Giovanni Tesio poeta


A proposito di "Stantesèt sonèt" del noto studioso, critico letterario, filologo e storico della lingua

 Del côté poetico di Giovanni Tesio, il noto studioso, critico letterario, filologo e storico della lingua, si ricorda il precedente In punto di svolta (1985), recante l'acuta prefazione di Pietro Gibellini, una corona gemmata ed irta di sonetti tutt'altro che canonici, con assenze di rime, spesso sostuite da assonanze e consonanze, paronomasie, ipometri e ipermetri, dove un dantesco trobar clus s'infratta in dedali e labirinti, per mezzo di una lingua estremamente colta e raffinata, densa ed espressiva, piena di arcaismi, latinismi, neologismi, tecnicismi.

A trent'anni da quel mirabile canzoniere d'amore, costituito da diciassette sonetti, esce ora, di Giovanni Tesio, con la prefazione di Lorenzo Mondo e la postfazione di Albina Malerba, Stantesèt sonèt, “Settantasette sonetti”, edito dal Centro Studi Piemontesi / Ca dë Studi Piemontèis (Torino 2015), un libro dove la cadenza colloquiale è meno rara rispetto alla prima plaquette, dato anche il medium e l'anapesto su cui frequentemente si dispone. Qui c'è una più stretta coincidenza tra significato e significante, e l'oscuro trovatore accorda le sue note, in limpida saggezza, su una scrittura assai più lineare. Si tratta di sonetti di endecasillabi o, più spesso, di decasillabi, o anche di novenari o di versi derivati. Il primo è costituito da versi di tredici sillabe con rime baciate e rimalmezzo.
Il sonetto, gabbia o prigione d'altri tempi, è come un vecchio malato di solitudine, e per questo è ancor più amato e vezzeggiato dal poeta intento all’arcolaio “che guaisce e frizza”.
E davvero frizzante è questo libro. Frizzante e corporale, il suo piemontese “da sensale”, che recupera le parole dimenticate e le sposa alle nuove.
Qui la vita ha il fascino del mago delle favole («la gata marela»), che prende il suo bene anche dal male. I pensieri più alti possono venire sedendo addirittura sulla tazza del water, mentre l'idea che il corpo sia tutto buono ci viene da un originalissimo, “socratico” asciugamano.
La vita, come il mare con le sue onde, può prendere la forma di una litania: «Mar dij barcon, e mar dij salvà / Mar ëd j'uman, e mar disuman / Mar dël Dirit. Mar dël Leviathan».
La vita è un mistero la cui verità è paradossalmente colta dal bambino che svuota il mare col secchiello (il «sigilin» in rima con «sant'Agustin»): è lui che l'acciuffa “per azzardo”. Verità che sa diventare anche gioia, come quella dei nipotini che danno fiducia nel domani, il loro sorriso e il piacere che «as taca fin-a ij dij marmlìn / mossant e frissonant come ’d gucin», “che si comunica fino ai mignoli / che friccicano e fremono come spilli”.
Il senso della morte, con il pioppo che diventerà cassa da morto, rinnova Pinin Pacòt e nell'ombra del bosco-chiesa ridesta il vento che spira dall'infanzia e che «am dis che sì a i-é n'arbra ’dcò për mi», “mi dice che qui c'è un pioppo anche per me”.
C'è poi l'indole alfieresca, come nella corsa al Valentino, che scaccia i pensieri deprimenti e accoglie quelli graditi, una pratica sportiva o meglio un qualcosa di straordinario, perché “il meglio è sempre il figlio dell'impegno”.
Le parole di Pancalieri sono una lingua sostanziosa, radicata nelle midolla, diseredata e forte («lenga lion-a»), che verrà ulteriormente irrobustita sui classici piemontesi.
La parola poetica è come una resurrezione, perché parla della morte convertendola in redenzione. La poesia nasce dal travaglio della memoria che brucia nel baleno di una ferita ed è raggiungibile soltanto lasciandosi andare, “per rimescolare il cuore e il ventriglio”, i sentimenti e la corporalità.
Dopo Nino Costa e Pinin Pacòt, Giovanni Tesio dà alla letteratura piemontese una decisa, coraggiosa scossa: pur prediligendo le forme chiuse e attingendo alla tradizione, le rinvigorisce con accenti nuovi, profondità di pensiero, freschezza di immagini icastiche e incisività di tratto. A quanti parlano di fine della letteratura («già tut scrit») risponde: “La parola è sempre in principio”. 
 
di Francesco Granatiero
 
 
Uno dei Stantesèt sonèt di Giovanni Tesio
 
XXXII
 
’D santor ch'a spatara la prima
se la tera as dëscàussa e as dësbogia
a s'arneuvo ’d cassin-a ’n cassin-a
mës-cià al condiment ëd la drugia.
 
Ij trator ch'a përfondo ant la tera
e ch'ampasto la mòrt con la vita
a smija squasi ch'a fasso la guera
a la tëppa antramentre ch'a gita.
 
Përfum fros con ëd fianta vachin-a
a së spantio dantorn bin bondos
ant la sèira da comba ’d colin-a.
 
E mi ’n gòdo an cost'ora molsin-a
tut ël bon ëd j'arson pì fiairos
ch'a s'ëncontro për l'aria anfantin-a.
 
Sentori che la primavera spande/ se la terra viene scalzata e smossa/ si rinnovano di cascina in cascina/ rimescolati al condimento del letame.// I trattori che affondano nella terra/ e impastano la morte con la vita/ sembra quasi che facciano la guerra/ alle zolle nel momento in cui cominciano a germogliare.// Profumi truci con fatte di vacca/ si spandono tutt'intorno abbondanti/ nella sera da valletta di collina.// E io godo in quest'ora tenera/ tutto il buono delle risonanze più puzzolenti/ che s'incontrano per l'aria che richiama l'infanzia. (Giovanni Tesio)
 
 
La versione in pugliese di Francesco Granatiero
 
XXXII
 
La jére de la primavere
se la terre ce spacche e revòletë
tórre tórre ce spanne e retornë
ammesckete allu cúnze u fumíre.
 
I tratture affunnenne ndla terre
e mbastenne la vite pla morte
assemigghie ca fanne la huerre
alli ttappe de terre che spòrchiene.
 
Jere turde e presetë de vacche
mo ce spànnene atturne nu sckacche
nde la sèire da conghe pendune.
 
E m'audèiscë nd'a ss'òra cenete
tutt'u bbúne de l'ecche appestete
de quédd'arie che jèume uagnune.
 
Il sentore della primavera/ se la terra è spaccata e rivoltata/ di cascina in cascina si spande e ritorna/ mescolata al condimento del letame.// I trattori affondando nella terra/ e impastando la vita con la morte/ sembra che facciano la guerra/ con le zolle di terra che germogliano.// Profumi truci e fatte di vacca/ si spandono intorno un bel po'/ nella sera da conca di colline.// E mi godo in quest'ora morbida/ tutto il buono dell'eco puzzolente/ di quell'aria ch'eravamo bambini. (Francesco Granatiero)
 
 
Il giudizio di Giovanni Tesio sulla versione pugliese
 
«Caro Francesco,
mi piace, anche molto, e tuttavia sento che nella comunanza dei mondi c’è poi un nostro individuale tocco che segna la differenza (non certo la distanza). Sento che nel mio mondo piemontese c’è qualcosa di meno drammatico del tuo mattinatese, qualcosa che reca in sé un’attitudine più distesa, forse più “rotonda”, e – in un certo senso – più tradizionale: proprio nel senso che evoca certe modalità del cantare piemontese, che non saprei meglio definire, perché fatte più di sensazioni (anche linguistico-sonore) che di parlabilità. Grazie di avermi condiviso, Francesco. Lo prendo come un dono e te ne sono grato. Molto grato,
giovanni» (Giovanni Tesio)  
 
pubblicato 29 dicembre 2015