiche di comportamento che pochi risparmia,  in tentativi di abuso anche riportati agilmente nella forma del dialogo, strumento del quale con grande capacita Anelli si serve per meglio  evidenziare   nella  tecnica  accennata  del  contrasto  le  disparate sfaccettature di persone e gruppi ora ammiccanti e pungenti ora desolatamente passive e vittime delle situazioni e degli altri (si vedano "Lu prigge", Il mallevadore; "Mamme di judezie", Mamma giudiziosa, in cui una madre nega a una figlia di farsi un busto alla moda in imitazione di una amica che i soldi non li suda e li fa facili:"Just' a chilli ti vu' risummujeè?/ (..) //Cundindet a purtà' la hanne d'acce,/'cà si ddapù' ti li vu' fa' chiù bbelle,/t'à' da matte la màscher' ala facce!"; "'Na sciarre", Una lite, tra donne che si rinfacciano pessimi costumi; il binomio "Burbòneche", Borbonico e "Libbirale", Liberale, nelle rispettive lamentele di sottocondizione pre e dopo unità d'Italia). Tecnica questa del dialogo e del contrasto che interessa anche il mondo animale dove, come in tutte le favole, ritroviamo le medesime pecche e i medesimi intenti degli uomini "Lu pundicare, lu suruquàune, e la hatte", Il rivendugliolo, il topo tettaiuolo, e il gatto; "Lu surpènde e lu recce", Il serpente e il riccio). Mondi questi che nel finale si incontrano dando spunto al poeta di un reclamo d'amore di un marito alla moglie ("Lu quardelle", Il cardellino) nella tenerissima lode dell' uccellino che senza più le carezze della donna se ne va morendo, lui che da quest'incanto teneva in armonia anche la coppia.

Ed è proprio nel segno dell'incanto- che non ci ha mai lasciato progressivamente accompagnandoci- che andiamo a chiudere una lettura che, ce lo perdonerete, più che critica possiamo dire d'accompagno, di piccolo baedeker restituito (noi presi per mano e guidati tra odori, sagome e parole pronte sempre a confonderci, ad ammaliarci, a restituirci ai nostri sentimenti- ed echi- più antichi e profondi). Autore ricchissimo Luigi Anelli, puntuale, devoto alla sua casa e alle sue strade capace di trasformare il sarcasmo - seppur fermo- in partecipato, quasi affettuoso, richiamo, l'amore nella sua doverosa presenza in allegro richiamo.

 
Luigi Anelli, Fujj' ammesche, Vasto, Arte della Stampa, 1940
 
 Gian Piero Stefanoni
 
Pubblicato 4 maggio 2016