Santuario del transitorio di Alessandro Salvi


Recensione e scelta di testi a cura di Loretta Peticca

Una “lingua solida, robusta che conosce un ‘impasto di aulico e quotidiano’ fino a una deriva gergale”, come scrive nella prefazione Fabio Michieli annettendo con confessata determinazione una citazione di Mengaldo su Saba, è il primo straniamento che ci offre questo Santuario del transitorio (Forlì, L’arcolaio, 2014).                              

Il registro ironico e disincantato completa la scelta per una ricerca esistenziale-poetica intrapresa “per la sopravvivenza stessa della poesia…e in una società che corrode e corrompe ogni cosa: la poesia è la speranza…”(Michieli).
 
Del mondo ogni contorno rendi acuto
robusta e mesta serpe del pensiero
che t’intrufoli subdola nel mio
io più recondito.
Gomito a gomito con il delirio
e ai ferri corti con il quotidiano,
sei tu il pane che bene o male sfama.
 
Già dalla poesia che apre la raccolta, è chiara questa  resa al pensiero che “robusta e mesta serpe” s’insinua nelle profondità dell’io e per chi è al confine con la follia, “Gomito a gomito con il delirio” e “ai ferri corti con il quotidiano” è l’unico nutrimento che tiene in vita “ sei tu il pane che bene o male sfama”. Poi emerge con chiarezza  il destino del poeta :“Le inarrivabili parole tramano/chissà che cosa a mia grande insaputa.”.
 
Le inarrivabili parole tramano
chissà che cosa a mia grande insaputa.
Una barriera bianca le sovrasta;
non l’ineffabile, non l’impossibile
che questa mia greve favella avalla
bensì  la bianca favola del nulla
che si ribella alla mia volontà
di assoggettarla e renderla sorella.
Quale esito incerto
raggiungeranno
queste rime psicotrope?
Riguardo ciò nutro dei forti dubbi.
Non più le notti stellate ci osservano
ma occhi di satelliti ci adocchiano.
Talvolta un angelo inciampa sui nostri
sogni…quando esprimiamo un desiderio
le stelle ca
                  do
                     no 
                           a terra,  s’
                                              i     n 
                                                        f
                                                    r        a  
                                                            n      g            
                                                          o
                                                             n
                                                        o.
    
                    
Ma il pensiero e le parole, gli strumenti del poeta per aprirci ad immagini ed emozioni,  in questo caso non hanno solo a che fare con l’ineffabile e l’impossibile ma con “la bianca favola del nulla/che si ribella alla mia volontà/di assoggettarla e renderla sorella.”. Il nulla dilaga in un tempo in cui il cielo è senza stelle ma pieno di satelliti che ci controllano, un tempo in cui gli angeli inciampano sui nostri sogni e le stelle cadenti  non ci regalano il gioco e l’illusione di esprimere desideri nella speranza di realizzarli, ma cadono e s’infrangono se noi osiamo ancora desiderare qualcosa. Un disperante rovesciamento. Infatti dietro il tentativo di spargere leggerezza, di farsi ragionevoli, “Occorre negoziare con l’orrore del nulla”, il tormento dell’uomo e del poeta è grande. E  la “zona inospitale del sentire” da cui parla il poeta allora non è solo, non è tanto la sua Croazia dalla storia travagliata, ma è lo spazio stesso della poesia, dove nasce una scrittura che annienta chi con essa cerca un mondo migliore, una scrittura che è un fuoco che può scaldare ma anche distruggere se non si impara a gestirlo  con leggerezza, come fosse un gioco. Ma, di nuovo, il tentativo di sdrammatizzare non riesce completamente, il poeta è dentro un gioco terribilmente serio. “Io dentro queste parole ci vivo./E muoio, a volte./In quest’antro mi nascondo dal mondo,/venite a prendermi se ci riuscite.” Dunque, una poesia che non è consolazione ma protezione dal mondo, un mondo in cui la precarietà dilaga con il volto del nulla e in silenzi raggelanti. Se poi, in una giornata di incomprensibile buonumore il poeta non omette di riconoscere, anche se in modo scanzonato, “che il mondo è una poesia scritta da Dio. Concordo, e così sia.” vuol dire che appunto è in quell’ “ascensore/ dell’umore che oscilla sale e scende” del Santuario del transitorio.
 
Promemoria
 
Occorre negoziare con l’orrore del nulla.
Con la debita distanza e cautela
avvicinarla e rendersela amica
questa fanciulla fascinosa, immensa.
Invitarla una volta tanto, dirle
una bella parola. Non la solita
amara, cinica
folgore che stride strazia corrode.
 
Io vi parlo da questa
inospitale zona del sentire.
Sì, questo scrivere pare mi annienti
a poco a poco, ma
mentre mi invento un vivere migliore
m’abituo a questo fuoco con cui gioco
da tempo ormai. Noi siamo solo ostaggi
del provvisorio.
Non è una fuga nell’irrazionale
bensì  si tratta solo di guardare
l’invisibile che si spoglia e addita
lì dove vita e morte si coagulano
in un tutt’uno.
Io dentro  queste parole ci vivo.
E muoio, a volte.
In quest’antro mi nascondo dal mondo,
venite a prendermi se ci riuscite.
 
 
 
La bianca quiete della neve innerva
nuova linfa all’inverno. Come pagine
- densi si formano ai nostri occhi – spazi
lisci e lividi contorni di fredda
impassibilità di sguardi. Gelido
il crepitare ovunque del silenzio.
Aspetto e osservo
la geometria impeccabile del gelo,
lo zelo del sidereo suo corteo:
algidi fiocchi di stupore nevicano.
Naufragò in alto mare e poi s’annegò il cielo.
Non una macchina, non un passante:
solo orme, immobili e precarie.
Bianchi gli istanti dove i passi luccicano
e le parole tacciono o raggelano.
 
Nella prima parte della raccolta, omonima della stessa, Santuario del transitorio, la comunicazione poetica avviene per lo più con versi liberi in cui emergono degli endecasillabi “che colpiscono” (Anna Maria Curci). Il Santuario è descritto soprattutto attraverso la fatica e il dolore, direi la rabbia di esserci dentro comunque  “ centrando a volte un equilibrio instabile/precario, prima o poi/ destinato a fallire/ostaggi quali siamo /di questo divenire…” nella seconda sezione l’intento sembra essere maggiormente quello di come sopravviverci e/o liberarsene. L’avventura eroica che s’impone, piena di passioni straripanti, si sceglie  una maggiore disciplina per contenersi ma anche per essere più efficace, allora la struttura dei versi si avvale ancora  più esplicitamente della tradizione e nascono i madrigali. In questi  “Madrigali eroici” gli endecasillabi tessono una musica che sembra rimandare all’origine musicale di questa forma poetica , ma la lotta è ancora con e per la poesia contro il nulla che è il pericolo più grande “Nulla di cui preoccuparsi, credetemi..//…se non del nulla/che ci attanaglia.” Questi versi con cui si chiude la sezione sembrano sancire un giudizio senza speranza che l’ironia e il disincanto sparsi tra le rime non sono riusciti a scalfire. Solo nella terza sezione, già dal titolo “Ladro di tamerici” fiorisce, con l’immagine dell’arbusto ,un tentativo di aprirsi ad una positività non completamente perduta pur se il poeta sembra smarrito o in bilico tra Fede e Dissenso.
 
Ora sei tu la mia sola eroina
ed io l’osceno cantore di questo
estremo canto mescolato al fango.
 
Danziamo entrambi dentro questo cerchio
i cui gialli contorni ci proteggono
dal buio che c’ abbaglia. Comprendemmo
 
a quanto pare, troppo tardi, forse
che le parole sì, bisogna viverle,
salvo poi stare in guardia, all’occorrenza.
 
E’ giunta l’ora di danzar con l’ombra.
 
 
°
prova a percorrere le mie parole
i polverosi sentieri cosparsi
di fonemi blasfemi ed altri sibili
 
ogni tanto ci trovi qualche lucciola
sdrucciola invero che nel buio luccica
amica…ride, si nasconde; ammicca…
 
sta a dirti che non tutto è come sembra:
ancora vale la pena sperare…
 
*
Stavo cercando la parola FEDE
ma aprendolo  a casaccio il dizionario
apparve invece DISSENSO. “Che strano
 
caso” mi dissi grattandomi il mento
“sarà mica un presagio? oppure un segno
di un qualcosa più grande che valica
 
tutti i recinti della mia ragione?”.
Cercavo FEDE o ho trovato DISSENSO.
 
Una voce vera, onesta, quella di questo poeta, nato nel 1976 a Pola, che appartiene  a quella generazione che sconfina in quella che i sociologi chiamano la “generazione perduta”; la sua è una critica profonda che non fa sconti a nessuno , e soprattutto a se stesso. Una voce che nella sua sperimentazione cerca orientamento e azione fino a stilare, pur se ironicamente, un nuovo decalogo (“Cose assolutamente da evitare e non farsi per nessuna ragione al mondo”) e che avverte del pericolo che incombe su tutti e in particolare sui giovani,  una voce, in certi momenti accorata ,di chi teme di perdere o di non trovare mai la sua identità né come uomo e né come poeta.
 
 
*
gli inviolabili varchi tentando
ammaestrando l’istinto mi spingo
poi m’arresto contesto ogni mio gesto
 
io mi ribello sì ma poi mi spiace
ché non ho pace né una direzione
né un perché o una ragione o una preghiera
 
come un biglietto non obliterato
giaccio irrisolto nel mio letto sfatto.
 
 
*
stamattina ho sognato di sognare
ho visto tutte le persone che
a me care non ho saputo amare
come si deve
 
l’unica cosa certa? la seguente:
son giorni e giorni che non riesco a smettere
di bere dosi ingenti giornaliere
di birre amare
 
delle quali non mi  godo l’amaro
macché! le bevo perché non so che altro
fare (o cazzo!)…così mi lascio andare
…seguito a bere
 
 
*
Senti , parliamone da vecchi amici:
aiutiamoci a vicenda. Ti chiedo
di riprovare ad essere felici,
una miglior soluzione non vedo.
 
Sono un ladruncolo di tamerici.
A volte faccio il gradasso, poi cedo
al  tuo cospetto. “Maledetto” dici
“ti rodi il fegato e il cuore allo spiedo
 
Infilzi, crogiolandolo al lentissimo
rogo dei tuoi rimorsi, i quali fingo-
no di non esserci…poi stai malissimo”.
 
Di nero allora io tutto dipingo,
affogo nel mio fango e non è il massimo.
Non chiedermelo perché a te mi stringo.
 
Io rimango ramingo.
Né come uomo, né come poeta
giungerò mai all’agognata meta.
 
 
Alessandro Salvi, Santuario del transitorio, Forlì, L’arcolaio, 2014
 
 
Alessandro Salvi (Pola, 1976) vive da sempre a Rovigno. Ha pubblicato Piovono formiche carnivore e altre inezie (Aletti, 2008); Eserciziario di metafisica per principianti, silloge inclusa nel volume collettivo Creare mondi (a cura di Alessandro Ramberti; Rimini, Fara, 2011). Suoi testi  sono inoltre reperibili in rete e in numerose antologie. Del 2011 è la plaquette I fori nel mare (Pistoia, En Avant! Produzioni). Nello stesso anno viene ripubblicata Piovono formiche carnivore e altre inezie (Rovigno, Apeiron; con traduzione in croato a fronte). Nel 2014 esce la raccolta di versi Santuario del transitorio (L’arcolaio, Forlì).
 
Loretta Peticca
 

Pubblicato il 28 ottobre 2015