Intervista a Luigi Bressan


E alcune liriche dal suo volume El paradiso brusą a cura di Maurizio Casagrande

Barcis, 12 Luglio 2015, Premio «Giuseppe Malattia della Vallata», XXVIII edizione: In dialogo con Luigi Bressan, contestualmente allomaggio dell’associazione «Il Menocchio» e della Provincia di Pordenone alla sua carriera di poeta.

 
Prima di parlare del tuo libro, Luigi, vorrei rivolgerti alcune domande. Non è la prima volta che veniamo assieme sulle sponde di questo lago, ma oggi qui non viene celebrata lopera di Cappello, della Vallerugo o di Giacomini, bensì la tua: che effetto ti fa?
 
- Celebrare va bene per i tre amici che hai nominato, la cui opera è nota da tempo. Per me è piuttosto, questa, l’occasione di verificare se i momenti di una scrittura svolta in tempi in parte coincidenti con i loro trovino in questo libro una loro giustificazione d’insieme.
 
Ho appena menzionato tre giganti della poesia friulana: cosa puoi dirci di loro?
 
- Di Amedeo, che dopo Pasolini ha dato una svolta definitiva alla poesia in friulano, affrancandola dall’orizzonte regionale, per innestarla sulla tradizione romanza, largamente intesa; di Ida, che è una poeta integrale, dal canto inconfondibile, alto e così distinto da risultare misterioso; di Pierluigi (ma estenderei il discorso fino a comprendere Mario Benedetti e Gianmario Villalta, ciascuno con una sua spiccata, complessa personalità poetica), che ha (hanno) contribuito molto a cambiare il significato della poesia lirica. Dal momento che mi richiami spesso alla lirica delle origini, potrei rivolgermi a loro ripetendo con un sorriso Voi, ch’avete mutata la mainera / de li plagenti ditti de l’amore. Si tratta di capire che, compulsando una certa tradizione novecentesca (mettiamo per tutti Caproni) hanno spostato il dettato su presupposti esistenziali, psicologici, epistemici in larga parte mutati, aggiornati.
 
E se adesso ti facessi i nomi di Zanzotto, di Sandro Zanotto, di Eugenio Tomiolo, di Bino Rebellato o di Virgilio Giotti, cosa mi diresti?
 
- Così, come se niente fosse… Cosa posso dire di Zanzotto, in sintesi, dopo che Contini lo ha definito il miglior poeta del Novecento? Zanzotto è stato a lungo il vertice della nostra poesia nazionale; mi aspetto che, oltre a continuare a essere letto, sia presto “riletto”, quando si ritorneranno a esplorare i giacimenti della sua vasta e complessa opera: ha insegnato a molti, anche a certi che non lo sanno. Sandro Zanotto ha scritto una poesia intensa, in un veneto che travalica il codice, che meriterebbe di essere meglio conosciuta. Enio Tomiolo è un magnifico sciamano lagunare biblico, tutto da leggere. Bino Rebellato è un poeta che è difficile poter conoscere e apprezzare quanto merita se non attraverso l’impresa di Marco, che ne ha scoperto e illustrato il percorso di autonegazione radicale (Cfr. Bino Rebellato, In nessun posto e da per tutto. Poesie 1929-2004 e 20 disegni dellautore, a cura di Marco Munaro, Biblioteca Cominiana, Vigonza 2005). Virgilio Giotti ha scritto un libro dov’è racchiuso tutto l’uomo, così come nella sua lingua-non lingua parlata sono racchiuse tutte le lingue.
 
Non è un caso se ho voluto accostare i vertici più alti della poesia friulana del Novecento agli autori del Veneto più rappresentativi: ho maturato infatti la convinzione che, al di là del valore indiscutibile della tua opera, ti si debba riconoscere almeno un altro primato, quello di aver tessuto, con infinita pazienza e amore, un concretissimo ponte fra Veneto e Friuli sul fronte della poesia e non solo. Io stesso ti sono debitore dell’iniziazione alla poesia sui testi di Cappello, Giacomini, Turoldo, la Vallerugo e di tanti altri ancora. E altrettanto avevi fatto a Codroipo per promuovere la produzione dei poeti veneti contemporanei, magari sacrificando in partenza la tua stessa poesia, senza dimenticare il contributo generoso che avevi dato dapprima alla causa di «Diverse Lingue», poi a quella della Biblioteca di Babele, per arrivare infine al Ponte del Sale. Cosa ne pensi?
 
- Se è vero quello che dici, me ne compiaccio, ma temo che tu esageri.
 
Giovanni Giudici sosteneva che scrivere in dialetto è come nuotare con le pinne: io non la penso affatto così e nemmeno tu, mi sembra.
 
- Non vorrei che Giudici finisse per essere citato più per questa metafora, ripetuta le mille volte, che per la sua poesia. E comunque si tratta soltanto di una battuta.
Devo dire subito che il dibattito lingua-dialetti non mi appassiona, ma inviterei a leggere almeno “Il Novecento della poesia in dialetto tra identità e alterità” in GIOVANNI TESIO, La poesia ai margini, Novecento tra lingua e dialetti, Interlinea, Novara 2014, pag. 33 sgg., dove sono presentati i termini essenziali per una discussione onesta, nella quale tuttavia qui non intendo entrare. Mi limito a una posizione non tecnica di un confronto diffuso. Non riesco a immaginare uno svolgimento della lingua italiana, nemmeno della letteratura, direi – foss’anche di pura antitesi – disgiunto dai dialetti. È un intreccio unico, sfociato in diglossie, con prodotti di scrittura importanti lungo i secoli. Paradossalmente, la letteratura italiana è stata essa stessa per lungo tempo un “dialetto” iperletterario, negato ai più. Scrivere in dialetto, prima di essere un fenomeno da inquadrare in un contesto critico rigoroso, è una disponibilità,  un’opportunità delle persone di esprimersi come meglio credono.
Da più parti s’insiste sull’inevitabile morte dei dialetti (una volta, però, si chiamavano lingue da salvare). Se si guarda all’età di questa funesta previsione, i dialetti  dovrebbero essere già scomparsi. Vista la considerazione in cui è tenuto l’Italiano in Europa, ma soprattutto da come esso viene trattato dal nostro apparato politico-burocratico e massmediatico, a scapito dei cittadini, c’è da temere anche per la sua durata. Bisognerebbe elencarlo tra le lingue da salvare, ripristinando l’obsoleta classificazione. Detto questo, non mi pare nemmeno il caso di prospettare una risposta alla domanda: chi legge la poesia in dialetto? La questione lingua-dialetto sembra stia diventando una questione quale lingua.
 
Veniamo ora al tuo Paradiso brusà: non si tratta semplicemente della sintesi del tuo lavoro di poeta in dialetto, ma di un nuovo libro, l’ultimo e il più alto insieme, che denuncia fin dal titolo, fortemente ossimorico, debiti molto pronunciati rispetto alla lezione dantesca: ci spiegheresti perché?
 
- Una sintesi per una ricognizione, come dicevo, quindi in qualche modo anche qualcosa di nuovo, e ti ringrazio di averlo detto. Dante c’è comunque, la Commedia si legge ancora senza tradurla, parla di noi oggi, salvi e maledetti, in endecasillabi che ti entrano in testa e ci stanno giusti. Io ricorrevo subito a Dante appena il foglio bianco resisteva alla penna: imparavo a memoria un canto. Adesso che ho finito i fogli so a memoria una quindicina di canti. Ma mi sono rivolto anche ad altri salvatori, ad altri aiutanti.
 
Vorrei dire che il tuo destino di crocevia votato a mediare fra universi culturali lontani (e penso al Veneto e al Friuli, ma pure all’Italia e all’Istria, o all’italiano e ai dialetti) era già inscritto nella lingua che avevi scelto per la tua poesia, il dialetto di Agna che nasceva da incroci molto stretti fra tre diverse varianti del veneto: il vicentino, il bassopadovano e il polesano. Ci avevi mai pensato?
 
- No, ma dall’interno non sembra…
 
Da questa lingua, però, - e nessun altro l’aveva fatto prima di te, almeno in quell’area! - tu hai saputo ricavarti lo strumento privilegiato della tua arte, alla pari di Dante col fiorentino del Duecento, di Giotti col triestino, o di Loi col milanese: come ci sei arrivato?
 
- Lasciando stare i grandi, che sanno sempre quello che fanno, diciamo che sono stato agevolato dal fatto che a Codroipo-Giacomini piovevano DiversElingue, e a un certo punto ci si è aggiunta anche la mia.
 
Alla maniera di Leopardi o dei tanti uccelli canori che menzioni nei tuoi versi, l’intonazione più naturale e sincera della tua poesia è senz’altro quella lirica, e chiunque pretendesse di leggerla nella chiave dell’impegno civile (che pure esiste) si esporrebbe al rischio di un fraintendimento totale, giacché essa nasce sempre come vocazione al canto, anche quando l’intero contesto sembrerebbe smentirlo. L’oggetto privilegiato del tuo canto, mi sembra, è rappresentato dalla natura e dalla donna, sulla scorta di una precisa tradizione che va dai Provenzali, al Petrarca, al Foscolo e a Munaro: esagero forse?
 
- Un po’. Ce l’hai sempre coi grandi. Comunque è vero, e in fondo la “natura” è l’uomo e la donna, e poi c’è ancora la donna, la mela, la poesia. Hai nominato Petrarca e Foscolo, ecco altri aiutanti a cui accennavo. Del primo so ancora a memoria una canzone, altra canzone e un buon numero di sonetti ho quasi dimenticato, perché è tanto che non rileggo il monsignore; di Foscolo posso recitare in qualsiasi momento i sonetti maggiori e tutti i Sepolcri (scritti nell’appassionante dialetto iperletterario, che è stata per lungo tempo la poesia italiana). Ma basti questo. A Marco Munaro scrissi una lettera, riportata in postfazione a Berenice (Rovigo 2014), intitolata Un cammino nella salvezza. Per una volta sono contento di questa mia formula. L’invito che si legge in controluce nelle pagine di Marco è: guarda ora il mio volto, come appaio adesso non mi potrai più vedere; diversa sì, ma allora dovrai saper riconoscere le postille di una memoria, accogliere in te un’altra nascita. La poesia di Marco è una ragazza che cammina agile tra gli alberi di un boschetto attraversato dalla luce d’un’alba, d’un tramonto, o fugge un temporale.
 
Ho appena chiamato in causa Leopardi, ma affinità non minori io le sento fra Bressan e il Tasso delle Rime, oppure con Pascoli, o ancora col Virgilio delle Bucoliche e delle Georgiche: e adesso smentiscimi pure, se credi.
 
- Affinità… Io vado per la mia strada, e rimpiango perdite ingenti di Leopardi, mi ricordo poco a memoria, ma non starei molto a riprenderlo, così soprattutto Pascoli. Ma non ti smentisco.
 
Ma l’approdo a El Paradiso brusà è stato alquanto tormentato e tortuoso, se risponde a verità che nel 2007 pubblicavi Quando sarà stato laddio?, libro della svolta dal dialetto alla lingua e, quasi, del congedo definitivo dalla poesia, un libro complesso che Nelvia Di Monte, dopo aver stabilito una forte continuità rispetto a Vose par S., recensiva così: «questa scrittura, dunque, si posiziona lungo una linea che scandisce le irrimediabili fratture lungo la vita e le osserva come da un orizzonte postumo, dove tutto sembra già accaduto, sia le vicende di tante persone amiche,  alle quali il poeta si rivolge in un “parlottio rinchiuso”  da quando un incolmabile iato le ha separate; sia quanto avviene al presente ma è osservato con la percezione della sua repentina scomparsa, come immagini colte dal finestrino di un treno». E io penso che Nelvia abbia colto nel segno.
 
- Sono d’accordo, e grato a te e a Nelvia.
 
Sono io che ti ringrazio e adesso, per finire, consentimi di dedicarti questi pochi versi:
 
Al me Gigjuti
 
Te me ghe fato da tata
guernandome ’fà
’na cioca co ’a va drio
al so pulxìn ca ’l pìpia
scapussando par tera e l’è
tuto on tremasso de pene
on papo de cotòn
pa’ soravìa du satine
 
te ghe cunà ’a me lengoa
co no ’a jera gnancora
de mi te me si sta rente
ogni dì coando ca romai
me fantava anca ’l fià
………………………..
 
’esso a so coà ca rumo
ca me cuno ’a bea sorte de ’erte
incrosà de essare nà vanti on toco
co ti so chel troso ca ’l tira
guaivo da Xanini a Xanoto
in fra meso a spinari
canài racoanti canpi de lèa
e me stimo el pì fortunà
de sta tera
 
A Luigi Bressan Mi hai fatto da nutrice / mi hai coccolato come / la chioccia che si prende cura / del suo pulcino che pigola / inciampando per terra ed è / tutto un tremore di piume / un ciuffolotto di cotone / su due esili zampette // hai cullato la mia lingua / quando ancora non mi apparteneva / del tutto mi sei stato vicino / ogni giorno quando oramai / mi mancava anche il fiato / ............................ // adesso che ci ripenso / che penso alla fausta circostanza di averti / incontrato di aver percorso un buon tratto / assieme a te su quel sentiero che procede / diritto da Zanini a Zanotto / in un proliferare di rovi / canali qualche distesa di fanghiglia / mi considero il più fortunato / degli uomini
 
(dalla raccolta inedita Pa verghine ave - Per averne api)
 
Maurizio Casagrande
 
 
 
Alcune liriche di Luigi Bressan dal volume El paradiso brusà, Il Ponte del Sale, Rovigo 2014, pp. 280:
 
Dalla sezione El canto del tilio (pp. 25, 27, 29, 30, 44):
 
La odoleta
 
La odoleta, che se cava
da soto i piè, la salta
stravento, la roéga
so l’aria, la baléza
la zùgola soe spagne.
E la ga senpre in gola
come na bola
de pietà contenta.
Mai no ’a se lamenta:
la fa na vita sola
de fadiga e de canto...
 
La lodoletta
La lodoletta che frulla da sotto i piedi, salta controvento, arrampica sull’aria, balugina, brilla sui trifogli. Ed ha sempre in gola come una bolla di pietà contenta. Mai non si lamenta: fa una vita sola di
fatica e di canto...
 
L’àrzare
 
So l’àrzare i putèi ghe pare nati:
i’ tira longo el fià; co l’aria lustra
le foje soe piope, sui salgari
ghe lùsega anche l’ànema ’nti ocj
ghe lùsega on pesse ch’i’ ga i’ man.
Na barca li speta ligà riva
chi sa da coanti ani che ’a ze là:
ogni note i’ s’insogna de vogare
i’ la cata ogni dì meza fondà.
 
L’argine
Sull’argine i fanciulli ci sembrano nati: respirano profondamen­te; quando l’aria lustra le foglie sui pioppi, sui salici, luccica an­che l’anima nei loro occhi, luccica loro un pesce che hanno in mano. Una barca li aspetta legata a riva, chissà da quanti anni è là: ogni notte sognano di vogare, la ritrovano ogni giorno mezzo affondata.
 
Foresti
 
«Chel fiolo che core
sol verto ze me fiolo»
bisogna ca me ’o siga
parché tuti semo foresti
na olta o tante
e se cjamemo pa’ catarse
màssime coando, come uncuò
le frasche ne tormenta
che se sbate col vento
e on lago de cjleste
ne varda e ne spaventa.
 
Stranieri
«Quel figlio che corre sugli spiazzi aperti è mio figlio» bisogna che me lo ripeta gridando, perché tutti siamo stranieri una volta o tante e ci chiamiamo per ritrovarci, specie quando, come oggi, le frasche ci tormentano, che si sbattono col vento, e un lago d’azzurro ci guarda e ci spaventa.
 
E camina
 
E camina e camina
anemale testardo
gnanche ti sensa colpa
pae tepide rote de ’sta tera
desfà, che te pianta in cuore
na primavera, on dolsore
saltà par aria coe pene
rosa d’on oselo mai conparso
sbarà sol fiore del pèrsego.
Camina, se on trozo scumisia
do’ che ’a vita se smorsa.
 
E cammina
E cammina e cammina animale testardo, neanche tu senza colpa, per le tiepide arature di questa terra disfatta, che ti pian­ta in cuore una primavera, un dulcore saltato in aria con le pen­ne rosa d’un uccello mai comparso, sparato sul fiore del pesco. Cammina, se un sentiero comincia dove la vita si smorza.
 
El canto del tilio
 
El sole va calando: me n’incorzo
dala cjoma d’on tilio, tuta d’oro
dele so creste, che ghe spande fuora
na nuvola de pólvare e de sono.
Le ave tuto el dì ghe ze stà soto
e za el so canto jera come el miele.
Co sarà morto el sole, el cjelo scuro
co fa le ave cantarà le stele
on canto dolse. E pure on puoco amaro
se ’l se conpagnarà co i suspiri
che l’àlbore de note manda in aria
co ’l sente ’ndare in tera i so bei fiuri.
 
II canto del tiglio
II sole va calando: me n’accorgo dalla chioma d’un tiglio, tutta d’oro delle sue creste, che le spandono intorno una nuvola di polvere e di sonno. Le api tutto il giorno le sono state sotto e già il loro canto era come il miele. Quando sarà morto il sole, il cielo scuro, come le api canteranno le stelle un canto dolce. E pure un poco amaro, se s’accompagnerà coi sospiri che l’albero di notte manda in aria sentendo cadere a terra i suoi bei fiori.
 
Dalla sezione El sarvelo e le mosche (p. 75):
 
’A faso nùmari, meto
na virgola, neto
l’aria coa man.
Ze tuto esato
coeo ca no voléa.
S-cjoca tel cjrcolo parfeto
el fato mesurà.
Tel sarvelo go resti
che muove ’a so meza costrusion
formighe in procjssion.
 
Faccio numeri, metto una virgola, netto l’aria con la mano. È tutto esatto quello che non volevo. Scocca nel circolo perfetto il fatto misurato. Nel cervello ho resti, che muovono la loro mezza costruzione, formiche in processione.
 
Dalla sezione Che ’fa la vita fadiga (pp. 156, 157):
 
Inproviso el crocale
alto so na strada
che se nàvega
luntan dal mare
vanti rivare
catarse osei de foja
drento na matina d’inverno.
 
Luna che de oni ’ndare
siga el tasère.
 
E ’a solita tortora
a massajarte ’l cuore
contarte che no ze dolore
che ze normale.
 
Improvviso il gabbiano, alto su una strada che si naviga lontano dal mare prima d’arrivare a riconoscersi uccelli di foglia dentro una mattina d’inverno. Luna che d’ogni andare grida il tacere. E la solita tortora a massaggiarti il cuore, a raccontarti che non è dolore, che è normale.
 
Go ’isto, so l’ocjo, passare
l’ultimo piviere
la prima stela inpisarse.
De facja al platano grande
tirà su de carpìe
sensa o’ moto a spiegarme.
Nissuno puoe incòrzarse
dea macjeta che drento
me ze cascà. Fermo
tuto te on gnente
tuto ze canbià.
 
Ho visto, sull’occhio, passare l’ultimo piviere, la prima stella accendersi. Di faccia al platano grande costruito di ragnatele, senza un moto a spiegarmi. Nessuno può accorgersi della macchiolina che dentro mi è caduta. Fermo, tutto in un niente tutto è cambiato.
 
Dalla sezione Data (p. 188):
 
So stà fuogo (so stà, me repeto)
e passa la seja gardelina
tuta cjlestra de matina.
 
So stà vin che cusina
le vene al sole e passa
la gjossa de acoa nova
balando in ponta ’i piè.
 
E so stà chel dire a cuna
do’ che no piove mai
(se me toca ’l braso ’a memoria):
i ragni ghe camina
 
e scoltarli se puoe.
 
Sono stato fuoco (sono stato, mi ripeto) e passa la ciglia cardellina tutta di celeste mattutino. Sono stato vino che cuoce le vene al sole e passa la goccia d’acqua nuova ballando in punta di piedi. E sono
stato quel dire a conca dove non piove mai (se mi tocca il bracciola memoria): i ragni ci camminano e ascoltarli si può.
 
gardelina: è attributo, si riferisce ad un ammiccamento vivacissimo, grazioso e malizioso insieme.
 
Dalla sezione Vose par S., poemetto dedicato a Sandro Zanotto (Voci per S., p. 251):
 
In cao (Acordi)
 
[...]
– Ve saro in casa – el ne diséa – putei
parché vao tel foresto, ve saro
da ’sta gjornada che ride el so sole
ve saro dal cantare di’ osei
ma parché no gabì da desperarve
ve asso el volere anche restarghe. –
E co ’n tabaro vecjo tirà in testa
da on belcon a staltro el faséa scuro
supiando co fa el vento a la boscaja
gratàndoghe dessora co na frasca.
 
Volìimo sì, par sintirse al securo:
uno, agremando el cjaro te na sfesa
contava d’on vegnere de s-cjantìsi
nantro se faséa vento de memoria.
Romai sera ’la sera se calmava
véro co vèro conossendo ’a spiera
che solo ’a note se dà ’olta intiera.
 
O guardian, co t’ho jutà morire
ani pì vanti drento ’a stessa casa
oncora te ghè fato del restare
’ista grossa, assando chel sbarbùcjolo
a pastrocjare drento tea galota
mi a fare parole.
 
In limine (Accordi) [...] – Vi chiudo in casa – ci diceva – bambini, perché vado nella lontananza, vi chiudo da questa giornata che ride il suo sole, vi chiudo dal cantare degli uccelli, ma perché non abbiate a disperarvi, vi lascio il volere anche restarvi. – E con un tabarro vecchio tirato sulla testa da una finestra all’altra faceva scuro soffiando come il vento alla boscaglia, grattandoci sopra con una frasca. Volevamo sì, per sentirci al sicuro: uno, lacrimando il chiarore in una fessura, raccontava d’un sopraggiungere di lampi; un altro si faceva vento di memoria. Ormai sera alla sera, si calmava verità con vetro riconoscendo che soltanto la notte si restituisce intera. O guardiano, quando t’ho aiutato a morire anni più tardi dentro la stessa casa ancora hai fatto del restare gran mostra, lasciando quel gorgoglio a imbrogliare dentro i precordi, me a fare parole.