Puisía de Beagne di Anton Carlo Ponti


Recensione e scelta di testi di Ombretta Ciurnelli

Anton Carlo Ponti ha scritto le sue prime poesie in dialetto bevanate negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso; alcune furono pubblicate nella rivista “Diverse Lingue” (1986, 2), nell’antologia curata da Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi (Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, Milano, Garzanti, 1991) e nell’antologia Via terra di Achille Serrao (Udine, Campanotto, 1992). Solo nel 1996 ha dato alle stampe la sua prima silloge poetica: Mevania, Bevagna, Beagne (Perugia, Guerra Edizioni).

Già autore di numerose raccolte in lingua, fu spinto a scegliere il dialetto dall’amico-poeta Cesare Vivaldi che nella prefazione a Mevania, Bevagna, Beagne così racconta: «Se è certo che un poeta non può da un giorno all’altro cambiare la lingua in cui si esprime con la disinvoltura con cui si cambia d’abito, per il semplice impulso di un “suggerimento”, non è meno vero che a chi scrive, da lungo tempo pratico di dialetti e di poesia in dialetto, […] Ponti appariva così carnalmente legato alla propria terra, alla Bevagna dei suoi genitori e di sua moglie […] da non poterlo considerare predisposto, anzi addirittura vocato, a una propria poesia in dialetto bevanate».

Il suggerimento di Vivaldi colse nel segno: Luigi Bonaffini, all’inizio degli anni Duemila, in Dialect poetry of Southern Italy. Texts and criticism (2001), definì Ponti «probabilmente il poeta dialettale più grande della sua regione», lontano da una poesia intesa soltanto come intrattenimento giocoso e in linea con la più moderna neodialettalità italiana.

A distanza di quasi 30 anni dalla sua prima raccolta, dopo un ricco e variegato percorso di scrittura poetica e narrativa, oltre che critica e saggistica, Anton Carlo Ponti è tornato al dialetto della sua città, alla sua lingua materna (la léngua de mammamia, come recita il titolo di una poesia) e nel volume Puisía de Beagne. Versi nel dialetto materno 1995-2015 (Foligno), Il Formichiere, 2015) ha riunito tutta la sua produzione in dialetto edita e inedita, mosso dall’intento di lasciare «un monumento alla plebe di Bevagna: la gente minuta, umiliata dalla prepotenza, dall’ignoranza, dalla povertà», come dichiara lui stesso, parafrasando Giuseppe Gioachino Belli, nel testo “Ragione e Sentimento. Una giustificazione” che funge da prefazione al volume.

Il libro è diviso in quattro sezioni: la prima, Novissime, raccoglie le poesie in dialetto composte dopo il 1995; nella seconda, Traduzioni in inglese, sono inserite dieci poesie tradotte in inglese dal poeta americano Michael Palma e da Justin Vitiello, tratte dall’antologia Via Terra. An Anthology of Contemporary Italian Dialect Poetry (edited by Achille Serrao, Luigi Bonaffini e Justin Vitiello, New York-Ottawa-Toronto, Legas, 1999); nella terza sezione Ponti ripropone la sua prima raccolta (Mevania, Bevagna, Beagne) e nella quarta, Da Aleixandre a Bevagna, inserisce la traduzione in italiano e dialetto della lirica “El visitante” dello scrittore spagnolo Vicente Aleixandre, presente in un volume miscellaneo – Omaggio a Vicente Aleixandre – curato nel 2001 da Pablo Luis Ávila (Mediterranee. 50 poesie per 50 poeti, Alessandria, Edizioni dell'Orso).

In Puisía de Beagne il punto di vista del racconto poetico è quello del popolo e sembra quasi che in un nostalgico amarcord l’Autore si aggiri nelle vie e nelle piazze della sua Bevagna raccogliendo le voci degli abitanti e, insieme, l’anima della sua città. E così Anton Carlo Ponti, critico d’arte, saggista, giornalista, autore di raccolte in lingua, si fa narratore popolare e racconta dolori, sofferenze, bizzarrie ed estrosità di uomini e donne di Bevagna, senza avvitamenti su grandi temi esistenziali, ma con quella saggezza tutta popolare che si arrende di fronte alle grandi domande, come accade a Scinsidonio che, nella poesia “Natività”, invitato a esprimersi sul tempo e sul significato del succedersi dei giorni, dice con rassegnata semplicità: Boh! […] Nuàndre / sémo fatti pe’ suffrí / ’nno pe’ capí (E chi lo sa! […] Siamo fatti per soffrire / no per capire). Anche la lirica “Ammore conniugale” si chiude denunciando i limiti di un orizzonte culturale e affettivo che non ha nel suo vocabolario le parole per esprimere i grandi sentimenti: Perché l’ammóre ’n se sa che robb’è… / Boh! Vàcce a capícce (Perché l’amore non si sa bene che cos’è… / Boh! Va’ a capirci!). Questo ci ricorda quanto sosteneva il grande poeta di Santarcangelo di Romagna, Raffaello Baldini: «Il dialetto ha dei confini, cioè certe cose non ha le parole per dirle, ma il fatto è che anche nella testa di coloro che parlano in dialetto ci sono dei confini, cioè certe cose non le pensano, quindi non hanno bisogno di parole per esprimere quello che non pensano».

In Puisía de Beagne, pagina dopo pagina, si compone un variegato affresco umano in cui l’arguzia o il disincanto, che si risolvono a volte nel borbottio di brevi monologhi, altre volte in dialoghi o più semplicemente nel racconto, ricordano il poeta latino Marziale e si tingono spesso di toni epici anche per la particolare onomastica. Nella ricca galleria di personaggi incontriamo Goffredo di Dantone, Ercole detto Polsone per i polsi grandi come due tronchi di quercia, Agabito di Sicomoro, Irinéo de Maccarróne, la Cleofe, gravida e grossa, Urano der Surdo, Aristodèmo de Binvinuto de Capoccione, Terzicore, Temístocre, Créso de Spennaréllo. Non si tratta di un vezzo o di una ricercatezza della scrittura di Ponti, ma di una realistica rappresentazione. A Bevagna, infatti, si registra da molto tempo un curioso e insolito modo di battezzare i figli con nomi propri altisonanti, spesso tratti dalla mitologia classica, una “stramberia” che ha incuriosito anche lo scrittore Curzio Malaparte che ne ha parlato in Maledetti toscani (1956), mettendo in luce l’alta concentrazione di nomi bizzarri in un territorio molto piccolo. Lo stesso Ponti, in una recente pubblicazione (Mevaniae nomina. Da Abele a Zopiro. Nomi strani e soprannomi di Bevagna, Perugia, EFFE Fabrizio Fabbri, 2012), ha studiato la particolare onomastica della sua città e, nella poesia “Lapidi”, che racconta una passeggiata nel cimitero locale, ne offre un saggio attraverso un’incalzante enumeratio di nomi e di coppie dai singolari risvolti epici e storici, come Dimostene e sua moglie Ossiride. Nel parlato popolare i nomi propri sono deformati (Ascensidonio diviene, ad esempio, Scinsidonio) e ad essi si aggiungono spesso i soprannomi a indicare particolari caratteristiche fisiche (Ercole detto Polsone), la professione (Saturno er Fabbrétto) o più semplicemente la discendenza (Basilio de Menichitto).

Accanto alle storie di personaggi rappresentati in un ironico e garbato bozzetto, nella raccolta non manca il canto dell’amore. Qui la lingua si arricchisce di sfumature, come accade nella poesia neodialettale di altre regioni d’Italia, e traspare la cultura letteraria dell’Autore filtrata attraverso una personale sensibilità. Nella poesia “La biciàngora” (“L’altalena”), che per le immagini e i colori evocati ricorda certa pittura di Chagall, così canta: io te spignío appóne me spigníi tu / e paría de volà / dove volano le aquile / arde ’n tol célo / blu comme la notte / ammóre mia (io ti spingevo e poi mi spingevi tu / e sembrava di volare / dove volano le aquile / alte nel cielo / blu come la notte / amore mio). In “Sera”, oltre all’amore, c’è il canto per la propria città, sentita come una pollastrèlla, epiteto che fa pensare Saba: Beagne me paría quilla sera / de magghio ’na pollastrèlla / co’ l’ale sott’allàle / co’ la luna che cía le lune (Bevagna mi sembrava quella sera / di maggio una pollastrella / con le ali sotto le ali / con la luna che aveva le lune). Ci sono momenti lirici di particolare pregnanza, come nella poesia “Nengue da millant’ora” (“Nevica da mille ore”): E io m’appalíghjno / drento ’n aco de luna / che do’ s’accosta tégne / come ’n abbise de sole (E io mi appisolo / dentro un ago di luna / che tinge tutto quel che tocca / come una matita di sole). Nel personalissimo nostos di Ponti non poteva mancare la nostalgica memoria dell’infanzia: certe vorde jú l’Accorda me píja’na malincunía… / Artórno pottaréllo quanno che facíamo er bagno / e laviàmo le fémmene che lavàano li panni spórchi (delle volte laggiú all’Accorda mi prende una malinconia… / Ritorno bambino quando facevamo il bagno / e bagnavamo le donne che lavavano i panni).

La poesia di Ponti si veste di un lingua, come nota Vivaldi, «stretta» e «irsuta», usata nella convinzione che il dialetto è rrialtà / ’nne’ ’n’oppinióneè er sangue istésso / de la pparòla (è realtà / non è un’opinione… è il sangue medesimo della parola), come recitano alcuni versi della poesia “Er dialetto nostro 2”. Il dialetto bevanate è una lingua che Vivaldi considera «di nobile e solenne architettura, come è la splendida Bevagna, di melodia non sempre facile a cogliersi, ma comunque seducente […] da far pensare a un lungo e difficile lavoro di scandaglio del poeta nel suo materiale semantico-sonoro».

Puisía de Beagne, con una personale cifra stilistica, lontana da facili tentazioni folcloriche e da una gratuita comicità, oltre a rappresentare il giusto completamento di un percorso di scrittura condotto sull’onda della memoria, arricchisce di nuova linfa la poesia dialettale umbra.

 Ombretta Ciurnelli

 

Da Novissime

 

Natività

 

È l’istesso

Masséra

Dimane

 

Doppo

Che c’è

 

«Boh! –

me rispónne

Scinsidonio –

Nuàndre

sémo fatti pe’ suffri

’nno pe’ capí»’

 

NativitàÈ sempre la medesima cosa / Stasera / Domani / Che c’è / dopo? / «E chi lo sa! – mi risponde Ascensidonio – / siamo fatto per soffrire / non per capire!»

 

 

Sera

 

Beagne me paría quilla sera

de magghjo ’na pollastrèlla

co’ l’ale sott’allàle

co’ la luna che cía le lune

e io che m’accostàvo atté

pe’ dàtte ’n bacítto

e ttú che mme scanzàj

ma puraménte tu ci’àvij ’na vòja…

 

SERA – Bevagna mi sembrava quella sera / di maggio una pollastrella / con le ali sotto le ali / con la luna che aveva le lune / e io che mi avvicinavo a te / per darti un piccolo bacio / e tu che mi allontanavi / ma anche tu avevi una gran voglia…

 

 

La biciàngora

 

io te spignío appóne me spigníi tu

e paría de volà / dove volano le aquile

arde ’n tol célo

blu comme la notte

ammóre mia

 

L’altalenaio ti spingevo e poi mi spingevi tu / e sembrava di volare / dove volano le aquile / alte nel cielo / blu come la notte / amore mio

 

 

Benessere

 

Lía cía ’na tòssa crònaca che la strozzàa

lú cía ’n pormóne solo pe’ la guerra

ma cía ’na pinzione

de quàsci tricentomila lire

e ’n casaloro ancó se si rispirava male

armeno se magnàa du vòrde al jórno.

 

BenessereLei aveva una tosse cronica che la strozzava / lui aveva un polmone solo per causa di guerra / ma aveva una pensione / di quasi trecentomila lire / e a casa loro anche se si respirava male / almeno si mangiava due volte al giorno.

 

 

da Mevania, Bevagna, Beagne

 

Lapidi

 

Racnusia e er quistore Uclide.

Erato e er conte Dino

co’ l’otomobbile e la moje ingrese.

 

Eppò ’Rcibiade e Uterpe e Udizio

Terzigore e Creopatra

Isonzo e Ottubrismo.

 

E Uranno, Armene e Minerva

e Temistocre, Rusmunda e Usbergo.

 

E Antero, Mirziade (co’ le melucce rosce ’ncó)

E ’l generale Grisippo, e Anacreto e Uffemio

E Porinice…

 

E ’n ce mitti quarghe Stessícoro

E Dimostine ’l marito de Ossiride?

 

LapidiRacnusia e il questore Euclide. / Erato e il conte Dino / con l’automobile e la moglie inglese. / E poi Alcibiade e Euterpe e Audizio / Tersicore e Cleopatra / Isonzo e Ottobrismo. / E Urano, Ermete e Minerva / e Temistocle, Rosmunda e Usbergo. / E Antero, Milziade (anche con le melucce rosciole) e il generale Crisippo, e Anacleto e Eufemio / e Polinice… / E non vuoi aggiungere qualche Stesicoro / o Demostene il marito di Osiride?

 

 

Nengue da millant’ora

 

Nengue da millant’ora

e la cioétta s’annisconne

co’ l’ale sopra ’l core.

 

Nengue su l’ormo spojo

e su la quercia tamanta,

nengue su ’l malanotto

che piagne, nengue su la lengua

de l’arbuccio, sopre

le pàpane mute,

nengue su la caponera

e su la recchia de ’l cane.

 

E io m’appalíghjno

drento ’n aco de luna

che do’ s’accosta tégne

come ’n abbise de sole.

 

 

Nevica da mille oreNevica da mille ore / e la civetta si nasconde con le ali sul cuore. / Nevica sull’olmo spoglio / e sulla quercia maestosa, / nevica sul barbagianni / che piange, nevica sulla cima / del pioppo, sopra le papere mute, / nevica sulla capinera / e sull’orecchio del cane. / E io mi appisolo / dentro un ago di luna / che tinge tutto quel che tocca / come una matita di sole. 

 

pubblicato 2015-10-06