La poesia in dialetto di Paolo Gagliardi


Recensione di Nicola Fiorentino

E’ abbastanza diffuso - non del tutto a torto - il convincimento che il registro della parlata quotidiana vada evitato in poesia. Per altro verso, lungo i percorsi della letteratura italiana si è posta spesso l’esigenza di abbandonare per nuove soluzioni le maniere stilistico-lessicali consunte da un uso inflazionato. Per questo motivo e in tempi più recenti, quando ritengano che la levigatezza snervata della lingua non sia più in grado di plasmare la loro ispirazione, non pochi poeti trasmigrano verso i lidi dei dialetti, di cui si apprezza l’immediata vivacità espressiva e, in molti casi, la verginità letteraria.
 
Emblematico il caso di Paolo Gagliardi, vincitore del Premio nazionale di poesia in dialetto Città di Ischitella – Pietro Giannone, 2015, con l’opera inedita Fent, caval e re, pubblicata poi dalle Edizioni Cofine (Roma, 2015). Il suo strumento linguistico è un sottocodice di un dialetto romagnolo che, per movenze ed atteggiamenti ideologici, è assimilabile a tante altre parlate italiane, compresi certi livelli della lingua nazionale. Si tratta, dunque, di un linguaggio colloquiale, sbrigativo e persino rude, di quelli che – differenze fonetiche a parte - puoi ascoltare nelle varie piazze della penisola. Eppure, da questo basico impasto verbale erompe una poesia con una veemente esplosività emozionale, che investe il lettore dell’oggi per la sua drammatica attualità, ma che, altrettanto, induce a riconsiderare certi momenti disumani della nostra storia.
 
Nella sua precedente opera (Al röb al cambia, Casa Editrice “L’Arcolaio”, Forlì, 2013) Gagliardi narra in tutte le sue sfaccettature il dramma di chi per via della crisi ha perso il lavoro: il dettato è impassibile e reticente, ma dietro la metafora, o il simbolo, o l’analogia, si apre per il lettore lo scenario di vastissime riflessioni morali, antropologiche e sociologiche, sicché, ad esempio, sei portato ad ammettere con il poeta che la sventura questo ha di buono: che, facendo riscoprire ciò che veramente conta nella vita, rinsalda gli affetti familiari. Quando si è ricchi e felici, si è ciechi e insensibili: ma poi la disgrazia ti fa scoprire, e commiserare, anche la sofferenza di chi ti sta accanto. Al contrario ti offende moralmente l’alienazione di chi si lascia raggirare dalle ingannevoli attrattive del consumismo. Ad accompagnarci lungo i sentieri della vita, da sempre in passato, avevamo al nostro fianco un divenire tanto lento e graduale da non accorgerti, quasi, della sua presenza. Come il mutare delle ore, così il succedersi degli anni. Così è stato nell’antichità, ed ancora ai tempi e nei borghi della nostra ormai lontana giovinezza. Ma ecco che le cose cambiano in un battibaleno: con la violenza di un tifone, l’indefettibile, imperscrutabile divinità del neoliberismo globale sta stritolando uomini e natura, interi popoli, interi continenti. Tocca pure a te: da un giorno all’altro perdi il lavoro e la tua dignità di uomo. Non sei più nessuno: un morto che cammina. Certo, perché la vita non è vita senza dinamismo: per andare, produrre, creare, realizzarsi, amare, donare. Si capisce, allora, perché il terremoto della crisi economica ha sconvolto la vita di tanti, che si sono suicidati, come è capitato al tuo vicino di casa, al tuo amico. E che tristezza la desertificazione della sensibilità umana… dover constatare che chi ti licenzia non si sia mai accorto di quanto fosse prezioso il tuo lavoro perché, remunerazione a parte, gli hai donato tutto te stesso: la tua intelligenza, la tua creatività, collaborazione, dedizione e la gioia di vedere moltiplicarsi, ma non per te, i frutti della tua fatica.
 
E’ regal d’Nadél
 
Una böcia? Un panetoun?
Par Nadél j à vlu fé i ṣburoun!
Coma regal un bël
“arrivederci, grazie e… quel l’è l’os”.
Mo a dìla s-ceta
e’ “grazie” a l’ò incóra da sintì.
 
(Il regalo di Natale. Uno spumante? Un panettone? / Per Natale han-no voluto esagerare! / Come regalo un bel / “arrivederci, grazie e… quella è la porta” /. Ma a dire la verità / il “grazie” lo devo ancora udire).
 
Ancora peggio è rassegnarsi di fronte al rovesciamento dei valori, come quando si dice che ad essere troppo buono ti prendono per fesso.
L’estrema concentrazione del pensiero - per cui il poeta, con appena qualche tratto, coglie in uno esteriorità ed interiorità di certi individui o il doppio fondo di certe situazioni - è arte grande perché fonde pittura, psicologia e giudizio morale ed assicura plastica tridimensionalità alla scena.
 
La medesima temperie stilistica ritroviamo in Fent, caval e re, un’opera che si sposta dall’attualità al tema della prima guerra mondiale, a mezza strada tra storia e metastoria, in cui l’autore affonda il coltello nel marcio della natura umana, o meglio di chi ha provocato la follia della guerra mentre i perdenti, i sofferenti, le vittime sacrificali sono sempre i poveri e gl’innocenti. Storia di degradazione umana. Vivere in trincea, nel fango e sotto la neve, dormire tremando e sognare il tepore domestico del casolare. Ma qui per cibo i soliti speculatori ti somministrano una brodaglia buona solo per i cani. L’incubo della morte, la nebbia che nasconde le macerie e i morti sotto il filo spinato.
 
Che póvar crest
 
Ingiudé a i fil,
j oc d’che póvar crest
e’ paréva ch’i zarches
la faza d’un quicadoun,
dla moi, de’fiól
o quela d’un Signór
ch’u l’avéva las murì
da par lò com’un chen.
 
(Quel povero cristo - Inchiodato ai fili / gli occhi di quel povero cristo / sembravano cercare / la faccia di qualcuno, / della moglie, del figlio /o quella di un Signore / che l’aveva lasciato morire / solo come un cane).
 
Nella condensazione del dettato che procede con andamento epi-grammatico, si agitano continue opposizioni altalenanti tra vicinanza e lontananza, tra passato e presente, tra luci ed oscurità, tra sogno e realtà, tra la vita e la morte. E poi, questa poesia non ha bisogno di deformare la realtà – come accade in tanta poesia attuale - perché è la realtà stessa che è stata violentata. Ecco come vengono ricordati i soldati saltati in aria e dilaniati da un’esplosione:
 
Int e’ fom
 
I n’è piò stra i viv
e gnench cun i murt,
i n’à piò una vita
e gnench una tòmba.
J è sparì int e’ fom.
 
(Nel fumo - Non sono più tra i vivi - e neppure coi morti, / non hanno più una vita - e nemmeno una tomba. / Sono spariti nel fumo).
 
In definitiva Gagliardi è un poeta scomodo perché getta un impietoso fascio di luce su ciò che accade sotto i nostri occhi ma non vogliamo vedere; perché dissacra il filisteismo del pensiero unico dominante; perché grida laddove tace la storiografia e sfata l’ipocrita pomposità di certe celebrazioni ufficiali.
 
Ricorre spesso la domanda a che serva la poesia. Ecco, in questo caso stiamo ascoltando una voce fuori dal coro, che non canta l’utopia di mondi perfetti ma, dando per scontata l’eterna avidità dei ricchi e dei predatori, invoca un po’ più di solidarietà tra i poveri ed i colpiti dalla sventura. E implicitamente ci avverte che, addormentati sopra il piano inclinato di un illusorio benessere, stiamo scivolando verso l’abisso.
 
Nicola Fiorentino
 
pubblicato il 22 ottobre 2015