Nuove nomenclature


Nota a cura di Francesco Filia

 «Volano stracci intorno./ I veri hanno colori/ da tuta mimetica,/ inodore è il tanfo.// Nella notte ti culli/ e ti spaventi a vuoto/ per Lumpen variopinti/ (rinnegati parenti).// Il cencio del risveglio non porta la ragione./ pre-fissi la coscienza/ con novelitas lumpen». La poesia di Anna Maria Curci mi appare come attraversata da una scarica elettrica o da un tremito nervoso irrefrenabile che si fa parola armata e scattante. Questa sensazione ritorna rafforzata dopo la lettura dell’ultimo suo libro Nuove nomenclature e altre poesie − edito da L’Arcolaio, 2015, con prefazione di Plinio Perilli e nota di lettura finale di Gianfranco Fabbri. Anche questa densa e articolata raccolta nasce da un’attenzione minuziosa e spasmodica per la realtà, in tutti i suoi aspetti, sia per quelli apparentemente transeunti e quotidiani, o più ampiamente contemporanei (Sta dalla parte dei respinti/ e non l’ha scelto. Il tedesco/ lo chiama nero, se lavora,/ a bordo passeggero cieco.// Il francese lo bolla senza/ carte, per l’inglese è immigrante/ illegale. Soliti ignari,/ qui, rispolverano il latino.// Eppure, “di nascosto” era “clam”:/ cosa c’è di segreto in chi,/ nell’angolo, prega che lingua/ non taccia e copra il suo destino?), sia che essa si apra verso il lungo respiro della storia, storia che entra nel verso per lampi e accensioni, legando macrostoria e storia familiare (Sono nipote di un eroe di guerra/ miracolato a un filo, poi travolto/ da un camion per improvvida manovra// e di un coscritto fuggitivo, preso/ e recluso nell’isola severa./ Non vidi mai l’eroe, l’altro mi crebbe.). Rivelando, così, il senso segreto del dettato della Curci: una meditazione sofferta, indomita e sagace, sul destino dell’uomo, come emerge dalla poesia 16 ottobre 1943 (Se Cassandra è Celeste,/ è vestita di nero/ è scarmigliata e sciatta/ è fradicia di pioggia.// a vuoto profetizza, scombinata com’è./ “Sfiduciata speranza”/ apre gli occhi e li chiude.// Nell’alba successiva/ le grida stropicciate./ Razzia, rastrellamento/ nel cielo grigio topo), sul suo rapporto col dire e col senso che da esso ne scaturisce. La cifra poetica della Curci oscilla tra attenzione e disincanto, ironia, che a volte diventa sarcasmo, e compassione, nel senso proprio ed etimologico, verso le cose, gli uomini, ogni evento del mondo. Naturalmente questo sguardo acuto e selettivo diventa, nelle pagine del libro, precisione chirurgica del dettato poetico, stile. L’amplissima gamma di sensazioni e riflessioni che emergono dallo spazio bianco del foglio sono rese attraverso il filtro rigorosissimo del verso, attraverso un’attenzione ossessiva alla parola, alla precisione del dettato, come se da una parola di troppo o da una virgola sbagliata potesse dipendere il crollo non solo del senso del componimento, ma dell’intero mondo da esso evocato. E qui si manifesta un’altra caratteristica fondamentale della poesia della Curci, l’unione simbiotica tra senso e verso, il senso del dettato emerge dal rigore della versificazione, dalle forme chiuse e dal suono stesso dei versi. È la forma dei versi che permette ai contenuti di potersi esprimere nella loro pienezza, nella loro dimensione, di volta in volta, rivelativa, sapienziale, ironica e, viceversa, è la pienezza del senso che ridesta nella loro funzione originaria, nella loro armonia musicale, quelli che nel corso del tempo sono diventati gusci vuoti, soppiantati dalla versificazione libera novecentesca. Nei testi di Nuove nomenclature i metri della tradizione poetica italiana, l’endecasillabo e in particolare il settenario con la sua scattante icasticità, assumono nuovo vigore, essi esprimono la misura giusta per rinominare la realtà, per darle una nuova e inaudita nomenclatura e quindi per ridefinire un ordine, un’armonia (anche di suoni, attraverso un uso sapientissimo delle allitterazioni e delle rime) che sembra ormai perso sia nella parola che nelle cose. Si veda a tal proposito l’uso delle quartine e dei distici che fanno insediare i versi della Curci in una dimensione epigrammatica, fondata sui pilastri dell’ethos e della memoria. Queste due istanze sembrano emergere dalle attività che la Curci esercita nella vita e che affiorano tra le pagine del libro: la traduttrice e l’insegnante, mestieri che sono entrambi, al tempo stesso, un esercizio etico e della memoria. La cura per la traducibilità della parola, per le sue potenzialità analogiche e simboliche, che mette a confronto due lingue e le rende rivelatrici l’una dell’altra (Nella torre a Tubinga/ scriveva Scardanelli/ quel bagliore di alture/ che cerco di tradurre) è la stessa cura che è presente nella trasmissione di generazione in generazione del sapere e della sua ricerca attraverso il desiderio (Assennata e composta la bambina/ sorseggia il tedio tutto fino in fondo). La fede nella parola che contraddistingue l’intero libro, della parola come salvezza dall’oblio, diventa esplicita e drammaticamente struggente nell’ultima sezione, Canti dal silenzio, in cui l’intera trama del libro si rivela come un tentativo di ricostruire, attraverso l’ascolto, la partitura del dire e dell’esistenza (Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota./ Ricostruisci la tua partitura:/ è proprio quella che appare distante), di ritrovarne i legami profondi, oltre il disincanto che ogni esistenza porta con sé e che la poesia stessa deve attraversare fino in fondo (Si aggiunge un giorno al conto delle farse./ Magri gli ingaggi, al verde le comparse). Esistenza e parola che però possono essere fatte nuovamente proprie solo attraverso una distanza, un filtro, la soglia del silenzio e del suo corrispettivo spaziale: la pagina bianca, che sola permette un ridestarsi del canto, un emersione di senso, un reincantamento del mondo, fosse anche solo per dirne la sua intrinseca illusorietà (La schiena scricchiola senza spartito/ precipita la suite della speranza/ nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto).

© Francesco Filia
pubblicato 26 ottobre 2015