Giuseppe Rosato non è un poeta della morte ma un poeta della vita


Appunti di lettura di Lia Cucconi su “L’Ombra del sogno”

Conoscevo già la poesia di Rosato, l’ammiravo per l’alta forza che trasmette, ma leggendo “L’ombra del sogno”, comprese le annotazioni dei critici, mi sono posta dei perchè, uno sopratutto: poeta della morte o della vita? Sono stati questi versi:
3) “la luce è una memoria
4) che il mare custodisce e non consente
5) per gelosia che un raggio se ne spicchi...”
(Da: “Nella chiusa distanza dalla vita”. pag. 88)
A impormi di cercare conferma alla mia intuizione e dire che è poeta della vita, il cammino nella sua poesia non è stato né facile né semplice, ma ho camminato fra i suoi versi per rilevare che egli è poeta della vita iniziando da quel mare custode della luce-memoria. Quella luce come memoria riposta in un mare geloso che non consente si spanda neppure un raggio e la conservi fino a rilevarne “il colore già spento dell’assenza” è per me, lo spegnersi del colore dell’assenza, un messaggio di vita. E questo messaggio di vita è tanto più reale quanto è la consapevolezza che siamo venuti dal nulla e ritorniamo nel nulla, in quel “bianco” che è simile a un’ombra e non nasconde.
12) La morte... Fusse queste lu colore
13) de la morte, stu bbianche che non è
14) bbianche, st’ombre ch’ammànte e n’annasconne?
(La morte... che sia questo il colore/ della morte, questo bianco che non è bianco,/ quest’ombra che copre e non nasconde?) (Da: “Nen m’avé capetàte maje de chiude’” pag.45)
 
E non nasconde la consapevolezza terribile come presa di coscienza che abbiamo realmente solo il periodo della vita e mettendo in primo piano l’assenza della vita, il nulla, pone la Morte entro la vita; l’assenza è il nulla, la morte nella persona è ancora presenza perché è conduttrice di ricordi, di memoria, e attraverso tutto questo ricompone la vita, compreso l’amore, anche se perduto. Esso è ben vivo attraverso il dolore, quel dolore che può distruggere la voglia di vivere:
1) “Non te ne i’, fa finta la te voje
2) bbene come na vote, t’a-recurde?
12) tù sì ’bbijàte a irtene, vulije
13) de campà.........
(Non te ne andare, fa finta che ti voglio/ bene come una volta, ti ricordi?/ ...tu hai cominciato ad andartene, voglia/ di vivere...) (Da: “ Nen te ne i’, fa finta ca te voje” pag. 43)
E se anche usa la maschera del “far finta”, o inconsciamente così definito, il cammino artistico-poetico di Rosato è rimasto con e nella vita proponendolo in poesia ora in dialetto ora in italiano con grande attenzione che la vita non sia il “sogno” ma sia la presenza, concezione sostenuta anche da Loi (pag.18), perché anche se la “malinconia della perdita” prostra e scuote in una profonda negatività fugge dal buio che inghiotte:
14) A nnu lu scure je s’ajotte, e dope
15) nen ce sta cchiu crescenze e nné mmancanze,
16) ‘n ce sta gobbe de lune e stellijàte,
17) nen ce sta ciele, ’n ce sta cchiù nijènte.
(Noi il buio ci inghiotte e dopo non c’è più crescenza e nè mancanza/ non c’è gobba di luna e distesa di stelle,/ non ci sta cielo, non c’è più niente.) (Da: L’ùtema lune de settembre, gobbe pagg. 44-45).
Rosato vorrebbe credere in un aldilà, e chiede disperatamente un cenno di conferma dopo averne manifestato un piccolo dubbio, la realtà dice ben altro:
2) diremo d’avere amato, ...
7) e noi quel nulla
8) avremo amato disperatamente.
(Da: “Poi che cosa guardandoci alle spalle”, pag. 92)
Ma quel nulla è reale nella vita, è rivestito della vita, quel “silenzio” quel vuoto appartiene alla non vita e cerca di capirlo e lo proietta nella neve rivestendolo di questa forma naturale avvolgente ed è una “campana” che trattiene il suo respiro-suono per ascoltare il “silenzio-voce” della vita della neve, e raccoglie:
6) e non ce stave àtre, chelu bbianche
11) lu parlà’ senza voce de la neve.
(e non c’era altro, quel bianco.../ il parlare senza voce della neve. Da: N’atra vôte la neve, sta ‘mmernate, pag. 47)
E anche il dolore provocato dal contatto con la neve, spinta dal vento sul volto, divento un canto di vita:
1) La ’ddòre de la neve...
5) na ’ddòre che mene da ddò? E lu vente
6) le portè? Chelu venticelle ligge
7) tante ca te parè gne na carezze..
8) e intante te taje la facce....
(L’odore della neve.../ un odore che veniva da dove? E il vento / lo porta? Quel venticello leggero/ tanto che ti sembrava come una carezza/ e intanto ti tagliava la faccia.. Da: “La ’ddòre de la neve... se facé”, pag. 50)
È un canto di vita raccolto dai sensi in contatto diretto; e lo prosegue in Conversari dove definisce l’assenza, non il vuoto, ma:
10) .............ma un ingorgo
11) di cose che non sono più, un pieno
12) che non uno spiraglio incrina
13) prima di farsi nulla.
(Da: “Quante persiane chiuse, queste case”, pag. 88)
È la tragedia dell’unicità umana che viene superata dall’amore nel dolore, è il tentativo di superarla  nel creare una unità, ma questo non è possibile, perchè la vita si vive singolarmente, perciò Rosato attraverso il filtro poetico esalta la vita, perché è stata reale, e lui vi è, pur con dolore, immerso tutto.
6) si franga d’una voce amata
7) e se ne smagli un brivido sonoro,
8) un singulto di luce, per memoria.
(Da “Sul margine dell’ultimo silenzio”, pag. 88-89)
Mi ha guidato alla ricerca dei “perché” Loi (l’amico Franco, a cui molti anni fa ho dedicato una mostra per “L’angel” e che so da una sua telefonata non in buona salute), del suo sottolineare di Rosato fra i suoi argomenti “la contemplazione del vivere”, e ne fissa un punto “le luci sono spente , eppure dentro ogni cosa la vita continua”; Loi sottolinea  che questa è un’apertura straordinaria, un sopravvivere dell’ampiezza dello sguardo e dell’attesa del cuore (pag. 116)
 

Lia Cucconi 

2015-06-18