Incontro con la poesia di Renato Filippelli


La sua riscoperta è più agevole grazie al volume che raccoglie tutte le sue raccolte

 “La Musa ritrovata” era il titolo di una rubrica (con un risentito accento su “ritrovata) che il poeta Achille Serrao  ha condotto per diversi anni sulla rivista “Periferie” rinnovando la memoria di poeti che avevano avuto una meritata notorietà in vita e che erano stati quasi dimenticati dopo la loro scomparsa.

Renato Filippelli (nato a Cascano di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta il 19 febbraio 1936 e morto il 20 maggio 2010 a Formia) – coetaneo di Serrao, anche lui nato nel 1936 e scomparso due anni dopo Filippelli e di entrambi ricorre l’80°  – ha tutte le caratteristiche e i titoli per poter essere inserito in quella rubrica.
La sua riscoperta è ora agevolata dal volume che di Renato Filippelli raccoglie Tutte le poesie, a cura di Fiammetta Filippelli. Prefazione di Emerico Giachery. Postfazione di Francesco D’Episcopo, Roma. Gangemi editore, maggio 2015, pp. 528, con CD.
Innanzitutto si tratta di un’opera contrassegnata da un profondo amore filiale. Infatti la curatela delle singole raccolte confluite nel libro, le riflessioni in itinere, a chiusura delle singole sillogi, le note, la bibliografia delle opere e sulle opere del poeta sono di Fiammetta Filippelli, la maggiore delle due figlie di Renato, mentre il capitoletto “Il percorso di vita e di poesia” posto a suggello di quest’opera omnia è del figlio Pierpalo Filippelli. E va detto, a scanso di equivoci, che la parentela e l’affetto non fanno velo al giudizio critico.
Le raccolte che compongono il volume, e che spaziano nell’arco di 50 anni di attività poetica, sono: Vent’anni (1956), Il cinto della Veronica (1964, con prefazione di Edoardo Gennarini), Ombre dal Sud (1971, con prefazione di Emerico Giachery), Ritratto da nascondere (1975, con prefazione di Fernando Figurelli), Requiem per il padre (1981 con prefazione di Rosario Assunto), Plenilunio nella palude (1997), Dai fatti alle parole (2006). A queste si aggiunge Spiritualità (2012, postuma, con prefazione di mons. Raffaele Nogaro).
Confesso di aver vinto il mio timore nell’affrontare una così rilevante opera cogliendo dapprima, grazie al CD allegato al volume, l’opportunità di ascoltare un’antologia di liriche scelte e recitate nel 2001 dalla viva voce del poeta, una voce calda, nostalgica, a volte dura, e improntata a mestizia. La lettura delle poesie è accompagnata da musiche composte dal Maestro Mauro Niro.
La mia è stata una scelta premiata perché, sull’onda della declamazione del poeta, da preferirsi sempre, ove possibile, a quella degli attori, ho potuto cogliere meglio i gangli e i grumi della composizione poetica e il senso e i suoni che Filippelli intende trasmettere ai suoi lettori. In un secondo tempo ho poi verificato sulla carta, in seconda lettura, quelle che emotivamente avevo giudicato tra le più significative, scovandole poi nelle singole raccolte, perché nel sommario del CD non si fa riferimento alle raccolte da cui sono state tratte. Giustamente direi, anche se è più faticoso per il recensore, andare alla loro ricerca per una conferma, mentre scorrono le altre numerose poesie di cui si compongono le raccolte e senza, in questa fase preoccuparsi né delle prefazioni, né di note, né di spiegazioni varie, rinviate tutte a dopo l’esame delle poesie, così per convalidare i propri giudizi e anche naturalmente per scoprire lati e aspetti non sufficientemente considerati ed esplorati e suggeriti dai prefatori e commentatori.
Queste sono le poesie che mi hanno colpito più di tutte al primo ascolto: “Le femmine dicevano”, “Serpi”, “Lumi”, “Cantavano sull’aie l’antica resa”, “Siccità”, “A un critico ostile”, “A un politico del sud”, “Addio alla terra”, “Eppure l’alba che partii che un vento”, “Parole alla figlia Fiammetta”, “Cadde tutta la vigna”, “Oltre il confine”, “La morte del padre”, “Così il vento”.
E mi scuseranno i lettori se mi limiterò d’ora in avanti ad offrire citazioni di poesie che mi hanno colpito, con miei brevi commenti. Questo è il mio modus operandi: anteporre sempre i versi del poeta ai commenti critici e preferire una lettura “da poeta”. E in questo sono agevolato dagli apparati critici presenti nel volume – in particolare quelli già citati e alla cui lettura esorto.
In Vent’anni: “Siccità” (a mio padre Carlo), p. 42, il ricordo di un antico pellegrinaggio per invocare la pioggia della sua gente (volti di vecchi scarni, allucinati / nella vampa, e le palme delle donne / levate, e gli occhi teneri dei bimbi) per propiziare la pioggia. Il padre che pone triste la mano sul suo capo: “Prega, mi dicevi, prega / tu, che sei innocente...” – / Speculavamo, intenti, / se il cielo s’annerasse alla marina, / ma rosseggiava in cumuli beffardi / ventoso, sulla fragile preghiera. / A notte,  / avviticchiati, sognavamo il grano / rivivere alle stille, / accestire, granire, con lo stocco / alto, sicuro, e i canti, ed i mannelli / biondi, la battitura, il viso / raggiante della madre.
In Ombre dal sud: “Lumi”, p. 123: Noi siamo, vivi e morti, come i lumi / sulla strada Cascàno-San Felice: / esili lumi umiliati / dalla lontananza del cielo, eppure trepidi / di tutte le speranze di cui il giusto / Dio seminò, al principio del suo spazio, / la sera delle terre addolorate / da Lui nel dolce sud. Una poesia semplicemente perfetta.
“Serpi” p. 131, «Hanno ucciso tutte le serpi di questa terra. E queste serpi par di vederle rivivere nei versi del poeta:  Erano dolci, silenziose, appena / sfioravano la luce / sapendo di dividerla con gli uomini». / E ripensava la grazia leggera / delle teste recline ai sorsi quieti, / o innamorate alzarsi come fiori.
“Parole alla figlia Fiammetta” (per il giorno della nascita), p. 136. Inimitabili le espressioni del poeta nell’assistere alla nascita della figlia: io presi a tremare di te, / a sentirti nell’universo, / così fragile, così fatta di sogni / senza conoscerti. E indimenticabile e solenne l’ostensione  della neonata figlioletta: E poi t’ebbi in un riso ebbro trionfale, / ti portai nella luce aspra e radiosa / della finestra sopra il mar Tirreno. / Tu eri tutta raccolta in un sopore, / ma sentivo il tuo cuore palpitare. / Eri mia figlia. Ed ebbi / la certezza di Dio sopra quel mare.
“Cadde tutta la vigna”, p. 139, (riproposta identica nella raccolta Requiem per il padre a p. 252), di nuovo dedicata al padre, rievoca la distruzione della sua vigna. La poesia è un monumento alla sua fierezza guerriera che stoicamente si oppone con il silenzio all’oppressore tedesco, costringendolo al rispetto (E tu fosti una statua di silenzio / coi figli stretti intorno ai tuoi ginocchi, / e mamma ti guardava dalla soglia. / Cadde tutta la vigna giovinetta. / Tu rimanevi come un capitano / fiero davanti alla sua schiera morta. / E il tedesco lurco non ti rise / più, rispettava quel muto dolore).
“Le femmine dicevano”, p. 140. Di fronte ai comportamenti inconsueti del futuro poeta si appuntano i presagi infausti delle donne (Quando mi prese amore delle mie / parole, aspre e soavi di pudore, / le femmine dicevano a mia madre: / «Quello si porta l’anima a svanire / sul monte»)  e il tentativo di lapidazione da parte di un vecchio e di due ragazzi (ché m’ero assorto ai greggi / delle ginestre che le muove il vento / e dicevo parole verso il mare. / O mare, mare! io n’ebbi / tutta l’infanzia illuminata / e sgomenta).
In Ritratto da nascondere: “Cantavano sull’aie l’antica resa”, p. 189, come non ricordare la comunanza con gli spirituals, al cospetto di queste donne straordinarie del sud che arrivarono perfino a partorire talvolta in rapida doglia, lungo la strada carrozziera e che curve nella loro bestiale fatica cantavano sull’aie l’antica  / resa al destino, le canzoni / pacate di lontane schiavitù: / «Salute allu padrone dellu granu».
“Eppure l’alba che partii che un vento”, p. 193. In questa poesia il suo essere parte a se stesso fin da piccolo: Io ebbi da bambino / parole già segnate / dal ritmo, e la mia gente / tingeva di stupore / l’occhio che vigilava la mia vita. Poi il distacco da paese e la condanna del legame indissolubile con la sua terra: Nella luce / dei giorni mi portavo sulle spalle, / come un agnello, il mio pezzo di terra.
“A un critico ostile”, p. 198. Davvero non vorrei essere stato nei panni di costui, e raramente ho letto una poesia così potentemente risentita e giustamente orgogliosa della sua poetica e della sua terra oppressa. Eccola per intero: O tu che mi misuri l’universo, / neghi cielo e respiro / al mio rito dell’ombre, o tu che in fatui / balenii d’acutezze jungheggi e chiami / «istanza regressiva» l’insistito / tormento di tentare ogni confine / alla mia terra e ridire il destino / della bestia scacciata dalla tana,  / possa sentire sul tuo cuore i nudi / piedi dei morti del mio Sud, i morti / di fame e solitudine nei secoli, / e tremare a quel fiato di rancore / che sale dalle viscere terrene, / la notte di novembre ch’essi passano / sotto poveri lumi di finestre. / Possa, alla svolta della Palombara, / imbatterti negli occhi di mia madre.
 “A un politico del sud”, p. 210, la poesia vibra di passione politica e di indignazione, una corda tesa e presente anche in altre poesie ma qui senza ombra di retorica, affidata alle immagini contrapposte del falco e del rondone: A te / gloria sui palchi; a me, povero scuro / poeta, le ragioni dei miei morti. / Comune a noi la terra; tu l’aggiri / come un falco di spire inesorabili, / ed io come il rondone / disperso e poi rimasto / a nidi d’invernale solitudine.
“Addio alla terra”, p. 211. Raramente nelle tante poesie (e anche in questo volume il tema è ricorrente in più parti) sul tema dell’abbandono della terra natia, destino comune a tanti italiani, si avverte così radicale la lacerazione dalla terra e dai suoi uomini, con immagini e sensazioni destinate a diventare indimenticabili come in questo incipit davvero straordinario: Quando il tradimento fu compiuto, / e il mercante si giocò il poeta, / io volli coricarmi / sulla mia terra per l’ultima volta. / Mi comunicai della carne, del sangue, / del sudore odoroso di mio padre, / mi rivoltai nel solco / come un ciuco in amore; / poi piansi bocconi e pensai / che il nonno di mia madre stette morto così.
In Plenilunio nella palude nella lirica “Oltre il confine”, p. 279, che apre la raccolta, il fulcro è nell’invocazione originalissima a Dio: non domandarmi il prezzo del perdono e nell’altra non meno straordinaria a conclusione della breve lirica: Accompàgnati a me come il fanciullo / che porta a casa il vecchio padre ubriaco.
Ne “La morte del padre”, p. 284, una preghiera conclude anche questa poesia pervasa da una profonda pietas: “Nel giorno / della misericordia, / guardami con gli occhi di mio padre”. Quel padre così dominante e ricorrente nella poesia di Filippelli, dal poeta vegliato negli ultimi istanti, teneramente, a parti invertite: Gli parlai come a un figlio bambino / che s’avventuri nel buio. / Gli dissi piano, come preghiere, / tutte le mie poesie / scritte per lui, che un selvaggio / pudore gli nascose / per tanti anni.
In “Così il vento”, p. 336, il poeta si mette a nudo, con dignità, con senso della misura, in una breve lirica che mi piace riproporre per intero: “Dopo l’infarto sei ringiovanito”,/ mi dicono; ed è vero / che il corpo m’è tornato adolescente. / Ma la sorpresa è l’anima. / Solcandola, Tu l’hai purificata. / Così il vento passa / sul tizzo e lo disveste della cenere.
In Spiritualità: “Senza Confini” (a Renato junior), p. 474, un tenero, avvincente dialogo: Renato, nipotino di cinque anni, / a te che mi rinnovi / nel nome e nell’amore del fantastico, / un giorno dissi: “Si avvicina al nonno / l’ora di un volo spinto oltre le stelle, / e non potrai / più ascoltare da lui favole e storie”. / Tu ribattesti: “Le potrò ascoltare / in sogno, nonno, se mi cercherai”.
Emerico Giachery sottolinea autorevolmente che: “Il colloquio con Dio e con Cristo s’intensifica e fa di Filippelli uno dei poeti religiosi italiani senz’altro significativi dell’ultimo Novecento. Una voce poetica, la sua, anche nei temi religiosi, personale e autonoma, virile e tormentata. (…) Credo che i testi d’ispirazione religiosa rappresentino i vertici della poesia di Filippelli”. I testi racchiusi soprattutto in Spiritualità, ma non solo, suffragano ampiamente queste affermazioni.
Desidero concludere questo incontro con la poesia di Filippelli con un suo distico intenso: Ed ora so perché tardi a venire. / Vuoi che ti venga incontro “Alla grande ospite ritardataria”. E con queste immagini di “Feste tra cielo e mare” una lirica davvero sorprendente e pacificata: In cielo nuvole / cumuliformi. E il mare / si diede a sbandierare / come un paese in festa / le sue coperte di raso, / quando il sole al tramonto / attraversò ed accese / quella gelateria biancoturchese.
 
Vincenzo Luciani
 
 
Pubblicato l'8 marzo 2016