Il male delle assenze di Dionisio Morlacco


Recensione e scelta di testi di Maurizio Rossi

 Nato a Lucera, vi ha trascorso quasi tutta la sua vita, dedicandosi all'insegnamento, alla ricerca storica - non solo locale - al giornalismo. E' stato redattore capo del giornale “Il Centro” e socio dell'archivio storico pugliese e dell'Istituto per il Risorgimento Italiano. Ha prodotto numerose pubblicazioni storiche e saggi. Questa è la sua opera prima poetica.

 
 
Al limitare del vespro assorto
guardo il cielo che si perde
senza traccia nella mente.
E cresce l'ora che accende
i vetri alle finestre; la falena
nel cono della lampada fioca
riprende il gioco che l' avvince.
 
Anche un passo ignoto ritorna
a cercare nel mio silenzio
le ragioni del tempo. Ma il fiato
della certezza è voce travolta
dal frastuono del mondo,
il sale della vita disciolto
nell'onda delle umane bufere.
 
La poesia sintetizza lo stile ed il senso di questa raccolta, più “schubertiana” che “chopiniana”: la misura nel verso e la raffinatezza delle parole mitigano, stemperano, un certo sentimentalismo malinconico e “assorto”. E “le ragioni del tempo” per il Poeta,vanno cercate nel silenzio.
 
 
...Adesso mi chiedo se tutta
la mia vita sia stata
una contorta speranza,
o una cieca illusione,
nuda come il deserto
del mio grido di gioia
negato dal cielo.
 
Ma sono interrogativi della sera, “alla soglia” della vita, nell'ultima parte della raccolta: questa inizia con “Il tempo e la memoria”, continua con “Il male delle assenze” e “Quale ragione”, che precede l'epilogo. Un percorso che si fa via via più lento, triste e quasi “disperante”
Eppure, ci sono stati giorni di luce, di infanzia, di giochi; la poesia unisce il tempo e la memoria, come in “Porta Troia”
 
Il lancio delle monete
nel gioco sotto i muri, nell'aria
ancora gli echi della guerra…
 
...Bastava il fumo dai tetti,
un respiro di brace alla porta,
a placare le labbra dischiuse
dei figli, delle donne in attesa.
 
Tempo di sera e di quiete, come in “A caccia delle rane”, un “notturno” in cui il lettore entra quasi fisicamente, tanto è reale
 
...Nelle sere di quiete distesa
sul ciglio dello stagno
la grande luna dall'alto
fingeva ombre di passi
a un rezzo tra le canne…
 
Anche tempo d'amore…
 
Risveglio
 
Tra voli di passere e ciocche
di rose alla finestra
maggio brillava nel cielo
dei tuoi occhi sereni.
 
                        In essi
la mia tempesta notturna
cadeva. E il volto bagnava
la dolce fragranza
del tuo labbro aperto al sorriso.
 
Adesso, però, regna il presente, dispotico: la memoria allora richiama il tempo delle assenze e del dolore. Tempo lineare, che non torna: l'Autore vi si oppone con i suoi versi al di fuori del tempo, perché – dice la Zambrano in “Filosofia e Poesia” - “Il logos, parola e ragione, si scinde tramite la poesia, che è sì parola, ma irrazionale...la parola posta al servizio dell'ebbrezza...” Così,  alla natura raccontata come un quadro naif, è controcanto il dolore e il pianto del distacco
 
Come un fiocco
 
Ora che il verde tenero
rinasce sulla tua zolla
ti rivedo assorta nel vetro
di quel mattino di neve,
quando ai rami del gelo
fioriva il rigoglio, e tu
come un fiocco cadevi
dal cielo dei tuoi giorni
nell'abisso del tempo.
 
fino alla solitudine del viaggio, oscuro, triste, in cerca di conforto, “parole o briciole d'affetto”. Tuttavia, nelle pieghe più malinconiche del vissuto, l'Autore sa comunicare con un lirismo mai banale il proprio stato d'animo e lo trattiene, lo contiene quasi: c'è ancora sole, anche se pallido; ancora vento, sinonimo di movimento, di novità e di ricerca. I pensieri, “stanchi” cercano un appiglio, un ramo, una ragione sulla quale posarsi
 
 
 
Nella strada
 
Quando la sera si copre
di piume oscure,
e un vento di tristezza
dilaga negli occhi,
sprofonda il cuore
nell'oscuro silenzio
della strada deserta,
dove cerco parole
e briciole d'affetto.
 
 
Di questa vita
 
Di questa vita mi resta
la più folle speranza:
di rivederti un giorno
come eri nel tempo
della nostra stagione.
 
Di questo sole mi cerca
il più pallido raggio
dell'autunno che affida
ai rami del vento
i miei stanchi pensieri.
 
Poi, anche il cammino si fa duro, pesante e senza senso: gli occhi, che non vedono, spengono i sogni; il petto è sempre più vuoto, per i continui distacchi. Ormai il fiume va, per inerzia, verso la sua foce...
 
Non ho voglia
 
Con questo grumo di sangue
negli occhi, non ho più voglia
di sognare. Era il mio petto
il nido della speranza, oggi
è lo scalo di nere partenze.
Ancora un volto mi lascerà
domani. Sempre più solo
mi porta il fiume allo sbocco
di questa assurda vicenda.
 
...E le domande rimangono irrisolte
 
Al silenzio dei morti, al sonno
ostile della notte domando:
quale ragione è nell'inganno
della mia catena di affanni?
 

Dionisio Morlacco,  Il male delle assenze,  Appolloni Ed. Roma, 2014


di Maurizio Rossi
 

Pubblicato il 9 gennaio 2016
 
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