Fent, caval e re di Paolo Gagliardi


Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

Con la raccolta Fent, caval e re (Fante, cavallo e re) in dialetto romagnolo di Lugo (Ravenna) Paolo Gagliardi ha vinto la XII edizione del prestigiosissimo Premio Nazionale di Poesia nei dialetti d’Italia “Città di Ischitella- Pietro Giannone“.

I versi sono dedicati a un soldato, nonno dell’autore, fante nel primo conflitto mondiale. La narrazione in versi si snoda per concatenate situazioni di contenuto drammatico, racconto-memoria scritto in prima persona che grazie alla scelta stilistica, nessuna circonlocuzione ma racconto secco dei fatti, descrive lo stato d’animo di chi i fatti ha vissuto.
E incisive e crude sono le parole dell’autore nel descrivere lo sgomento del soldato in viaggio verso il fronte: A j ò truvé pöst sól stramëz. al bes-ti, / che i vagoun d’térza j éra baluné. / U m’è vnù a zarché i carabinir, / che tri tabëch znein e la moi pregna / j à det ch’i n’è ’basta pr an partì. / Pureta lì seinza piò un ömn in ca / e puret a me, in ste tréno insein / cun i bu, in viaz. vérs e’ a mazël (Ho trovato posto solo tra le bestie, / che i vagoni di terza erano strapieni. / Son venuti a cercarmi i carabinieri, / perché tre figli piccoli e la moglie incinta / han detto non bastano per non partire. / Povera lei senza più un uomo in casa / e povero me, in questo treno insieme / ai buoi, in viaggio verso il macello).
Dalla nudità espressiva di questa e altre poesie della raccolta (liriche brevi, frammenti d’una testimonianza forte nonostante il tono pacato), emerge con nettezza il tema della lontananza dagli affetti, e di conseguenza il tema della nostalgia della propria casa e le case del proprio paese sparidi int e’ fom. / Al fila dagli élbar, al stré / e pu i fioun i s’è ’vié. / A s’sein artruvé int una stés.a d’pré / stra di moc d’macéri, / una tëra frida. / E’ cór u m’sangouna. (… sparite nel fumo./I filari di alberi, le strade/e poi i fiumi se ne sono andati. / Ci siamo ritrovati / in una spianata di pietre / tra cumuli di macerie, una terra ferita. / Il mio cuore sanguina).
 
Abbiamo detto frammenti; sono frammenti aguzzi, schegge che fanno sanguinare il ricordo dei ricordi che il poeta ha ereditato dal nonno, perciò vero io narrante (cui Gagliardi presta il tono asciutto della propria voce) è il fante sbattuto in trincea, in prima linea, carta da gioco (di guerra) che ha meno peso, meno potere nell’ordine simbolico delle tre carte che danno titolo alla raccolta e alla poesia eponima, l’ultima: Ariv d’có dla partì / a j ò ’rmast cal tre chért, / fent, caval e re. / E’ fent u s’mór d’e’ fred, / e’ caval l’è int la mi penza, / e’ re l’è sota al quért / ch’u s’la dórma dla grösa (Arrivato al termine della partita/mi sono rimaste quelle tre carte, / fante, cavallo e re ./ Il fante sta congelando, / il cavallo è nella mia pancia, / il re è sotto le coperte / che dorme profondamente.
 
Il tempo è un filo lungo e teso che lega e slega ogni speranza. Intriso di fango e sangue, è filo tenue eppure resistente. Si vive il tempo (e si tenta di ingannarlo) giocando a carte con la presenza incombente della morte, la sofferenza certa e l’inganno visivo, le ombre generate dalla cortina di nebbia e poiché Ignacôsa u s’avseina, / ignacôsa s’asluntena, / arvein la nebia cun al men (Ogni cosa s’avvicina, / ogni cosa s’allontana, / apriamo la nebbia con le mani), una terzina d’indubbia efficacia per dire della paura che si insinua nella mente e la pervade.
Molto toccanti le poesie in memoria dei compagni (Lasìl durmì; Bèrto; Luigi; Che pòvar crest) e la lettera intrisa di tenerezza e rammarico indirizzata a La mi Maria, / tci sèmpr int i mi pinsir, / e’ tu litrat a l’tegn sór’a e’ cór / insen cun quel dla póra mama. / A n’vegh l’óra d’turné a ca / pr avdér al faz. e sintì al vós, / la tu e quela di nòstar tabëch. / Ch’l’arà pu da finì sta bcareia. / A bas.arò fèna ch’a cheimp / la tëra sot’a i pi d’mi pé, / che s’u n’m’aves fat stugé / a fórza d’chélz int e’ cul / adës a n’sreb a que / drì e’ fioun a scrivar /… (Cara Maria,/sei sempre nei miei pensieri, / la tua fotografia la tengo sul cuore/con quella della mia povera mamma. / Non vedo l’ora di tornare a casa/per vedere i volti e sentire le voci,/la tua e quella dei nostri ragazzi./Che dovrà pur finire questa/macelleria. / Bacerò finché avrò vita/la terra dove cammina mio padre,/che se non mi avesse fatto studiare / a forza di calci nel culo / ora non sarei qui / lungo il fiume a scrivere./…).
 
Un libro bello, significativo, aspro, che non dà spazio a sentimentalismi ma ai sentimenti veri; versi di impegno civile in forma di testimonianza e monito che indicano con precisione la necessità, il dovere di ricordare, ricordare sempre, e il ricordo di una tra le più terribili pagine di Storia da tramandare alle generazioni presenti e future.
 
Paolo Gagliardi, Fent, caval e re, Edizioni Cofine, Roma, 2015.
 
Maria Gabriella Canfarelli
 
pubbl. 14 ottobre 2015