Il mare d'inchiostro di Roberto Pagan


Recensione di Ombretta Ciurnelli

Nel volume Un mare d’inchiostro. Pagine su ‘pagine’ e altri cabotaggi (Roma, Edizioni Cofine, 2015) Roberto Pagan ha raccolto la sua produzione critica degli ultimi quindici anni: quasi novanta testi apparsi in riviste o destinati a prefazioni, a pubbliche letture, a conferenze e presentazioni o donati ad amici scrittori, a volte senza lasciare di sé una traccia bibliografica.
Un mare d’inchiostro non nasce dalla volontà di esibire la propria acribia, il proprio acume critico. Non sarebbe nel carattere dell’Autore, discreto e riservato. Vi si vede piuttosto il desiderio, in un’età ormai non più verde, di capire il senso di un percorso di scrittura critica e, come dice l’Autore stesso, di intravedere un disegno, un’architettura che si è modellata negli anni, […] secondo un profilo che rendesse coeso un discorso nato in frammenti (pag. 4). Da qui anche l’alternarsi di studi su opere letterarie di autori contemporanei o della nostra letteratura a testi in cui Pagan racconta il suo percorso poetico e di scrittura e gli incontri che hanno segnato la sua formazione, quasi in un’autobiografia intellettuale e poetica. E va subito detto che si tratta di un percorso culturale e letterario ricco e privilegiato che ha inizio nella Trieste degli anni Cinquanta, partecipando, ancora giovane studente universitario, ai ‘martedì’ di Anita Pittoni e conoscendo direttamente poeti e scrittori, come Saba, Stuparich, Giotti e tanti altri. Un felice avvio alla poesia e alla letteratura in quella Trieste dalla «scontrosa grazia» (U. Saba), ricordata e raccontata anche nelle raccolte Àlighe (Roma, Edizione Cofine, 2011) e Robe de no creder (Roma, Edizioni Cofine, 2013); una Trieste già crogiolo e crocevia di culture, terra di frontiera, città che forse più di altre «è letteratura, è la sua letteratura» (A. Ara-C. Magris), una città in cui è maturata una cultura mitteleuropea che ha espresso i temi centrali della crisi del Novecento, divenendo modello di riferimento ben oltre i suoi confini.
Alle intense esperienze giovanili è seguita una lunga carriera di insegnante di Liceo dapprima nel grigiore senza spiragli (pag. 267) della provincia e poi, dal 1969, a Roma dove, pur non essendosi mai romanizzato (pag. 268), Roberto Pagan si è sentito ben accolto, grazie alla cordialità degli abitanti e a quel pizzico di spirito meridionale che ti fa sentire a tuo agio, amico tra gli amici (pag. 269), anche se un’unghia di […] intolleranza asburgica (ivi) non ha mancato di suscitare in lui perplessità di fronte all’esuberanza o alla chiassosità romana.
A Roma il nostro Autore è entrato in contatto con il ricco ambiente artistico-letterario proprio quando la sua musa immusonita sembrava essersi un po’ risvegliata dal letargo (pag. 270), giungendo, tuttavia, tardi alla pubblicazione dei suoi versi, quasi alle soglie del mezzo secolo di vita, con la prima raccolta Sillabe (Roma, Il ventaglio, 1983). Ma la sua vena creativa si era espressa intensamente già a partire dagli anni giovanili, quando in un apprendistato assolutamente solitario e autogestito (pag. 274) aveva prodotto centinaia e centinaia di versi che egli considera, tuttavia, robaccia irrimediabilmente scolastica, […] senza nessuna consapevolezza d’arte (ivi).
Nella grande capitale Roberto Pagan ha portato con sé, oltre al ricordo vivo della bora, della pietra del Carso e dell’azzurro del mare, di cui si era nutrito nelle sue estati giovanili, anche il dialetto un po’ selvatico, gutturale, sparato a strappi (pag. 268), parlato fino all’età di venticinque anni, raccontato anche nel testo “Il dialetto di Trieste come lingua franca tra Svevo e Joyce”, e riemerso con forza, dopo una decina di sillogi in lingua, nelle sue ultime raccolte poetiche: Àlighe e Robe de no creder, perché ci sono cose che solo il dialetto sa dire, situazioni che, fuori dal dialetto, non hanno né corpo né spessore, parole e voci che solo in dialetto conservano asprezza e dolcezza insieme, carne e sangue, colori e sapori e profumi di un mondo o di una stagione (pag. 232).
Nella confusa e disordinata realtà della capitale Pagan ha conservato di Trieste anche altro, come lui stesso dice: è probabile che mi fosse rimasto attaccato anche qualcosa dell’ironia di quella gente che così spesso serve a mascherare le inquietudini di un mondo con troppa storia e troppa geopolitica alle spalle (pag. 268). Nasce forse da questo la particolare cifra poetica di Pagan, evidente anche nella sua ultima raccolta, Robe de no creder, in cui risalta «una qualità espressiva intrisa di ironia che riconduce l’uomo al perché delle cose e della sua stessa esistenza e in cui anche l’episodio di vita quotidiana è nobilitato da ragioni riflessive» (P. Civitareale).
Il tema dell’ironia, insieme a quello del comico, diviene oggetto d’indagine nei nove testi raccolti nella prima sezione di Un mare d’inchiostro, quella che appare più compatta sul piano critico, e che è divisa in due parti: “I cimenti di Talìa” e “Alle radici del comico”, con l’attenzione rivolta dapprima a opere letterarie in cui, lontano da uno spirito giullaresco e sguaiato, si tenta di conciliare Talìa con Calliope, […] insomma il sorriso dell’arguzia con l’eleganza delle forme e la signorilità della lingua (pag. 9); si tratta di opere di grandi autori della storia letteraria italiana che hanno colto nell’ironia una forma espressiva squisita, ma anche ardua e complessa, mediata com’è dal filtro dell’intelletto (ivi): le Satire di Ariosto, Il Giorno di Parini, il poemetto Paralipomeni della Batracomiomachia di Leopardi, la  scrittura ironica e desublimante (pag. 33) di Gozzano e, infine, la produzione di Montale da Satura ai Diari. Nella seconda parte Pagan considera le radici del comico:  dall’istrionismo di Cecco Angiolieri al riso lunatico di Pulci, dall’accidia cortigiana di Berni alla phantasia plus quam phantastica (pag. 66) di Folengo.Sono tutti saggi apparsi nella rivista “pagine”, in cui è stata pubblicata la maggior parte dei testi e delle recensioni raccolte in Un mare d’inchiostro; da qui il senso del complemento del titolo del libro: Pagine su ‘pagine’ e altri cabotaggi.
La scrittura di Roberto Pagan non è mai avvolta in compiaciute e verbose spirali, come accade in saggi e recensioni dal linguaggio oscuro e criptico e di difficile interpretazione. La sua prosa è piana, l’argomentazione delle ipotesi critiche chiara, in una struttura capace di dare leggerezza alla parola ‘critica’, intesa come sguardo, come tensione alla comprensione intima e profonda della poesia e che sa risolversi spesso in racconto.
Un mare d’inchiostro evidenzia, inoltre, un profondo amore per la letteratura e, più in generale, per l’arte; Pagan scruta acutamente le relazioni tra poesia, musica, pittura e architettura, cogliendo in profondità lo spirito dei tempi. Valga per tutti il testo “Endecasillabo mon amour: le mille vite di un seduttore” in cui, nella forma metrica più frequentata dai poeti della nostra Letteratura, ravvisa consonanze e relazioni con stili architettonici o con la musica: dallo stile pregotico degli stilnovisti alla solida struttura del verso dantesco che ricorda l’architettura romanica sino ad arrivare, nel tempo, all’endecasillabo foscoliano che suona sinfonico (pag. 94).
Dal verso principe della letteratura la riflessione di Pagan passa a considerare anche l’haiku, una forma metrica lontana dalla nostra tradizione, di cui lui stesso è autore (si veda Miniature di bosco, 101 haiku, Roma, Zone, 2002) e nel testo “Haiku, uno gnomo poliglotta e contorsionista”emergono da un lato le ragioni del successo e dall’altro una garbata critica dei travisamenti o adattamenti di cui è stato oggetto.
In “Una cenerentola (stizzosa) chiamata poesia” l’attenzione si posa sul ruolo e sul significato della poesia nella società moderna in cui alla cenerentola stizzosa sembra mancare il pubblico, sempre più attratto dai parametri di una società dominata dai miti dell’efficienza, dell’attivismo, del consumo (pag. 118). Questa la domanda che Pagan si pone: si può ipotizzare che la poesia, per tanti secoli vissuta nell’ambito della corte, o del cenacolo, o dell’accademia [...] e poi sopravvissuta, sia pure con qualche stento, all’affermarsi della civiltà borghese, trovi oggi una sua collocazione nell’epoca della seconda rivoluzione industriale e tecnologica e delle grandi masse? (pag. 118). Una domanda che riporta alla memoria il discorso di Montale a Stoccolma, nel 1975, in occasione del conferimento del Premio Nobel; il poeta genovese si chiedeva: «potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa?». Montale credeva che la produzione di poesia «bellettristica» sarebbe cresciuta a dismisura, ma che non ci sarebbe mai stata morte per quella poesia «che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale». Pagan, dal canto suo, sente la poesia del nostro tempo come una zattera affollata […] che spesso dà l’impressione di andare alla deriva, senza una bussola, in balia dei venti e dei marosi, incerta sul suo stesso destino (pag. 115).
I testi critici raccolti in Un mare d’inchiostro sono divisi in quattro sezioni; alla prima, “I cimenti di Talìa - Alle radici del comico”, a cui si è già fatto cenno, segue “Saggi e vagabondaggi” in cui si alternano scritti di tono più leggero a riflessioni di maggiore respiro, come, ad esempio, quelle su Lucrezio, Armando Patti e Achille Serrao. Nella terza sezione, “Quadrante Nord-est: da dove soffia la bora”, sono raccolti testi sul milieu culturale triestino e sulla propria formazione umana e letteraria, apparsi in prevalenza nella rubrica “Cronache da nord-est” nella rivista “I fiori del male”. Infine, la quarta sezione, “Il Parnaso degli amici”, contiene recensioni di opere in prosa o in versi di scrittori spesso amici dell’Autore. In Un mare d’inchiostro si rintracciano, infatti, anche storie di amicizia, nella condivisone di interessi, ideali, letture. Per non far torto a nessuno, ci limitiamo a ricordare soltanto quella con Vincenzo Anania, poeta e direttore della rivista “pagine”; di Anania, oltre alle qualità umane, Pagan apprezza la poesia tutta sangue e cose, che non ama indugi o astrattezze, che muove spesso dalla quotidianità del vissuto, […] densa, scorciata, […] con una naturale propensione alla pronuncia aforistica, gnomica, ma senza moralismi (pag. 295).
Nella brillante prosa della “Nota d’autore” che apre il volume Pagan, dopo aver ricordato gli antichi scribi che sulle pietre runiche, con fitti grovigli colorati di rosso, incidevano le gesta e le memorie dei leggendari capi vichinghi e il lavoro degli amanuensi, sommersi dalla mole delle preziose pergamene miniate, confessa di voler essere scriba di se stesso per lo scrupolo di raccogliere e ordinare memorie, pensieri e riflessioni nascosti in quelle piccole icone che navigano nell’apparente calma dell’azzurro di un monitor, quasi per una missione, un debito (pag. 4) da pagare non solo a se stesso per capire il senso di tanto mare d’inchiostro – ma anche ai lettori e a tutti quegli amici che hanno creduto in lui.

E tutto ciò in bilico tra una malinconica fantasticheria, che si lega al ricordo di ciò che è passato, e quell’attesa, che è in ognuno di noi, di un naufragio in agguato o presagito come incombente (pag. 5), ma sempre con il guizzo di un sorriso e quel “che” di ironia che così spesso serve a mascherare le inquietudini (pag. 268) che ci accompagnano nella vita. 

di Ombretta Ciurnelli

 

Pubblicato l'8 febbraio 2016