Evandro Marcolongo, un poeta abruzzese del Novecento


Recensione di Nicola Fiorentino

Il ritrovamento di un grosso plico, contenente libri, giornali, lettere e testi inediti di Evandro Marcolongo, ad oltre 50 anni dalla sua scomparsa, ha permesso la pubblicazione di questa antologia, che si prefigge di ripresentare al pubblico la figura e l’opera di un poeta scarsamente noto persino ai cultori della materia. Accanto ad alcune poesie già edite nelle raccolte I paesaggi dell’anima (Pescara, Tip. Tondodonati, 1956), Foglie sparse (Edizioni «Attraverso l’Abruzzo», 1964), A chiuse ciglia (a cura di T.Ferri, Edizioni Tracce, 1997), i curatori ci offrono una scelta di testi finora sconosciuti, in lingua e in dialetto; di canzoni abruzzesi per la maggior parte musicate da Antonio Di Iorio; di lettere scritte da poeti ed artisti coevi, quali Domenico Ciampoli, Vittorio Clemente, Luigi Illuminati, Cesare Fagiani, Guido Albanese; e persino di inni religiosi ed omelie, dacché il Nostro, nato ad Atessa nel 1874, fu parroco di Ortona dal 1915 al 1942 e per molti anni insegnò nel seminario di Lanciano.

La cura delle poesie e dei documenti è di Maria Pia Alleva; l’Introduzione – un vero e proprio saggio, dotto ed esauriente - e le Note introduttive alle cinque sezioni del volume, sono di Giandomenico Mucci.

Grande amico di Cesare De Titta, il Marcolongo è poeta dottissimo, esperto di letterature classiche ma ben piantato nell’humus culturale del suo tempo, sicché nella sua scrittura  riconosci l’influsso di un Carducci, di un Pascoli, dei crepuscolari, e, chi l’avrebbe detto?, persino dei simbolisti francesi, la cui lezione, però, viene accolta con vigile senso di equilibrio all’interno dell’imperante forma classicheggiante. Da alcuni documenti – ci assicura il Mucci – risulta che il Nostro conobbe e stimò la poesia di Edgar Allan Poe. A nostra volta, qua e là abbiamo riconosciuto influssi baudelairiani, come nel caso, ad esempio, di Paesaggio d’Abruzzo, in cui scopri, addirittura, vere e proprie reminiscenze del sonetto Correspondances: “... siete / per l’alta fantasia che mi seduce / le moli columnari d’un immenso / tempio, ove aromi di misteriosi / incensieri fumano con gli echi / de’ canti originarii della cara / terra natìa...”.

Qual era l’idea che Marcolongo aveva della poesia? Ce lo dice in questi termini: Fu nostra poesia la trasparenza / di luci ed ombre travedute al sole / d’Abruzzo. Che splendore! E son parole / ritmate al caldo d’una compiacenza / gioiosa... E, in effetti, la prima impressione che si ricava dalla pagina del Nostro è quella di una solarità oraziana, velata talora da un sovrabbondare di accenti aulici che al nostro gusto odierno appaiono un po’ anacronistici. Ma, fortunatamente, per altro verso, il poeta concepisce la poesia come rimembranza di sensazioni sepolte nel subcoscio, di sentimenti, di sogni che riaffiorano nella memoria: Allor l’anima piange / ride, tripudia, però sempre anela / d’oltre mistero. E qui si sente la familiarità di Don Evandro con la poesia dell’amico don Cesare, autore tra l’altro del De poesī, con cui certamente avrà intrattenuto lunghe conversazioni sul problema dell’arte.

Come si vede, un’arte composita fin nei suoi presupposti teorici. Tanto più, come si diceva, che si arricchisce anche di fermenti provenienti dal decadentismo e dal simbolismo, ma con delle prudenti riserve nei confronti delle tendenze estremizzanti, come nel caso de L’Inespresso, in cui lo scavo interiore nelle profondità della psiche lo atterrisce ed, insieme, lo affascina: “Una volta che volli / insinuar curioso / laggiù l’occhio dell’anima: / oh quell’attimo! // Prima vidi l’azzurrità / del cielo / e fiori del giardin di Dio: / occhi d’invisibili spirti, / le stelle. Quante! / Poi? // Poi l’abisso scuro / d’un vuoto senz’echi, / che parve volesse / inghiottirmi. // Oh vertigini dell’oscurità! / Tentai gridare, / pieno di paura... / Un attimo... / Un secolo di sgomento... // La poesia dell’Inespresso, / l’arcano / dell’infinita armonia”. O come in questo divertissement che parrebbe una canzonatura della celeberrima Fontana malata di Palazzeschi: “Passano gru / nell’aria? / Ammiri: gru!! / Guardi l’azzurrità / del mare. / Fai: ah ah ah! / Ma poi / se / rivolgi per cupo sentiero / il pensiero / in te / a fondo al cuore / non puoi / che esclamare: eh eh eh! / e quando / biricchina / tu mi sorridi / Iole, Iole, mio sole, / ridi, ridi, dico / ridi  / hi hi hi! // No, no, / non è il nitrito / del puledro, / hi hi. / Iole mia, / tutta la poesia / d’oggi è così”.

Sicché, il risultato è una temperie stilistica a tratti discontinua ma quanto mai seducente laddove – come nel caso del Nido vuoto - una classica e luminosa icasticità canta il pathos del disfacimento, il rimpianto delle cose che si perdono e muoiono. Oppure si legga Fine di primavera: “Primavera ci lascia, Nella. Il tenero / sospir dell’usignolo / non valse a trattener sul melo giovine / un  fiore solo. // Non ha più l’orto i suggestivi fascini / di ieri e le rose sfronda: / tutti i colori sfumano nell’aria / non più gioconda. // Senti? La pioggia strepita su’ pampini / larghi, frequente: pare / ch’ogni bellezza si dissolva in lacrime / dai monti al mare. // Tu pur mi lasci? Oh non seguiam l’esilio / delle stagioni, resta. / Primavera ci lascia: in noi continui / l’intima festa”.

Insomma, un signore assoluto di metri e versificazione, il Marcolongo: che, tra l’altro, padroneggia l’arte dei contrasti e delle sfumature, delle poetiche ambiguità e delle dilatazioni spazio-temporali.

Meno interessante ci appare la sua produzione in dialetto, che, nelle poche composizioni riportate nel libro, non si eleva dai modi prevalenti nella prima metà del Novecento: persino con qualche caduta di stile, come, ad esempio, in Puesije, pensata in lingua e tradotta pari pari in dialetto.

Ad ogni modo, per la varietà delle tematiche e dei timbri che le connotano, per la squisita sensibilità umana che informa la sua poesia, per l’attenzione riservata alle correnti poetiche europee – cosa piuttosto rara nel coevo panorama abruzzese – il nostro don Evandro ci appare come un poeta da rivisitare per una più ponderata collocazione nel panorama della poesia italiana ed abruzzese.

Evandro Marcolongo, un poeta abruzzese del Novecento, a cura di Maria Pia Alleva e Giandomenico Mucci. Pescara, Edizioni Tracce, 2015.                                                                          

Nicola Fiorentino

 

pubblicato 12 settembre 2015