Mauro Iacovella, un poeta da rileggere


Alcune note di Nicola Fiorentino

Mi è ricapitato tra le mani Addure de vente(Marino Solfanelli Editore), di Mauro Iacovella, un poeta di Guardiagrele, in provincia di Chieti. È una bella raccolta di liriche in dialetto abruzzese: più propriamente, dell’area teatino-frentana. Anno di pubblicazione: 1990, un quarto di secolo.

Man mano che procedo nella rilettura, mi rendo conto che questa poesia avrebbe meritato una fortuna più solida di quella che, invece, ha incontrato. Perché è una voce personalissima, quella di Iacovella, anche se fa tesoro della lezione detittiana e del suo conterraneo, Modesto Della Porta, di cui risenti la vivacità dell’eloquio e rivedi la profondità icastica delle scene. E, del resto, è stupefacente come il dialetto guardiese del Nostro, quasi sempre vigoroso nella sua preservata autenticità, riesca a veicolare certe raffinate musicalità dannunziane o la morbidezza affettuosa del Pascoli migliore.

È tipico di Iacovella, infatti, un sensualismo a tratti intenso (colori roventi, il fervore del solleone, l'umidore di labbra sorridenti), e a tratti lievissimo (l'acqua del mare, tutta perle e scintille, che scivola e serpeggia sulla spiaggia senza una schiuma); sicché le sue figurazioni sono, a volte, sbalzate a tutto tondo, altre volte sfumate fin quasi all'impercettibile e al bisbiglio (si vedano "Notte di nebbia a novembre" e "L'hure de notte", due piccoli capovalori). Certe scene ti paiono svolgersi sotto i tuoi occhi ("Canzune de le meteture"), e invece vibrano a mezza strada fra cielo e terra, tra passato e presente. A proposito di cielo: questa parola compare raramente; eppure, che ridenti, che profonde e sconfinate azzurrità primaverili! E il vento che sbatte “...le prime foje / gialle 'mbacce a le labbre areseccate, / ammeschiate de prùvele e vuttelle” , talora incattivisce (“Mu 'ngrampe chiù forte. / Nu sbatte luntane, / nu vetre se trince, / ramate che sone, / nu sfischie arellonghe; / s'arforze; nu hurle; / chiu zuffie, chiù vusse, / chiù treme la case”) , ma poi, in fondo, è lo stesso vento che reca profumi di pino e d'acacia, frescure di foglie, che vola tremando in mezzo a le fronde e accarezza con baci fatati, sospira parole confuse.

C'è ansioso tremore, nella poesia di Iacovella, per i mali del mondo, ma, insieme, fiorisce la speranza, sottaciuta e pudica; c'è nostalgia per il tempo sereno perduto, autentica perché contenuta, e, in definitiva, una solida, se pur umbratile fiducia nell’uomo. Tutta la produzione di Iacovella è ispirata dalla poetica dell'attesa: nella natura come nel cuore umano. E il vento è il preannunzio dell'evento. Non chiedete alla poesia, e perciò neppure a questo poeta, una riflessa e lucida rielaborazione ideale. Operazioni di questo tipo gli sono estranee o, comunque, non rivelano la sua misura migliore.

L'endecasillabo, si sa, è stato il metro prediletto dalla tradizione lirica abruzzese: non manca neppure in Iacovella, che lo usa all'interno di una metrica liberamente articolata, in cui non il facile effetto della cadenza acustica prevale, ma la musica interiore, assecondata dallo zampillio delle immagini. Ma l'offerta di novità più allettante ci viene dall'impiego dei versi brevi. I trisillabi, i quinari, i settenari di Iacovella non risuonano affatto della tradizione melica italiana ma cantano i sogni e le pene della nostra gente nell'orchestrazione di una partitura moderna, dove il lessico dà vita al ritmo, e il ritmo delinea le forme e l'onda emotiva. E che dire dei novenari festosi e cristallini? No, niente costruzioni complesse: nell'impiego del verso breve sembra quasi che Iacovella voglia tornare alle cellule prime della “pòiesis”, alle scaturigini aurorali dell'essere per ritrovare, profumata e lucente, la verginità del mondo.

Non sarebbe opportuna, quindi, una ristampa dell’opera, magari con l’aggiunta della produzione più recente?

Nicola Fiorentino

11 agosto 2015