Sesti-Gesti, l'ultima raccolta di Fabio Franzin


Recensione e scelta di poesie di Ombretta Ciurnelli

L’é daa semenzha dei sesti che nasse ’e paròe

È dalla semenza dei gesti che nascono le parole

 
In quanti gesti quotidiani si frantuma il nostro essere? In quante scaglie di memoria sono i piccoli gesti a custodire l’essenza stessa della nostra vita? Una carezza, la mano che stringe il manico di una vanga o che torce un filo di ferro, il colpo di una mazza che spinge un palo nella terra, dita che tamburellano sul piano di un tavolo, un pennello che appoggia sfumature di colore su una tela, il gioco di un bimbo con il pongo, un foglio di carta che, piegato ad arte, diviene una bianca colomba…
Nella sua ultima raccolta Sesti / Gesti (Pasturana (AL), Puntoacapo Editore, 2015) Fabio Franzin nella lirica di apertura (“Daa semenzha dei sesti”) parte dall’assunto che l’é daa semenzha dei sesti che nasse / ’e paròe (è dalla semenza dei gesti che nascono / le parole). I gesti stessi, quindi, si fanno parola poetica e le vocali stonfe de sudhór e segadhùra / ’e casca pì fisse tel fòjio ’e se peta // mèjio, ’e se liga ciuse ae consonanti (zuppe di sudore e segatura / piovono più fitte nel foglio, si fissano // meglio, più salde si accorpano alle consonanti). È una precisa dichiarazione di intenti che vuole la poesia legata alla concretezza del vivere, rinviando all’etimologia stessa di poésis, dal verbo greco poiéin, che significa fare.
Lontano, quindi, da pretese ontologiche o da ansie metafisiche, Franzin ci consegna una lirica che parla agli uomini degli uomini, raccontando attraverso gesti i ricordi, i moti dell’animo, le angosce e, insieme, lo spaesamento che consegue alla rapidità con cui dapprima il progresso e poi la crisi economica hanno modificato sia un sistema di valori sia il rapporto tra uomo e ambiente, nella convinzione che un poeta vero l’à da èsser vose anca de chi / che no’à vose, spècio e spirito / del só tenpo (deve essere voce anche di chi / non ha voce, riflesso ed essenza / del proprio tempo).
 
Articolata in sette sezioni, la raccolta, assai compatta nella sua struttura, declina il tema dei sesti in un ventaglio di situazioni pregnanti e significative e si snoda in un percorso che oscilla tra i toni propri della poesia lirica, che si stempera nel canto degli affetti o nella ricerca memoriale di radici e valori, e quelli più accesi dell’impegno civile e della denuncia sociale. Sesti / Gesti sembra riassumere il percorso poetico di Franzin che, muovendo da spunti lirici legati al proprio mondo affettivo, in più di venti anni di scrittura in dialetto – la sua prima raccolta, El coeor dee paròe, pubblicata nel 2000, raccoglie poesie scritte tra il 1993 e il 1999 – è giunto alla denuncia di un ambiente lacerato dal progresso, alla rappresentazione epica del lavoro, di cui in Fabrica (2013) ha cantato la profonda e straripante umanità, fino a Co’e man monche (2010), il racconto della profonda crisi economica e della frantumazione del tessuto sociale e culturale del Nord-est del paese. Anche in Sesti / Gesti è forte la denuncia di una realtà orfana de cel e de speranza (di cieli e di speranza) e che non sa pì vóerghe ben aa tera, aa natura (è più capace di accordarsi alla terra, alla natura). Anche in Sesti / Gesti c’è il lavoro della fabbrica, c’è il racconto di una precarietà divenuta sistema, delle nuove povertà o della difficile condizione dei giovani inpresonàdhi (imprigionati) in un pressapòc (pressapochismo) e precari te na realtà / vècia (precari in una realtà vecchia).
 
Nella raccolta di Franzin c’è la poesia delle cose che conservano la memoria dei gesti legati a suoni antichi, come i dischi consumati di una smerigliatrice che i sona ncora el só grr fra è erbe (suonano ancora il loro raschio tra le erbe), oppure a odori, come quello del pesce rimasto attaccato a una vecchia stadera. Ma sono anche i piccoli oggetti di un cassetto, le monàdhe (minuzie), ròbe pìcoe (cosucce), quelle in cui l’è scrit senpre un striss / de passión l’àtimo che se taca / aa gioia, a l’adìo (è sempre impresso un graffio / di passione, l’istante che si avvita / alla gioia, all’addio), che, attraverso meccanismi involontari della memoria, raccontano frammenti della nostra vita e di quella di chi non c’è più, in una religiosa sacralità dei rapporti umani in cui fra doeór e mistero a paura / se invìdha strenta co’a memoria (fra dolore e mistero la paura / si avvita stretta con la memoria).
Ci sono anche i sesti roti (gesti spezzati), come recita il titolo di una sezione della raccolta: el deo troncà daa lama, el brazh / masenà dae roste (il dito troncato dalla lama, il braccio / straziato dagli ingranaggi) sono ombre che si aggirano tra la ruggine, i vetri e le lamiere di un’archeologia industriale. Ci sono i sesti  del lavoro roti dalla precarietà, una vita spezzata da una pressa, c’è l’automatismo dei piccoli gesti in un discount a testimoniare le nuove povertà.
 
E poi ci sono i ‘gesti’ della natura, a volte segni intrisi di memorie, come in alcune liriche della sezione Ode naturai che ricorda Odas elementales (1954) di Pablo Neruda in cui, insieme all’amore e alla passione politica, il poeta cileno canta il suo rapporto con la natura e con gli umili prodotti della terra. Anche Franzin racconta le aspre susine dell’infanzia, il Merlot che ricorda i cari ultimi atóri de na vita che savéa / ncora de cort e piòva, de sudhór e cai (cari ultimi attori di una vita che sapeva / ancora di pioggia e letamai, di sudore e calli) o l’umile luppolo o il rafano. Ma i ‘gesti’ della natura sono anche segni che divengono correlativi oggettivi, specchio del proprio essere o che rappresentano un monito a resistere o a crescere per ri-costruire un mondo e recuperare i valori perduti. Così anatre, alzavole e germani, che nel ghiaccio nella laguna si stringono insieme e si spostano in tondo perché te l’aqua smossa el jazh no’ se forme (nell’acqua scossa il ghiaccio non si rapprenda), esprimono la tensione a condividere la protesta e a resistere insieme. I segni della natura sono un concreto riscontro di ideali di vita, modi d’essere, come l’umiltà del muschio e di tutte quelle piccole erbe, serve del fredho, orfane de sol (serve del freddo, orfane del sole).
 
Se in Sesti / Gesti sono la rabbia e l’amarezza a connotare il racconto poetico, se la condanna di un sistema sociale ed economico è ferma e decisa, se a rata del sorìso a é / scadùdha, e i schèi pa’ pagarla / no’ i basta (se la rata del sorriso è / scaduta, e i soldi per pagarla / non bastano), è altresì forte la resilienza che si traduce nella dignitosa determinazione a restare diritti e nella tenace volontà di continuare a credere, come canta la poesia dedicata a Fabio Pusterla che trae spunto dai versi di una lirica della raccolta Argéman (Milano, Marcos y Marcos, 2014) in cui una libellula, nel suo volo leggera smeraldina […] in sospensione sull’aria / e quasi immota nel frusciare imperscrutabile,sembra accamparsi sul margine dello sconforto e della resa. Si può forse cogliere un’ombra di speranza anche nell’interrogativo che chiude la poesia “Zhope” (“Zolle”): Eo ste trazhe de tèra come e frègoe / de Hansel e Gretel, de Bepi e dea / Catina, che ne tornarà portàr casa? (Sono / queste tracce di terra come briciole / di Hansel e Gretel, di Giuseppe e della / Caterina, che ci condurranno al sentiero perduto?).
In questa tensione la poesia si pone come testimonianza e bisogna ’ver e man grafàdhe / da e roe pa’ catàr e paroe pì vere (e bisogna avere le mani graffiate / dai rovi per trovare le parole più vere).
 
Il dialetto che usa Franzin, l’opitergino-mottense, parlato tra il Piave, Livenza e Monticano, «pastoso e terragno, dalle ampie legature vocali» (dalla Nota storico linguistica), è una lingua capace di accogliere il dolore, la crisi di valori, è «un dialetto sporco, meticcio, basso che non si piega alla contemporaneità, ma la fa sua, senza sfigurare la propria musica» (J. Zhara).
Allitterazioni e paronomasie conferiscono ritmo e intensità a una lingua umile, che non cerca la “pulizia” di un verso distillato pur di aderire fino in fondo alla concretezza del racconto e all’anima profonda di una terra ferita.
 
Ombretta Ciurnelli
 
 
 
 
Dalla semenza dei gesti
 
L’é dai sesti che nasse ‘e paròe.
Daa carézha, dal colpo de mazha
che inpianta ‘l pal fondo tea tèra
 
come daa tòea che un marangón
sega e misura. E l’é dae inpreste,
sie ‘a cazhiòea o ‘l tubo de goma
 
strassinà tel prà, che ‘e vocài se fa
su, stonfe de sudhór e segadhùra
‘e casca pì fisse tel fòjio, ‘e se peta
 
mèjio, ‘e se liga ciuse ae consonanti.
L’é daa semenza dei sesti che nasse
‘e paròe, no‘e fiorisse mai da lore soe.
 
 
Dalla semenza dei gesti – È dai gesti che nascono le parole. / Dalla carezza, dal colpo di mazza / che pianta il palo fondo nella terra // come dall’asse che un falegname / sega e misura. Ed è dagli strumenti, / siano la cazzuola o il tubo di gomma // trascinato nel prato, che le vocali si / formano, zuppe di sudore e segatura / piovono più fitte nel foglio, si fissano // meglio, più salde si accorpano alle consonanti. / È dalla semenza dei gesti che nascono / le parole, non fioriscono mai da sole.
 
 
Ssitón
 
a Fabio Pusterla
 
Sì, caro omonimo, e ben pì grando
coltivatór de paròe e de pensieri,
pers come mì fra el mistero de l’erba
e de l’aqua e ‘e miserie de l’òn che no’
sa pì vóerghe ben aa tèra, aa natura
 
sì, caro omonimo poeta, anca a mì,
stornìo stornèl de pianura, la libellula
dèa lidhièra de stagni e canèe - che tea
mé lengua ‘a se ciama ssitón –  ‘a me ‘à
sussurà un calcòssa de sacro col só sst sst
 
anca mì la ‘ò sintìa messagera de grazhia
e béezha, ssintìa turchese fra ‘e nostre ansie
e ‘e ninfee. Chissà se sarà davero ea a salvarne.
Se bastarà ‘e só àe véine straparenti (cussì
come che dovaràe èsser òni sest onesto)
 
a far rinasser un sóeo de verità sora ‘sta realtà
orfana de cel e de speranza. Sora ‘sta tèra
inveenàdha, tradìdha, sacagnàdha, sora ‘sta
società inveenàdha, senpia e empia, straviàdha
via fra selfi e fèisbuk, orba e indormenzhàdha.
 
(In confidenza, quea ferma co’e àe vèrte tea copertina
bèis del tó ultimo libro, ‘a par squasi ‘na crose nera,
un pal che tièn su ‘a ics de l’ictus che tuti ne ‘à paraizà,
‘e pàe del mùin ‘a vento ‘ndo’ che se scontra da senpre
‘a lancia spuntàdha dee nostre pene, de nostre pòre paròe)
 
ma continuén istess a crederghe, mì e tì,
continuén a ‘ndarghe drio coi òci, al só sóeo,
continuén a imitàr el só sussurro, co’a vose.
 
Libellula – Si, caro omonimo e ben più grande / coltivatore di parole e di pensiero, /  perso come me fra il mistero dell’erba / e dell’acqua e le miserie dell’uomo che non / è più capace di accordarsi alla terra, alla natura // sì, caro omonimo poeta, anche a me, frastornato storno di pianura, la libellula / dea lieve di stagni e canneti – che nel / mio dialetto è chiamata ssitón – ha / sussurrato qualcosa di sacro col suo sst sst // anch’io l’ho sentita messaggera di grazia / e bellezza, scintilla azzurra fra le nostre ansie / e le ninfee. Chissà se sarà davvero essa a salvarci. / Se basteranno le sue ali veline trasparenti (così / come dovrebbe essere ogni gesto onesto ) // a far rinascere un volo di verità sopra questa realtà / orfana di cielo e di speranza. Sopra questa terra / avvelenata, tradita, torturata, sopra questa / società avvelenata, idiota ed empia, traviata / fra selfie e facebook, cieca e dormiente. // (In confidenza, quella immobile ad ali aperte nella copertina / beige del tuo ultimo libro, sembra quasi una croce nera, / un palo che sorregge la ics dell’ictus che tutti ci ha paralizzato, / le pale del mulino a vento cui si scontra da sempre / la lancia spuntata delle nostre penne (e pene), delle nostre povere parole) // ma continuiamo a crederci, io e te, / continuiamo a seguirlo con lo sguardo, il suo volo, / continuiamo a imitare il suo sussurro, con la voce.
 
 
Cavàr erba
 
Cavàrla via l’erba, co’e man,
bricàrlo tut intièro ‘l ciuff, l’é
vardàrse, l’é trar fòra daa tèra
 
vene e nervi, rame de siénzhi
sutìi, che core zo, là, tel scuro,
in zherca de l’aqua, dea vose
 
che li ‘à persi, un dì, drio l’aria.
Cavàr erba, cuzhàdhi, l’é mistièr
che ne mostra come che sen fati
 
drento, fra ‘e zhope dea carne.
I dhenòci che se maca tii sassi:
un fià castigo, un fià preghiera.
 
Estirpare –Estirpare erba, con le mani, / afferrarlo tutto intiero il cespo, è / guardarsi, è estrarre dalla terra // vene e nervi, esili ramificazioni / di silenzi penetrati lì, nell’oscurità, / in cerca dell’acqua, della voce // che li ha persi, un giorno, lungo l’aria. Estirpare erba, accucciati, è mestiere / che ci mostra come siamo fatti // dentro, fra le zolle della carne. / Le ginocchia ammaccate dai sassi: / un po’ espiazione, un po’ preghiera.
 
 
 
Mondo
 
Mondo sii, e buono
(Andrea Zanzotto)
 
Son qua che varde mé fiòl
e ‘na só amighéta tuti intenti
a zogàr col pongo, far su omenéti,
caséte, strani animài, destiràdhi
tel tàpeo, co’i pìnini descalzhi.
E dopo, come i fa òni tant i putèi
(noàntri invezhe pì spess) stufarse,
o chissà, ‘n’antra forma de arte,
divertirse a strazhàrle, schinzhàrle,
incoeàrle su tute quante chee statue,
a inpastàr ‘na polpeta, un bàeon,
(‘na spèzhie de pìcoeo mondo
de tanti cóeori), i se ‘o passa
de man, i ‘o modhèa, ora lù ora
ea, co’ i dedhìni che struca, i palmi
che fraca, che slissa, e intant i se ‘a
ride e i se ‘a gode, e intant che i se
conta calcòssa i ‘o fa ‘ncora pì bon
e rotondo. Co’ i só sesti i ‘o salva.
 
Mondo– Sto osservando mio figlio / e una sua amichetta tutti intenti / a giocare col pongo, creare omini, / casette, strani animali, distesi / sul tappeto, coi piedini scalzi. / E poi, come fanno ogni tanto i bambini / (noi adulti invece più spesso) stancarsi, / o chissà, un’altra forma di arte, / divertirsi a distruggerle, schiacciarle, / incollarle su tutte quante quelle figure, / impastare una polpetta, un pallone / (una sorta di mondo in miniatura / di tanti colori), se lo passano / di mano, lo modellano, ora lui, ora / lei, coi ditini che premono, i palmi / che comprimono, che levigano, e intanto se la / ridono e se la godono, e intanto che si / raccontano qualcosa lo fanno ancora più buono / e rotondo. Coi loro gesti  lo salvano.
 
 
Paura, cavéi (Otobre 2013)
 
Stanòt el mé fioét l’à paura.
I ‘o ‘à portà in gita al Vajont,
daa diga, tii posti dea straje.
No’ l’è pì bon de ciapàr sòno,
inpressionà da l’aqua che se fa
scura cascata, da tuti chii morti
sepoìdhi tel paltàn. Cussì son
qua co’ lù, tel só letìn (in càibrio
anca mì, a franàr un tòc al dì,
come chel monte, sora i parché
de ‘sta vita senpre pì dura e scura,
nassù l’istesso àno de chel splonf,
po’), qua che ghe parle dee stée,
lo ‘carezhe, ghe sgarùfe i cavéi
e po’, co’ i déi verti, ghii pètene
indrìo, daa front fin al grun dei só
pensieri. E petenàndo i sui, mori,
lissii, longhi co’fà i mii, co‘ncora
li ‘vée, da tosàt, me perde via, fra
‘dèss e ‘l passà, ciape sòno anca mì.
 
Paura, capelli (Ottobre 2013)– Stanotte il mio figlioletto ha paura. / L’hanno portato in gita al Vajont, / dalla diga, nei luoghi della strage. / Non è più capace di prendere sonno, / impressionato dall’acqua che diventa / buia cascata, da tutti quei morti / seppelliti nel fango. Così sono / qui con lui, nel suo lettino (in equilibrio / anch’io, a franare un pezzo al giorno, / come il monte Toc, sopra i dubbi / di questa vita sempre più dura e scura, / nato lo stesso anno di quello splonf, / poi), qui che gli parlo delle stelle, / lo accarezzo, gli scompiglio i capelli / e poi, con le dita aperte, glieli pettino / all’indietro, dalla fronte sino al groviglio dei suoi / pensieri. E pettinando i suoi, mori, / lisci e lunghi come i miei, prima / della calvizie, da ragazzo, mi perdo via, fra / questo attimo e il passato, e mi addormento anch’io.
 
Pubblicato 2015-10-18