Sulla trascrizione dei dialetti


Il contributo di Francesco Granatiero per una grafia unitaria dei DAM

Nel secolo scorso molti dialetti di piccoli centri privi di tradizione letteraria sono divenuti lingue di poesia, come il gradese di Biagio Marin, il santarcangiolese di Tonino Guerra e di Raffaello Baldini, l’arcaica parlata di Tursi nell’opera di Albino Pierro, quella di Luzzara in Cesare Zavattini, di Caivano in Achille Serrao o di San Fele in Assunta Finiguerra. Nel grande fervore poetico che ha caratterizzato la letteratura neodialettale a partire dalla metà del Novecento si è evidenziata la difficoltà di translitterare parlate locali con caratteristiche fonologiche che in molti casi si discostano notevolmente da quelle della lingua veicolare.A guidare i poeti nella scrittura di dialetti e lingue minori, per secoli affidati solo alla tradizione orale, sono stati spesso criteri soggettivi, in bilico tra le norme ortografiche dell’italiano, incapaci di rendere tutte le possibili sfumature delle sonorità dei dialetti, e i sistemi di trascrizione fonetica caratterizzati da una dovizia di segni diacritici che risultano spesso poco comprensibili anche per i lettori più volonterosi.
E così, se sul piano fonico la poesia si è arricchita di un’ampia gamma di ritmi e cromatismi, non è stato facile rendere, attraverso una trascrizione semplificata, le asprezze o il martellante consonantismo di idiomi ruvidi e terrosi o la leggerezza di sinuose dittongazioni e la carezzevole musicalità di altri. In assenza di norme comuni, e sull’onda del “fai da te”, si è generata spesso una confusione sia di accenti e apostrofi, nella volontà di marcare aferesi, apocopi o elisioni, sia di segni diacritici usati nell’intento di riprodurre graficamente particolari fonemi.

Molti sono gli studi in cui sono stati individuati criteri validi e soluzioni scientificamente corrette, ma può capitare che autori di raccolte poetiche nelle note linguistiche dichiarino di optare per soluzioni più vicine all’oralità, diverse dalle norme grafiche concordate, anche nella convinzione che i dialetti non sono un’alterazione o una corruzione dalla lingua italiana. Si veda in tal senso Ida Vallerugo che afferma di scegliere «il sistema accentuativo, […] più vicino all’oralità» e alla sua «intonazione personale che alle norme ortografiche correnti» (Mistral, Rovigo, Il Ponte del Sale, 2010, pag. 213) o Anna Maria Farabbi che nei versi ldialetto ldiceva lmi babbo e lmi babbo / ce lò ncorpo (il dialetto lo diceva il mio babbo e il mio babbo / ce l’ho in corpo - in Abse, Rovigo, Il Ponte del Sale, 2013, pag. 56), nella volontà di cogliere la primitività e la fisicità stessa del dialetto, sembra porsi lontano dalle categorie grammaticali della lingua a cui si riferisce la gran parte dei poeti.
Tra gli studi in materia merita conto di riferire quello promosso dalla Regione Veneto che con una delibera della giunta nel 1994 affidò a una commissione di dieci esperti presieduta dal linguista Manlio Cortelazzo il compito di normare la trascrizione semplificata dei dialetti veneti (Grafia Veneta Unitaria. Manuale, a cura della Giunta regionale del Veneto, Venezia, Editrice La Galiverna, 1995). Nella nota preliminare del Manuale si afferma, tuttavia, che per «far accettare un progetto ortografico non basterebbe nemmeno il forte braccio di un’accademia scientifica o di un decreto ufficiale, anche se si è sognato che “sarìa na bela cosa che ghe fusse un’autorità da tutti riconossua” (Pighi)».

Francesco Granatiero, poeta garganico, autore di numerose raccolte poetiche, da tempo impegnato nello studio morfologico e lessicale del dialetto di Mattinata (FG), così come dei dialetti del Gargano (Vocabolario dei dialetti garganici, Foggia, Grenzi, 2012) e della Puglia (La memoria delle parole. Storia, lingua e poesia, Foggia, Grenzi, 2004), nel volume Altro Volgare. Per una grafia unitaria della poesia nei dialetti alto-meridionali (Milano, La Vita Felice, 2015), nella convinzione che «una grafia dei singoli dialetti che non tenga conto delle altre parlate più o meno prossime e riferibili a una stessa area può sfociare in una babele di scritture»  (pag. 5), ha definito i criteri per la trascrizione dei DAM, acronimo che sta per Dialetti Alto Meridionali, parlati in un’area geografica che va dall’Abruzzo alla Campania e alla Calabria settentrionale, dalla Puglia alla Lucania, sino a sfiorare alcune aree limitrofe delle Marche e del Lazio.
Il percorso seguito appare del tutto originale e inedito rispetto al tradizionale approccio linguistico ai problemi connessi con la trascrizione dei dialetti. Dopo un’agile ed essenziale nota introduttiva, Francesco Granatiero, infatti, ha allestito un’antologia in cui ha ritrascritto, secondo norme scientificamente individuate, alcune poesie di ventiquattro poeti «storicizzati», scelti nell’ambito della letteratura dialettale, a partire dall’Ottocento fino ai giorni nostri, in diverse regioni: Abruzzo (C. De Titta, G. D’Annunzio, M. Della Porta, A. Luciani, U. Postiglione, V. Clemente, A. Dommarco, O. Giannangeli, G. Rosato, C. Savastano), Basilicata (A. Pierro, A. Finiguerra), Calabria (D. Maffia), Molise (E. Cirese, G. Rimanelli), Puglia (F. S. Abbresca, E. Consiglio, D. Lopez, A. Nitti, P. Gatti, F. P. Borazio, L. Angiuli, F. Granatiero), Campania (A. Serrao). Nella premessa sono riportati anche due testi, del romano G. G. Belli (“La vita der Papa”) e del salentino N. G. De Donno (“Muriscju”), come esempi delle aree confinanti, mediana a nord e meridionale estrema a sud, non toccate dallo schwa, tratto linguistico tipico dell’area intermedia dei DAM.
Lo schwa, indicato in fonetica con il simbolo ə, è la e «muta», dal suono debolissimo, quasi impercettibile, che ricorda il timbro vocalico della e atona francese. Il termine deriva dall’ebraico e vale come “insignificante”. Un esempio di schwa si ha nella parola màmmete (“la tua mamma”) in cui risultano indebolite la e della penultima sillaba e quella dell’ultima. Nella trascrizione la e muta è resa dagli scrittori in modo diverso: con una vocale in apice, con il segno diacritico ə, con un apostrofo, con la dieresi (ë), con un corpo inferiore rispetto a quello usato per il testo. Granatiero propone di translitterare lo schwa con la e, soluzione che è stata adottata nel tempo anche da Finiguerra al posto del segno ë.
Come viene sottolineato nella introduzione, «lo schwa rappresenta l’elemento fonologicamente più vistoso dell’eredità angioina nel Mezzogiorno» (pag. 6), dove dalla metà del XIII secolo, nel periodo delle grandi trasformazioni connesse con il passaggio dal latino ai volgari, si instaurò una dominazione le cui tracce sul piano linguistico sono ravvisabili nell’affievolirsi delle vocali atone del volgare pugliese.
Le proposte di scrittura di Granatiero riguardano anche altri aspetti; ci limitiamo a ricordare quelle sull’accento fonico per le e aperte o chiuse, sulla necessità dell’accento tonico in parole tronche, sdrucciole e bisdrucciole, sull’uso della semivocale j in posizione iniziale o intervocalica, sul rafforzamento delle consonanti b e g in posizione iniziale o intervocalica e, infine le puntuali osservazioni sul rafforzamento fonosintattico e sull’aferesi diacronica.
Per tutte le poesie inserite nell’antologia, scelte più che per il valore poetico per la peculiarità di aspetti fonico-grafici, Granatiero ha svolto un’attenta indagine, ascoltando, ove possibile, la lettura diretta degli autori, dal vivo o attraverso registrazioni (O. Giannangeli, G. Rosato, C. Savastano, A. Finiguerra, G. Rimanelli, P. Gatti, L. Angiuli, A. Serrao), o ricorrendo a lettori parlanti lo stesso dialetto dei poeti. Ad arricchire l’antologia sono inserite note biobliografiche sugli autori con puntuali riferimenti alle più importanti antologie in cui sono stati inseriti.

Il volume Altro volgare. Per una grafia unitaria della poesia nei dialetti alto-meridionali richiama l’opportunità (o la necessità) di definire scientificamente criteri di scrittura in aree linguistiche che abbiano caratteristiche comuni, anche se non è facile incidere su radicate abitudini personali, su pregiudizi grafici e, infine, sulla libertà “espressiva” che pare sostanziare la natura stessa della poesia, ma che ha senso soltanto come deroga da una regola prestabilita e comunemente accettata.

Francesco Granatiero, Altro Volgare. Per una grafia unitaria della poesia nei dialetti alto-meridionali, Milano, La Vita Felice, 2015.

Ombretta Ciurnelli 

19 aprile 2016